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Ritorno al futuro: declino e rilancio della canapa, la coltivazione “più pulita”

Olio, tisane, birra, mangimi per animali, gelati, integratori alimentari, profumi, medicine. Tessuti, corde, pannelli isolanti, tappeti, materassi, scarpe, arredamento. Vernici, inchiostri, carta, combustibili, imbottiture per automobili, materiali edilizi, esplosivi. Persino i pannolini e la lettiera per il gatto… “Per fare tutto ci vuole un fiore”, cantava Sergio Endrigo negli anni Settanta. Be’, quel fiore miracoloso esiste davvero e si chiama canapa.

Incredibilmente produttiva e utilizzata per decine di scopi diversi in quasi ogni settore, la canapa è una delle poche piante coltivate sin dall’antichità, sia in Oriente che in Occidente. Cresce rapidamente su ogni tipo di terreno, si può coltivare fino a 1.500 metri di altitudine ed essendo un diserbante naturale (la sua presenza “soffoca” le erbe infestanti) non ha praticamente bisogno di concimi né di pesticidi, aggiudicandosi così la palma di coltura “più ecologica”. Eppure per oltre sessant’anni la canapa ha subito una sorta di embargo globale che ne ha fatto decadere l’utilizzo e la coltivazione, interrompendo filiere locali consolidate. Perché?

Il motivo a cui subito si pensa è la “cattiva reputazione”, legata all’utilizzo della varietà cannabis indica come droga. Fu il Marihuana Tax Act, firmato nel 1937 dal presidente Roosevelt, a dare il via negli Stati Uniti (e poi in molti altri paesi del mondo) al proibizionismo contro la canapa, esteso immediatamente, senza tanti distinguo, anche alla varietà sativa, la più diffusa per usi tessili e industriali. In realtà, però, il declino era già cominciato, prima per la concorrenza del cotone e poi per quella decisamente più aggressiva del petrolio e di tutte le fibre sintetiche derivate. L’aspetto paradossale – fa notare Cesare Pasini, autore del blog usidellacanapa.it – è che “a conti fatti, l’unico proibizionismo che ha davvero funzionato è stato quello nei confronti della canapa ad uso industriale”, a tutto beneficio, neanche a dirlo, del settore petrolifero.

Così oggi, a fronte di un crescente movimento di opinione che sta rivalutando i vantaggi, soprattutto ambientali, della canapa e vorrebbe sdoganarne l’utilizzo anche in campo medico (alcuni stati americani ne hanno autorizzato persino l’uso “ricreativo”), le maggiori difficoltà per un rilancio in grande scala si incontrano sul piano logistico: si sono persi i processi di lavorazione, i metodi, gli impianti. Insomma, è necessario ricostruire da capo la filiera produttiva di quella che, per secoli, è stata una delle più diffuse coltivazioni al mondo.

«È questo anche da noi, più della burocrazia o della legalità, il problema principale per chi vuole coltivare la cannabis», assicura Felice Giraudo, ex sindaco di Carmagnola (in provincia di Torino) e presidente di Assocanapa, l’associazione che dal 1998 è diventata un punto di riferimento per il rilancio della canapa in Italia. «Fino agli anni Cinquanta il nostro paese era uno dei maggiori produttori mondiali di canapa, con 100mila ettari di coltivazioni sul territorio nazionale», racconta Giraudo. Il Canavese, in Piemonte, secondo una tradizione popolare prende il nome proprio dalla coltura che un tempo ne era la maggior fonte di reddito. «Poi sono arrivate le fibre sintetiche, e coltivare la canapa ha smesso di essere così redditizio… Oggi si contano, per lo più in Piemonte, Veneto e Puglia, circa 400 ettari di colture, che speriamo di vedere raddoppiati entro il prossimo anno. Ma di certo siamo ben lontani dai traguardi di un tempo». L’ostacolo principale al momento sono gli alti costi di trasporto, dovuti alla mancanza di impianti di prima trasformazione per separare la fibra dal “canapolo”, operazione che un tempo si eseguiva a mano. «Attualmente l’unico impianto in Italia è quello di Assocanapa a Carmagnola – spiega ancora Giraudo – ma presto ne entrerà in funzione un secondo a Taranto. Il nostro obiettivo è quello di averne almeno uno per ogni regione: senza il ripristino di una filiera produttiva, infatti, non potrà mai esserci un vero rilancio del settore».

I filoni su cui oggi punta Assocanapa sono quello tecnico-edilizio e quello alimentare. «Il filone tessile purtroppo subisce l’accanita concorrenza cinese. – precisa l’ex sindaco di Carmagnola – Mentre per il settore medico-farmacologico cominciano ad aprirsi degli spiragli». Qui il problema diventa però di ordine legale: secondo la normativa italiana e comunitaria, le varietà di cannabis coltivabili devono infatti avere un tenore di THC (tetraidrocannabinolo, composto stupefacente con proprietà antidolorifiche ed euforizzanti) inferiore allo 0,2%. Troppo basso perché possa avere una qualche utilità in campo farmaceutico. Insomma, malgrado l’uso della cannabis indica sia consentito in alcune terapie del dolore e ci siano medici e associazioni che si battono per una ricerca in tal senso, la strada sembra ancora lunga, ben radicati i pregiudizi da abbattere e ancora tanti i dubbi da fugare.

Non ci sono dubbi, invece, sui vantaggi ambientali che il rilancio industriale della canapa comporterebbe. Oltre ad essere, rispetto ai suoi concorrenti, una coltivazione “pulita” (il cotone, ad esempio, richiede moltissimi pesticidi), ha la proprietà di riequilibrare le qualità organolettiche del terreno, produce più ossigeno degli alberi e ha una resa altissima in termini di biomassa: una coltivazione di tre mesi e mezzo ne produce una quantità quattro volte maggiore della stessa superficie di bosco in un anno. Anche se si guarda ai prodotti finiti, i vantaggi saltano subito agli occhi. L’olio di canapa, ad esempio, è ricco di grassi insaturi e quindi ottimo per prevenire le malattie cardiocircolatorie; le vernici, oltre a non essere inquinanti, sono di qualità superiore rispetto a quelle derivate dal petrolio e la plastica ricavata dalla canapa, buona per imballaggi e isolanti, è ovviamente del tutto biodegradabile. La lavorazione della carta, poi, diventerebbe molto meno costosa e inquinante, sia per la maggiore produttività in termini di cellulosa rispetto al legno degli alberi, sia per la possibilità di evitare acidi e sbiancanti al cloro altamente nocivi.

C’è infine da considerare il largo uso che se ne potrebbe fare nel campo dell’isolamento termico e del risparmio energetico. «In Italia – ricorda Giraudo – il 60% dell’energia si utilizza per climatizzare le abitazioni. Ma mentre un ettaro di mais produce energia per la casa di 9 persone per un anno, con un ettaro di canapa si ha tanto materiale isolante sufficiente per climatizzare le abitazioni di 12 persone per 50 anni».

Produttività, risparmio energetico, riduzione dell’inquinamento, qualità e salubrità dei prodotti: la canapa, dunque sembra avere tutte le carte in regola per diventare la materia prima del futuro. E da questo punto di vista anche la nuova PAC (Politica Agricola Comunitaria) attesa per il 2014, più attenta delle versioni precedenti alla difesa ambientale, potrebbe avere un occhio di riguardo per questa cenerentola del settore agricolo. Allora, forse, anche in Italia i coltivatori di canapa non dovranno più subire i controlli della polizia, come fossero pericolosi spacciatori.

Giorgia Marino

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