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Stato e ambiente. Perché la gestione del territorio deve rimanere pubblica

novembre 22, 2012 Pratiche, Pubblica Amministrazione

L’Italia taglia, cementifica e frana. Il rapporto è di causa-effetto. Accanto alla cementificazione però, tra i motivi dei tanti casi di dissesto idrogeologico, c’è, allargando il discorso, la mancata gestione del territorio da parte di enti pubblici che negli anni, invece di essere resi più efficienti, hanno subito spesso tagli indiscriminati. Il sistema di monitoraggio e manutenzione di fossi, argini, boschi e corsi d’acqua andrebbe sicuramente riorganizzato, ma, concordano gli esperti, deve rimanere un compito dello Stato. Sul tema, l’Isituto Regionale Piemontese per le Piante da Legno e l’Ambiente (Ipla), che rischia di cadere vittima dell’ennesima sforbiciata, ha organizzato ieri un convegno a Torino, chiamando diversi docenti universitari e ricercatori a confrontarsi sul ruolo pubblico nella gestione ambientale. La soppressione di enti come questo, sottolinea Piergiorgio Terzuolo, responsabile dell’area tecnica Ambiente, comporta “il rischio della perdita di conoscenze e capacità di governance dei beni comuni. Non vorremmo solo la formazione di tavoli di crisi per la risoluzione del nostro caso, ma che ci fosse la consapevolezza che l’unica crisi che l’uomo deve temere è quella del suo habitat”.

I doveri dello Stato in tema di gestione del territorio sono un punto fermo. “Per la salvaguardia dei beni pubblici – spiega Bruno Giau, ordinario di Politica ed Economia Forestale all’Università di Torinoil mercato non funziona. Per questo lo Stato deve intervenire per guidare e indirizzare l’uso del territorio”. In altre parole, aggiunge Alessandro Crosetti, docente di Diritto Amministrativo nell’ateneo torinese, “in settori come questi dove sono in gioco interessi sensibili e critici e in cui il territorio attira lobby e appetiti, è fondamentale il ruolo degli enti pubblici”. Il motivo è semplice: “E’ necessaria la terzietà, che solo i dipendenti pubblici possono avere, nell’esprimere valutazioni. Le persone a cui i cittadini guardano con fiducia non devono essere condizionate da un committente. Gli stessi Stati Uniti, che non sono esattamente una covo di bolscevichi, hanno un sistema pubblico di gestione del territorio, che nessuno si sogna di smantellare”, aggiunge Giuseppe Bogliani, docente di Etologia all’Università di Pavia. Gran parte della West Coast, la vecchia frontiera, paradossalmente è di proprietà pubblica: “In gran parte sono territori ad uso forestale, che possono essere concessi in uso ai privati, ma tutto è controllato dall’equivalente del nostro Ispra (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, NdR)”.

Gli esempi in cui c’è bisogno della mano e dell’occhio dello stato sono tanti, primo tra tutti il consumo di suolo, che è tra le cause dirette del dissesto idrogeologico. “I meccanismi di mercato, se non governati, spingono verso utilizzi del suolo diversi dall’agricoltura. Proprio per questo servono correttivi, come Piani Territoriali, Piani Paesaggistici, strumenti urbanistici, che però – basta guardare i dati – non hanno funzionato”, continua Giau. I numeri, infatti, parlano di una cementificazione che procede a un ritmo di 100 ettari al giorno in pianura, che diventano 767 considerando anche montagna e collina. Il ddl  Catania sul consumo di suolo  è un segnale di speranza, ma sui tempi di approvazione e di applicazione non ci sono certezze e “rimarrà la necessità di distinguere i terreni fertili. È possibile farlo per esempio attraverso uno strumento, la Carta della Capacità d’Uso dei Suoli, che l’Ipla ha mutuato dagli Stati Uniti”.

Altro esempio emblematico riguarda il raggiungimento degli obiettivi previsti dal protocollo di Kyoto: “Un terzo – spiega Giau – dipende dalla gestione delle foreste. C’è bisogno di dialogo tra istituzioni, e servono banche dati, Piani di Gestione, certificazioni forestali e di rintracciabilità del legno. Tutti strumenti che l’Ipla potrebbe dare, svolgendo un ruolo importante per assicurare che questi obiettivi vengano raggiunti”. E allo stesso modo, i diversi enti che, a livello regionale, si occupano di gestione dei boschi. Il ruolo del settore pubblico rimane centrale in molti altri campi, come il monitoraggio degli effetti che i programmi europei, primo tra tutti la Politica Agricola Comunitaria, hanno sui territori. E lo Stato non può neanche chiudere gli occhi su questioni come la conservazione della biodiversità o  la lotta all’erosione:Il suolo si forma con processi molto lenti, ma può andare incontro a degradazione in tempi rapidissimi. È una risorsa non rinnovabile, ed è importante tutelarla per le generazioni future”, sottolinea Eleonora Bonifacio, pedologa dell’Università di Torino.

Se l’importanza dell’azione degli enti pubblici è dunque fondamentale, i problemi dell’organizzazione attuale sono innegabili: in molti casi la macchina statale è costosa e inefficiente, spesso incapace di individuare i casi critici dove serve un intervento tempestivo, a cominciare proprio dall’ambito ambientale. Il tema, dunque, per usare le parole di Alberto Poggio, ricercatore al Politecnico di Torino, diventa quindi “il ruolo pubblico nel cambiamento della gestione ambientale”. Non tagli, ma una riforma degli organi pubblici, che magari faccia anche risparmiare risorse, mettendo però al centro l’efficienza. Per molti, la Lombardia rappresenta un modello da seguire: “Nel 2002, la Regione ha creato l’Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, un soggetto di diritto pubblico in cui sono confluiti cinque organi del settore. Nel 2011, ha assorbito anche la Fondazione Irealp per la ricerca sulla montagna”, spiega il responsabile del dipartimento Servizi al Territorio Rurale e alle Foreste dell’Ersaf, Enrico Calvo.

Veronica Ulivieri

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