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Nocciolino, sansa, gusci di nocciola. Viaggio tra le biomasse da riscaldamento meno conosciute

novembre 18, 2014 Aziende, Idee, Pratiche, Prodotti

Nocciolino di olive, sansa disoleata, gusci di nocciola, pinoli, mais, bulla di riso o di farro, canapa. Sono diversi i biocombustibili naturali derivati da scarti di lavorazione agricola che possono essere usati nelle caldaie per il riscaldamento aziendale o domestico ma non sono ancora molto diffusi. Se a fare la parte del leone restano sempre e comunque pellet, cippato e legna, che godono di una rete commerciale e di una filiera ormai consolidata, l’innovazione tecnologica in agricoltura, la ricerca ingegneristica e l’urgenza di “fare di necessità virtù” rendono attuali biomasse meno note ma interessanti sotto il profilo ambientale e del potere calorifico.

Benché certe biomasse offrano buone performance sotto il profilo termico, sono però ancora prevalentemente localizzate nelle zone di produzione agricola della materia prima, come l’olivicoltura, e utilizzate prevalentemente a uso aziendale. La loro diffusione a macchie di leopardo rende anche difficile trovare una mappatura esaustiva nello Stivale, tanto che il GSE (Gestore Servizi Energetici) nel suo Rapporto Attività 2013 le indica complessivamente come “biomasse solide” trattate insieme a quelle legnose. Appena 222 impianti qualificati (ossia incentivabili) in attivo nel 2013, per una potenza di 2.474 MW e un’energia prodotta equivalente di 2.830 GWh, altri 84 in progetto. Numeri decisamente piccoli confrontati con gli impianti idroelettrici (1.910), di biogas (1.238), eolici (1.014). A ogni modo, il consumo finale lordo di energia termica da fonti rinnovabili è passato da 3,78 Mtep nel 2006 a 7,39 Mtep nel 2012.

Secondo il GSE nel 2012 gli impianti a biomassa (esclusi quelli alimentati da rifiuti urbani) sono aumentati del 80,8% rispetto al 2011, in termini di potenza installata si è registrato un +28,2% (Rapporto statistico 2012). Nonostante questo lusinghiero passo in avanti, le diverse biomasse costituiscono solo il 10,8% degli impianti alimentati a bioenergie, in termini di potenza complessiva degli impianti il 37,7%.

Eppure la resa combustibile è interessante. Il potere calorifico inferiore di riferimento per le biomasse da riscaldamento varia a seconda del prodotto: 4.600 kcal/kg per i residui di potature e le cortecce, 4.500 kcal/kg per la legna, 4.400 kcal/kg per gusci di noci, mandorle e pinoli e cedui a rotazione breve, 4.300 kcal/kg per sansa e vinacce, 4.200 kcal/kg per paglia da grano, segale e orzo (Rapporto biomasse GSE/Simeri 2009). Il nocciolino secondo alcuni produttori si attesterebbe addirittura a 6.700 Kcal/kg, ma dati ufficiali non ne abbiamo trovati.

Dopo pellet, cippati e legna, sono sansa e nocciolino le biomasse solide più diffuse per alimentare caldaie per riscaldamento o acqua sanitaria, termocamini, forni e caldaie policombustibili, le cosiddette multi fuel. Secondo l’ENAMA, l’Ente nazionale per la meccanizzazione agricola, la sansa vergine disoleata non presenta solventi organici clorati, ha una percentuale di ceneri combuste sotto al 4%, un contenuto idrico inferiore al 15% e un rapporto mg/kg di n-esano inferiore al 30%. Rispetto alla sansa, il nocciolino prodotto dalla denocciolatura delle olive in pre-spremitura è un combustibile ancor meno problematico perché riduce di molto fumi e ceneri. Il prezzo di mercato si aggira intorno ai 150/160 euro/tonnellata, rispetto ai 120/140 euro/t della sansa.

