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Dall’homo plasticus al riciclo. Una breve storia della plastica Top Contributors

aprile 22, 2010 Prodotti, Prodotti, Top Contributors

plastica, Courtesy of Ramperto, Flickr.comE’ un po’ come se l’uomo avesse voluto mettersi alla prova. Da quando, più di cento anni fa, iniziò il percorso industriale della bachelite, ma soprattutto a partire dalle grandi scoperte del chimico italiano Giulio Natta, inventore del “Moplen” – la plastica ha migliorato, accompagnato, coccolato, surrogato i cambiamenti sociali. E, purtroppo, anche intasato, coinvolto e stravolto la vita del Pianeta. Fino quasi a soffocarlo con i propri rifiuti.

Natta – unico italiano premio Nobel per la chimica (1963) – forse intuì a quali straordinarie ma anche a quali spericolate soluzioni avrebbe potuto condurre la sua invenzione. Proprio perché, come da lui stesso riconosciuto in occasione della cerimonia di premiazione, la natura aveva perso quel monopolio sui polimeri stereoordinati che, fino ad allora, solo essa aveva saputo produrre.

L’uomo che si fa dio costringe Gaia ad inchinarsi. Libero nell’arbitrio ambientale, l’individuo si è così trovato improvvisamente liberato dall’arbitro naturale. Privato del suo regolatore supremo l’ “homo plasticus” ha agito in un deserto di regole, di vincoli, di patti ecologici, i quali “senza la spada, non sono che parole” per dirla con Thomas Hobbes.

Vedi alla voce vacanze. Chi dell’ambiente e del suo prossimo letteralmente se ne infischia può sempre pensare che la piccola baia dove ha ormeggiato il proprio natante sia la sua personalissima discarica. Che utilizzerà per buttare, confuso fra altri rifiuti, anche qualche sacchetto di plastica. Chi dell’ambiente e del suo prossimo non se ne cura, perché non dovrebbe abbandonare una, cento, mille bottigliette nel bosco? Tanto, come dire, pure in presenza di regole non si capisce bene chi possa o chi voglia farle rispettare.

Ma se le norme, nella migliore delle ipotesi, sono confuse e i controllori latitano, per fortuna non sono pochi gli esempi che lasciano sperare in una rivoluzione “verde” dal basso. Perché vi è ancora chi conserva un po’ di rispetto per se stesso e per gli altri. E non per paura di un qualche Leviatano ecologico, ma perché consapevole che esistono anche ricadute positive da ogni singolo comportamento sociale. Da ogni piccolo atto di responsabilità deriva, insomma, un  minimo ma sensato contributo alla salute energetica del nostro Paese.

E allora perché non investire corpo e anima nella pratica del riciclo? Costa poco e rende molto. Di fatto, l’Italia non ha ancora realizzato decisivi investimenti in fonti alternative a petrolio, gas e carbone e dai quali dipende attualmente circa l’83% del nostro consumo di energia primaria. Così, anche quella che potrebbe sembrare solo un’illusoria goccia di buon senso nell’assetato deserto energetico italiano potrebbe rivelarsi, al contrario, estremamente preziosa. Un “banale” atto di civiltà può servire infatti a far risparmiare petrolio. Sia pure in modeste ma non irrilevanti quantità, considerato che un chilo di plastica contiene circa 15 mila chilocalorie.

A questa rivoluzione conservatrice possono davvero contribuire i singoli comportamenti dei privati. Rivoluzione conservatrice: un ossimoro solo in apparenza. Perché ogni progetto ecologico mira alla conservazione dell’ambiente in cui l’uomo vive. “Per poter conservare l’uomo” avrebbe detto, meglio, Giuseppe Prezzolini.

Insomma, il tempo è scaduto e il riciclo della plastica deve diventare uno dei temi decisivi per chiunque abbia minimamente a cuore le sorti dell’ambiente.

Non a caso su un argomento così sentito operatori pubblici e privati si stanno spendendo in meritorie azioni di sensibilizzazione. A volte perfino bizzarre. Come quella dell’ambientalista David de Rothschild, erede della dinastia di banchieri britannici. Che ha varato un catamarano ecologico di nome Plastiki, costruito con circa 12.500 bottiglie di plastica e destinato a “intercettare” la massa di spazzatura alla deriva negli Oceani. Particolare non indifferente: il catamarano è autosufficiente dal punto di vista energetico grazie a una serie di pannelli solari e da una cyclette provvista di generatore in caso di necessità.

