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Sostenibilità e tracciabilità. La nuova strategia per il mobile (indonesiano)

AsaliBaliFurnitureFabricationJepara, Courtesy of Marcella SegreLa responsabilità del problema della deforestazione ricade su molte spalle, e purtroppo la domanda per mobilio fabbricato in legname prezioso e’ uno dei motivi dietro il taglio indiscriminato e l’esportazione illegale di legname.

Per anni si sono costruiti mobili dalla vita breve con alberi dal ciclo riproduttivo lento, applicando l’antitesi della sostenibilità e facendo sì che il patrimonio boschivo di paesi storicamente fornitori di legname pregiato a basso costo venisse distrutto in pochissimo tempo.

L’Indonesia, ad esempio, ha perso quasi la metà delle sue foreste nel giro di una quarantina d’anni per via di pratiche di disboscamento illegale. Si stima che ogni anno vengano tagliati illegalmente 30 milioni di m³ di foresta, 10 milioni dei quali sono esportati per vie illecite. Questo sterminio ha contribuito a conferire al paese il terzo posto, dopo Cina e Stati Uniti,  nella classifica di maggiori produttori di gas a effetto serra del pianeta.

Il massiccio disboscamento ha conseguenze gravi anche sulla vita quotidiana della popolazione locale, costretta a migrare o a trovare altri mezzi di sostentamento. In Indonesia sono state prese delle misure per rendere consapevole la popolazione rispetto all’importanza di preservare le proprie risorse. Attraverso programmi quali Hutan Kemasyrakatan (HKM o gestione forestale comunitaria/sociale), alcune Ong, come Konsepsi, hanno avviato programmi di sensibilizzazione per educare la popolazione locale al rispetto delle risorse idriche e forestali e per evitare che le persone si servano dei boschi a proprio piacimento.

Una delle zone in cui dove opera Konsepsi è Lombok, dove il 30% della superficie è coperto da foresta, su cui il 70% della popolazione basa il proprio sostentamento. Nelle zone limitrofe alle foreste è stato istituito un sistema di pagamento per l’utilizzo delle risorse, in modo da controllare il degrado del patrimonio boschivo. La risposta è stata piuttosto positiva: nonostante il 65% della popolazione si sia dichiarato ignaro della crisi idrica e dei gravi problemi di deforestazione vissuti dal paese, ben il 95% ha accettato di gestire collettivamente le risorse.

Di fatto, un studio del 2008 sull’impatto del HKM dell’Istituto Internazionale di Ricerca per le Politiche Alimentari ha dimostrato il ruolo positivo di questo tipo di programma nel processo di rimboschimento dell’Indonesia.

Attraverso la gestione comunitaria delle risorse, sono stati anche avviati dei progetti di piantagioni controllate, molti dei quali gestiti dall’ente nazionale Perum Perhutani. Cercando di superare i problemi dovuti alla transizione e al disboscamento indiscriminato, l’ente ora promuove una gestione forestale che non solo prevede il coinvolgimento della comunità locale, ma anche l’istituzione di un certificato di garanzia che permette di identificare l’origine del legno esportato, in modo da limitare il più possibile l’esportazione illegale di legname indonesiano. Questo certificato è già l’asso nella manica di alcune aziende, come Asali Bali, azienda di gestione francese con fabbrica a Giava, che promuove il suo marchio ponendo l’accento sulla sostenibilità dei propri mobili, tutti rigorosamente costruiti con legno proveniente da foreste di piantagioni controllate da Perum Perhutani.

Nel 2009 Asali Bali ha inoltre lanciato un progetto di riforestazione nell’isola di Sumba che mira a piantare ogni anno due volte il numero degli alberi tagliati l’anno precedente. La piantagione di Sumba e’ frutto della collaborazione con i Kodis, la tribù locale, e con i proprietari terrieri locali. Non e’ prevista la vendita dei terreni, ma l’usufrutto gratuito della piantagione, di cui si prendono cura gli agricoltori locali, mentre Asali Bali sostiene economicamente la piantagione dal punto di vista delle infrastrutture e della manutenzione. I ricavati sono divisi tra gli attori coinvolti e reinvestiti nella piantagione.

Come Asali Bali, sono molte le aziende che usano la sostenibilità e rintracciabilità dei materiali come strategia per vendere i propri prodotti e le ripercussioni positive sono già visibili sul mercato, dove cresce la domanda per prodotti fabbricati nel rispetto dei principi di sostenibilità ambientale. Il consumatore è più attento ed è pronto a spendere di più se sicuro di alcune garanzie, come provenienza e qualità dei materiali.

Aziende come la Haworth ad esempio, società  americana operante in Asia, fanno della sostenibilità dei propri mobili il loro cavallo di battaglia e hanno costruito una campagna di marketing che mira alla coscienza ambientale di persone o enti direttamente coinvolti nella lotta alla sostenibilità, come architetti o attivisti. È quindi possibile arredare il proprio ufficio con sedie che non solo vengono prodotte con materiali riciclati e non rilasciano nessun tipo di sostanza nociva, ma che provengono da piantagioni controllate e dal rapido tasso di ricambio. Come dire, è molto più coerente progettare un edificio sostenibile o pianificare una campagna contro la deforestazione seduti su delle sedie fabbricate nel rispetto dell’ambiente.

Cambiare l’atteggiamento del mercato e della popolazione locale aumentandone la consapevolezza non e’ che il primo passo verso una produzione sostenibile di mobili fabbricati con legname proveniente da zone “a rischio”. Il lavoro dell’Ong Konsepsi dimostra che il successo e la sostenibilità di un progetto sono direttamente proporzionali al coinvolgimento diretto degli interessati. Allo stesso tempo, per invertire la tendenza che ha portato l’Indonesia a raggiungere livelli di deforestazione allarmanti, i consumatori sono tenuti a considerare un’ampia gamma di aspetti nell’acquisto di mobili, tra cui l’uguaglianza sociale nel processo di produzione, altro fattore fondamentale.

Come dichiara Thierry Cayot, ideatore del progetto Asali Bali, “Non si può sostenere di fabbricare mobili in modo sostenibile se i lavoratori non vengono trattati adeguatamente. Il trattamento equo e’ parte integrante di una produzione equa e sostenibile”.

Marcella Segre

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