Non mancano però i punti deboli. La reperibilità della sansa e del nocciolino al minuto non è ancora ben organizzata, mentre all’ingrosso si trovano sfusi, meno adatti all’uso domestico. La vendita avviene prevalentemente presso i frantoiani, i primi, e talvolta ancora i soli, a smerciare queste due biomasse. Essendo scarti di lavorazione delle olive, sono infatti i produttori a riutilizzarli per primi all’interno dell’azienda, ad esempio per riscaldare gli impianti di gramolatura. Solo la parte eccedente del nocciolino viene destinata alla vendita in sostituzione del pellet di legno. Trattandosi di un carburante naturale la sua disponibilità dipende dalla redditività della campagna olivicola. In altre parole, in annate scarse di olive, altrettanto scarsa è la disponibilità del nocciolino, com’è accaduto qualche anno fa.

Forse è questo, oltre al fatto dell’estrema localizzazione della materia prima, che ne limita di molto la diffusione capillare. «Considerando che in Italia ci sono 190 milioni di piante di olivo, stimiamo una produzione di un milione di quintali di nocciolino – commenta Enzo Gambin, direttore dell’AIPO, l’associazione interregionale dei produttori olivicoliDiciamo però che è una sorta di prodotto a Km 0, che si compra per lo più direttamente in azienda, dai frantoiani. Non è una pratica largamente diffusa fuori dalle aziende o in zone dove l’olivicoltura non è molto presente».

Secondo alcuni artigiani, inoltre, per avere un’ottimizzazione della resa in fase di combustione sono preferibili le caldaie a combustibile dedicato. «Alcune caldaie si possono adattare, è vero, ma in genere sono meno efficienti sotto il profilo dello scambio termico. Quelle policombustibile sono interessanti più se si ha necessità di bruciare di tutto che per produrre calore – spiegano dall’ufficio commerciale di un’azienda produttrice di caldaie a biomassa nel Reggiano – Le biomasse più usate restano comunque il pellet, la prima per diffusione nonostante il costo significativo trai i 28 e i 38 euro/quintale, e la legna, che è in calo. Altri tipi di biomassa, come mais, nocciolino, gusci di nocciola, sono talmente localizzate geograficamente e stagionali che sono insignificanti dal punto di vista numerico e rappresentano per un produttore di caldaie una nicchia di mercato ridotta. L’utilizzo del mais a scopi termici si era avuto alcuni anni fa nell’area del Po, quando il costo del cereale si era notevolmente ridotto, mentre i gusci di noccioli li troviamo nel Cuneese».

La molla che fa propendere per un tipo o l’altro di biocombustibile è comunque quella economica, come confermano alcuni casi studio mappati da Enama. Un’azienda florovivaistica leccese, passata dal gasolio al nocciolino installando un impianto dedicato, ha risparmiato 79mila euro l’anno tra combustibile e manutenzione. Le circa 300 tonnellate di nocciolino, acquistate da sansifici entro un raggio di cento chilometri, sostituiscono i 124mila litri di gasolio e riscaldano i 13.500 metri quadri di serre. Un’altra azienda, sempre pugliese, ha preferito l’uso di sansa esausta: 300 tonnellate di sansa hanno sostituito i 138mila litri di gasolio, con un risparmio di circa 85mila euro l’anno a parità di superficie riscaldata. Si aggiunga che in alcuni casi le imprese agricole possono usufruire anche di finanziamenti attraverso il Programma di Sviluppo Rurale.

E c’è chi, raro caso in questo senso, ha ottenuto i titoli di efficienza energetica. È il caso della Bettolino di Reggiolo, prima classificata al Premio Bioenergy Italy 2014 di Legambiente nella sezione biomasse. Dal pellet si è convertita al nocciolino di sansa, prodotto in una filiera tracciata abruzzese, e al biogas, con cui scalda le serre con un rendimento annuo di 2.568 MWh.

«Ci sono casi interessanti ma al momento le esperienze con le biomasse meno conosciute lasciano il tempo che trovano e i numeri si perdono ai fini statistici – chiosa Luca D’Apote direttore di Fattorie del Sole Coldiretti – Si tratta spesso di caldaie di piccole dimensioni, spesso non incentivate dal GSE per cui perdono d’interesse per i produttori agricoli».

Alessandra Sgarbossa

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