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Poco, buono e locale: la biodiversità salva l’agricoltura alpina

dicembre 20, 2012 Aziende, Pratiche, Prodotti, Prodotti, Progetti

“Poco, ma buono e fortemente radicato nel territorio”, dice Anna Giorgi, docente di Biologia Vegetale e Animale e direttrice dell’Università della Montagna di Edolo (Brescia), per spiegare come si può salvare l’agricoltura alpina. “Per la permanenza dell’uomo in queste aree, che è importantissima anche per la gestione del paesaggio e la prevenzione del dissesto, è importante avviare un’agricoltura di qualità più che di quantità, uscendo dall’omologazione, elemento di fragilità in tutti i sistemi”. Le prime esperienze di produzioni locali e molto particolari, nate da alcuni anni nelle valli alpine, danno ragione a questo modello, mentre l’alternativa, per chi continua a produrre per la grande distribuzione, è non arrivare a fine mese: “Oggi la competizione è globale. Ma la montagna, se si batte sulla produzione omologata perde sempre. Sulle Alpi, per esempio, non ha senso un allevamento intensivo di vacche da latte che stanno sempre dentro la stalla e vengono alimentate solo a mangimi. Alla fine, si porta a casa solo la spesa ulteriore dovuta a luoghi decentrati dal punto di vista logistico. I margini sono già risicatissimi per gli allevatori della pianura, figuriamoci per chi si trova in montagna”.

In questo contesto, per molti la riscoperta della biodiversità rappresenta la vera salvezza. In Valle Aurina, al confine tra Alto Adige e Austria, gli agricoltori hanno creato un marchio proprio, Ahrntal Natur, che contraddistingue produzioni locali molto particolari, dalla melata di bosco ai caprini di malga. In Valtellina, un gruppo di coltivatori ha avviato il recupero del grano saraceno autoctono, la cui farina è l’ingrediente base dei famosi pizzoccheri. “Nel 2000, qui ne erano rimasti non più di 7.000 metri quadrati, coltivati da quattro o cinque famiglie per il piacere di vedere i campi fioriti d’estate. Oggi siamo passati a 10 ettari, recuperando anche altri cereali alpini, come la segale antica e l’orzo distico”, spiega Patrizio Mazzucchelli, che ha un’azienda agricola in conversione al biologico a Teglio e da otto anni fa parte del Presidio Slow Food del Saraceno.

Nella stessa logica dei “prodotti territoriali”, gli agricoltori valtellinesi stanno anche pensando di avviare la coltivazione di varietà rare di patate di montagna: “Ognuno ne produce una varietà e poi si cercano insieme gli sbocchi sul mercato, partendo dai ristoratori e dai trasformatori”. Filiere che, ci tiene a sottolineare Mazzucchelli, “non hanno niente a che vedere con i prodotti Doc e Igp”. Prendiamo i due prodotti simbolo della Valtellina: “Oggi i pizzoccheri vengono prodotti in gran parte con grano saraceno dell’Est Europa, mentre la carne per la bresaola arriva molto spesso dall’Argentina ed è di zebù, un bovide diverso dalla vacca europea. Purtroppo i consumatori non lo sanno e comprano la bresaola pensando alle vacche che pascolano sui monti valtellinesi”, aggiunge Anna Giorgi. Prodotti industriali che, racconta Mazzucchelli, piacciono sempre meno anche ai turisti: “Chi viene in vacanza in montagna oggi cerca prodotti caratterizzati, che abbiano al loro interno la storia delle valli, e non alimenti industriali e omologati. E poi, con il recupero di specie rare in agricoltura, che di solito sono più resistenti anche ad insetti e malattie, qui sta tornando anche la biodiversità animale. Quest’estate, per esempio, raccogliendo le patate coltivate sotto la paglia secondo un antico metodo valtellinese, abbiamo visto una salamandra, che raramente si trova nei campi”.

Se è vero che la biodiversità è strettamente legata a un territorio, la si può salvaguardare, continua Mazzucchelli, che è anche “salvasemi” e coltivatore di ortaggi antichi in collaborazione con la fondazione svizzera per la biodiversità Pro Specie Rara, “solo diffondendo i semi. In questo periodo, per esempio, stiamo aiutando i coltivatori francesi a recuperare una varietà di grano saraceno arrivato in Valtellina dalla Francia all’inizio del secolo e che nel loro Paese non è più presente. Negli anni Cinquanta è stato modificato in laboratorio per renderlo più produttivo, e oggi è scomparsa la specie originaria”.

E dell’importanza della biodiversità si è accorta anche Ecor, una delle principali società di distribuzione del biologico in Italia, che ha lanciato il progetto “Alimenti Ritrovati”: saranno recuperate quattro varietà antiche, di cui due cereali (farro monococco e grano turanicum) e due legumi (ricerchia e roveja). Il grosso del lavoro, però, è fatto dagli agricoltori decisi a coltivare piante antiche. Spesso, racconta Anna Giorgi, “sono giovani con una forte motivazione, ma che fanno fatica a partire con la loro attività. Per questi progetti connaturati alla vocazione dei territori, che portano un beneficio a tutta la collettività in termini di gestione del paesaggio, servirebbe un maggior supporto anche da parte degli enti pubblici”.

Veronica Ulivieri

 

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