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Storie di biodiversità: la “peste delle banane” minaccia le coltivazioni mondiali

dicembre 14, 2015 Aziende, Green Economy, Idee, Pratiche

Quando cadde il muro di Berlino i tedeschi della Repubblica Democratica si lanciarono verso Occidente alla ricerca di libertà, democrazia e banane. Il frutto esotico, infatti, sparì velocemente dai banchi alimentari della futura capitale germanica in quello storico 1989. A quasi trent’anni di distanza tutto il mondo potrà rivivere quella corsa al frutto proibito – allora solo al di là della cortina di ferro – per questioni che anche oggi profumano di politica – alimentare in questo caso. Secondo uno studio firmato dai ricercatori della Wageningen University e pubblicato su PLoS Pathogens sta per abbattersi sull’intero globo la “Peste delle Banane” che mette a rischio la sopravvivenza stessa del frutto giallo. Il nemico è il fusarium oxysporum, un fungo e una vecchia conoscenza di agricoltori ed agronomi che iniziarono a conoscere i suoi effetti brutali sul banano a fine 1800. Ma l’attacco più forte alle coltivazioni arrivò negli anni ’50 con la prima epidemia che prese il nome di “malattia di Panama” e distrusse la varietà Gros Michel allora dominante nelle piantagioni e sui banchi dei mercati di tutto il mondo.

Un mondo senza banane? Il pericolo fu scongiurato grazie ad una una varietà custodita nei giardini botanici inglesi: la Cavendish che riuscì a battere il fungo e continuare a deliziare miliardi di consumatori. Fino ad oggi, quando i ricercatori hanno lanciato l’allarme sulla variante del fusarium – ha preso il nome di Tropical Race 4 – che dall’Indonesia si è diffuso in tutta l’Asia e dal 2013 ha saltato continenti e devastato le colture in Medio Oriente, Africa e Australia. Il rischio maggiore è che arrivi in Centro e Sud America, dove è concentrata la gran parte della produzione mondiale di banane. Una battaglia difficile da vincere perchè al momento non esistono armi efficaci per combattere il fungo. Le varietà prodotte oggi derivano da ibridazioni che producono un frutto sterile e devono essere riprodotte per talea, c’è una scarsa variabilità genetica che pone enormi problemi nella ricerca di una alternativa alla Cavendish.

Sulla peste che sta mettendo in pericolo la sopravvivenza delle banane Greenews.info ha sentito la docente universitaria Lodovica Gullino di Agroinnova, il centro di Innovazione e Ricerca dell’Università di Torino, che oltre a ripercorrere la storia di questo fungo, “una vecchia conoscenza”, elenca i possibili rimedi – importare piante sane, fare trattamenti sui terreni (compresa la sommersione) – e ammette il peso della biodiversità: “Se si coltivano poche varietà, restano sensibili e questo può rappresentare un problema. Le varietà vengono scelte dal consumatore, una selezione che segue il gusto preferito dal cliente e sono quelle più produttive”. Ci sono chiare motivazioni commerciali soprattutto in un mondo che ama consumare esotico, a dispetto di chilometro zero e filiera corta. “E’ possibile il miglioramento genetico per incrocio e si può partire da vecchie varietà – spiega la professoressa Gullino – ma il problema è che molto spesso queste varietà sono meno buone e meno produttive”.

E dunque, che fare? Una sorta di dittatura (dolce) del gusto, contro la dominanza del consumatore e della prospettiva commerciale, viene combattuta da chi crede nella necessità di lavorare sull’adattamento naturale delle specie autoctone, nella custodia e valorizzazione della biodiversità, nella commercializzazione di diverse varietà di frutti, invece che sull’appiattimento monotematico a poche varietà. Come fa, da anni, Michele Tanno, biologo molisano, studi a Bologna nel giro di Giorgio Celligià negli anni settanta con loro si discuteva di lotta integrata e si sperimentava l’agricoltura biologica. Una ristretta cerchia ma che mi ha influenzato per il mio lavoro di ricerca”. Tanno ha creato una banca genetica, il progetto l’Arca Sannita – in collaborazione con l’associazione degli agricoltori CIA – e si batte per la frutta e la verdura del passato. Sul pericolo della riduzione della biodiversità non ha dubbi: “aiuta a preservare i rischi di estinzione di alcune varietà, la riproduzione attraverso il seme va a vantaggio della conservazione di qualsiasi frutto. Noi in Molise ci siamo concentrati sul melo, sul pero, sulle nostre coltivazioni storiche. Puntiamo sulla sicurezza, essendo presenti più genotipi e varietà si hanno maggiori probabilità di sopravvivenza”. C’è un’altra agricoltura o commercio alimentare possibile. Serve dunque un posto anche per le diverse varietà di banano nell’arca mondiale della frutta e della verdura.

Gian Basilio Nieddu

 

 

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