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Indice di Funzionalità Fluviale: il fiume come ecosistema olistico. Un corso di formazione a Trento

Courtesy of www.parcoalcantara.eu Il fiume come un ecosistema da studiare nella sua interezza. È la filosofia che sta alla base del metodo IFF, acronimo di Indice di Funzionalità Fluviale, un sistema integrato di valutazione dei corsi d’acqua tutto italiano. Dall’8 al 12 settembre si terrà a Trento il tredicesimo corso nazionale di formazione per l’applicazione del metodo IFF (iscrizioni entro il 20 agosto, 24 posti) organizzato dall’Appa, l’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente della Provincia Autonoma di Trento e dal Centro Italiano Studi di Biologia Ambientale (Cisba). In chiusura, il 12 settembre, un seminario gratuito sulle applicazioni innovative del metodo per la gestione dei corsi d’acqua (iscrizioni entro l’8 agosto).

L’ambizione del metodo è di offrire, grazie a una robusta valutazione della funzionalità fluviale del corso d’acqua, strumenti pratici per la gestione, la pianificazione e il miglioramento degli ambienti fluviali, orientando i corsisti – principalmente operatori di agenzie per l’ambiente e centri di ricerca, ma anche chi fa consulenze private – tra gli aspetti normativi ed ecologici.

«IFF ha un approccio olistico rispetto al corso d’acqua – racconta Paolo Negri funzionario ambientale dell’Appa Trentino e docente al corso – In genere il monitoraggio fluviale è legato alla qualità chimico-fisica delle acque fatta con il classico campione portato in laboratorio, o all’analisi delle componenti biotiche, cioè agli animali e alle piante che vivono nel corso d’acqua. IFF supera questo approccio attraverso uno sguardo integrato, andando cioè ad analizzare le varie componenti del sistema fluviale. L’obiettivo è monitorare tutti i processi funzionali del corso d’acqua. Vediamo in sostanza se il fiume assolve alle funzioni per cui è deputato: la diluzione degli inquinanti, la presenza di vita, la capacità di fare da filtro, di essere un corridoio ecologico, di avere biodiversità al suo interno».

Il corposo manuale di 340 pagine scaricabile on line richiede una conoscenza approfondita dei processi ecosistemici, preferibilmente con formazione in scienze ambientali e biologiche. Perché l’impostazione del metodo – ed è questa la principale peculiarità di IFF – si basa molto sulla capacità dell’operatore di leggere il fiume e sulla sua sensibilità ecologica per rispondere alle 14 domande del metodo su altrettante componenti fluviali (tra queste, lo stato del territorio circostante, la vegetazione nella fascia perifluviale primaria, l’efficienza di esondazione, il substrato dell’alveo, l’erosione, l’idoneità ittica, l’idromorfologia, i detriti). Poiché il fiume cambia nel suo correre da monte a fondo valle, il metodo non si applica in un solo punto del corso d’acqua ma in “stazioni” diverse lungo il suo letto.

Dalla prima edizione del 2000 è andato aumentando l’interesse per questo metodo, che si è diffuso rapidamente su parecchi corsi d’acqua italiani. Si stima che siano stati valutati con IFF 4.000 km di fiumi nostrani, tanto che nel 2007 si è reso necessario adeguare la metodologia a più tipologie fluviali. Il metodo è applicabile oggi a qualsiasi realtà fluviale, dal Po al torrente alpino, fino ai fiumi temporanei della Calabria.

Ma cosa trovano gli addetti ai lavori in un sistema di indagine ecologica dei fiumi di questo tipo? «La possibilità di vedere il corso d’acqua in maniera integrata – commenta Negri – Dal punto di vista culturale ciò significa, come tecnico, di essere in grado di dare risposte, senza limitarsi a dire se il fiume sta bene o male dal punto di vista ecologico. In altre parole IFF ha molte applicazioni pratiche in termini di pianificazione, così come di valutazione della necessità di tutela o recupero in caso di antropizzazioni pesanti o problemi legati alla vegetazione o all’inquinamento».

Tra gli ambiti di applicazione si possono citare le indagini su grandi progetti sottoposti a VIA, la valutazione di impatto ambientale; in pratica si valuta la funzionalità fluviale esistente e gli eventuali effetti sul corso d’acqua di quella determinata opera. O ancora l’impatto sul sistema fiume nel caso di concessioni idroelettriche, di invasi e dighe. In Trentino IFF viene utilizzato nell’ambito del Piano Generale di Utilizzazione delle Acque Pubbliche (PGUAP) che prevede fasce di tutela ecologica determinate utilizzando questo metodo. Molto spesso si usa in progetti di riqualificazione fluviale, ossia progetti di recupero morfologico del corso d’acqua del quale si sono analizzati gli aspetti più critici. È il caso della campagna di rilevazione dell’indice di funzionalità fluviale dell’Alcantara, in Sicilia, all’interno del Parco fluviale omonimo. Il seminario di approfondimento gratuito del 12 settembre verterà proprio sulle novità di utilizzo del metodo e presenterà i risultati di un lavoro congiunto tra Appa Trentino, Centro di ricerca ENEA di Saluggia e Arpa Valle d’Aosta sulla valutazione degli habitat fluviali tramite IFF.

Anche se non si può parlare di un vero e proprio copyright trentino, IFF è nato sotto l’impulso dell’APPA di Trento ma poi la metodologia è stata sviluppata da un gruppo di lavoro a livello nazionale. Un metodo di indagine tutto italiano dunque che si è steso oltre confine, in Austria e Germania, nell’ambito di applicazioni in progetti europei ed è stato esportato su richiesta anche in Cile. Nel corso di una collaborazione tra Università di Trento e un ateneo cileno per un progetto di idraulica, l’Appa è stata chiamata per una valutazione ecosistemica. Il metodo è stato tradotto e adattato alla regione di Araucanía, nel Cile centro meridionale.

Il manuale parla anche di andamento pulsante delle esondazioni. Nessuna correlazione diretta con il fenomeno del dissesto idrogeologico del Bel Paese, bensì uno dei principi ecologici dei corsi d’acqua. «Durante la sua normale vita, il fiume ha momenti di piena, le cosiddette piene formative che avvengono ogni 3-5 anni e lo modellano – commenta il docente – Il corso d’acqua tende naturalmente a espandersi. Non parliamo di piene catastrofiche che avvengono ogni 40-50 anni e che determinano quelle che si definiscono calamità naturali. Per inciso, va detto che i disastri non sono naturali, la natura non fa disastri. È l’uomo semmai che sceglie di costruire opere che ricadono all’interno di determinate dinamiche naturali. Certo, alcuni eventi ci colgono inaspettatamente, però restringere corsi d’acqua dentro argini per poter recuperare territorio o controllare un canale è sempre un rischio, perché prima o poi quelle aree il fiume se le vorrà riprendere. Di fatto se ne parla sia a livello europeo che nazionale: dare spazio al fiume è il futuro della difesa idrogeologica, non più argini più alti ma spazi dove il fiume possa espandersi in modo controllato, in questo modo la sua forza distruttiva viene ridotta».

Alessandra Sgarbossa

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