Certamente più istituzionali e mirate al largo consumo sono le iniziative della Coca-Cola HBC Italia, che, oltre a promuoverne il riciclo e il recupero, si impone anche una ambiziosa riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi. E certamente molto educative sono quelle di Amiu, l’azienda municipalizzata di Genova specializzata nella gestione del ciclo dei rifiuti e dell’ambiente.  Che, appunto, ha voluto comunicare ad adulti, docenti e bambini delle scuole elementari il valore dei rifiuti partendo dalla raccolta differenziata. Per passare, attraverso il recupero, al riciclaggio dei materiali. E così pronti via: è partito il progetto di educazione ambientale “Trashformers”, gioco da tavolo distribuito alle classi genovesi, che si propone di sensibilizzare i piccoli studenti sui delicati equilibri ambientali. Accanto al gioco esiste un album con le figurine di 28 personaggi tra i quali spiccano Insetto da fusione, piccolo bruco di polimeri che mangia plastica fusa, Imbuto, che usa le sue armi per sminuzzare vecchi oggetti di plastica in frammenti così fini tanto da poter essere riciclati e il Golem, che ricicla velocemente.

Ma l’Italia è anche tra i maggiori consumatori di acqua in bottiglia nel mondo. Consumiamo in media 210 litri di acqua minerale, equivalenti a 140 bottiglie da 1,5 litri. Un’abitudine che costa cara, al portafoglio e all’ambiente. Solo un terzo dei miliardi di bottiglie di plastica viene infatti raccolto in modo differenziato e avviato al riciclaggio. Così, pronti via un’altra volta. Insieme a Iride e al Comune di Genova, Amiu ha avviato anche l’iniziativa “Acqua del Bronzino” improntata alla diffusione e all’utilizzo dell’acqua del rubinetto: più controllata, più economica (0,001 centesimo di euro al litro) e con minore produzione di imballaggi in plastica.

Non se ne esce, in fondo. Perché la rivoluzione sul modo di consumare la plastica non può che vedere nelle aziende l’attore principale. A monte del ciclo produzione-consumo, esse rappresentano il primo anello di una catena ecologica virtuosa per la collettività. Si pensi, per esempio, al loro ruolo nella prevenzione della formazione dei rifiuti e nel loro trattamento durante la fase di riciclaggio. Magari attuata attraverso un’adeguata progettazione e selezione di imballaggi più efficaci o eco-compatibili. Proprio per far crescere questo tipo di  cultura e responsabilità aziendali è sorto un consorzio di imprese come Corepla.

Senza dimenticare che i rifiuti in plastica possono diventare una risorsa energetica estremamente importante. Un piccolo dato: la termovalorizzazione di un flacone di plastica da 50 grammi produce energia sufficiente ad una lampadina accesa per un’ora. Plastica plasmabile, malleabile, manipolabile, deformabile: docile e arrendevole essa si offre all’inventiva dell’uomo. Con dieci flaconi di Pet si fa una sedia, con quattordici vaschette per alimenti un cestino portafiori. E poi ancora, guardatevi attorno, si possono fabbricare barche a vela, mobili, soprammobili, t-shirts, maglioni in pile, sacchi per la spazzatura, oggetti di design e via elencando.

Addirittura per i mondiali di calcio che si terranno in Sud Africa il prossimo giugno, la Nike ha realizzato divise in poliestere riciclando 13 milioni di bottiglie di plastica, destinate altrimenti alla discarica. Brasile, Paesi Bassi, Portogallo, USA, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Serbia e Slovenia saranno le nazionali che indosseranno le nuove tenute a basso impatto ambientale.

Infine la chimica verde. Che evolve verso nuovi soluzioni bio e lascia intuire prospettive interessanti per la ricerca. La plastica completamente biodegradabile è fatta con materie prime rinnovabili e dunque riciclabili (mais, frumento, barbabietola, batteri) ed è prodotta con tecniche senza emissioni di residui inquinanti.  Tempo di decomposizione? Quattro anni. Ma la produzione italiana langue anche a causa del prezzo ancora non competitivo. La principale controindicazione al suo sviluppo è legata soprattutto alla possibile riduzione delle derrate alimentari. Consapevoli che i dati possono essere sempre piegati ad un uso strumentale, non vogliamo entrare nel balletto di cifre tese a raccomandare o a sconsigliare il suo impiego. Per quanto ci riguarda, va detto che le iniziative sperimentali attuate in tutto il mondo lasciano sperare in un consistente risparmio di rifiuti. E così torniamo sempre alla questione di fondo. Vale a dire al libero utilizzo che l’uomo fa di ciò che crea. Come ogni altra sua invenzione, la plastica non è intrinsecamente “buona” o “cattiva”, ma è il suo uso (o  ri-uso) che può  renderla protagonista in positivo o in negativo. Usa e getta ma non solo, dunque. Impiegandola non va dimenticato, l’uomo ha evitato di razziare molte risorse naturali, quali legno e metalli. Che tuttavia, oggi, non se la passano molto bene. Ma questa, si sa, è un’altra storia.  

Bruno Pampaloni

 

 

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