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Torino chiama Bilbao, Riga e Tours. Quattro città per l’educazione alimentare

novembre 7, 2011 Eventi, Prodotti, Prodotti

Torino diventa un punto di riferimento per una nuova cultura del cibo, sostenibile e senza sprechi, in un progetto – Four cities for Dev, cofinanziato dall’Unione Europea – che coinvolge Slow Food e altre tre grandi città europee: la spagnola Bilbao, la capitale della Lettonia Riga e la francese Tours. Il progetto prevede che le città aderenti finanzino piani di intervento studiati con il supporto di Slow Food per coinvolgere alcune comunità del cibo in Senegal, Mauritania, Etiopia, Madagascar, Kenya, Mali e Costa d’Avorio. L’obiettivo è quello di realizzare esperienze di cooperazione internazionale direttamente nei Paesi in via di sviluppo e sensibilizzare i cittadini europei sul consumo responsabile e sui risultati del loro comportamento e della loro educazione alimentare.

Il convegno di presentazione si è aperto alle OGR di Torino il 3 novembre con Carlin Petrini per cui la parola d’ordine è: lotta agli sprechi. Dati alla mano, il fondatore di Slow Food ha denunciato la triste realtà dello spreco di cibo in Italia e in Europa: 179 chili annui procapite, 4 mila tonnellate al giorno di cibo nella sola Italia, un numero impressionante fornito dalla Fao. Una parte della frutta e della verdura viene abbandonata perché costa più raccoglierla che lasciarla a terra a marcire. Un’altra parte è vero spreco: nelle famiglie, nel sistema produttivo e distributivo. Con sette miliardi di persone nel mondo si produce cibo per dodici miliardi di viventi, ma nello stesso tempo un miliardo soffre di mal nutrizione. Non è difficile fare i conti: vuol dire che più del 45 per cento della produzione non viene utilizzata.

Il secondo giorno di convegno Paolo Di Croce, Segretario Generale di Slow Food International, rincara la dose durante i lavori del workshop “Cibo e politiche cittadine”. Nel mondo, ricorda anche lui, quasi un miliardo di persone soffre la fame mentre oltre un miliardo e mezzo patisce malattie legate all’obesità e al sovrappeso; nel vecchio continente 42 milioni di persone sono al di sotto della soglia di povertà, ma 250 milioni sono in sovrappeso. Ad aggravare la situazione, negli ultimi 9 anni in Europa si è registrata la perdita di 3,7 milioni di posti di lavoro nell’agricoltura, a causa della concentrazione della produzione alimentari in poche industrie e il crollo dell’occupazione giovanile nel settore. Il dato più evidente è che un certo tipo di produzione ha fallito. Il modello che prevede la produzione massiva e di monocolture, con l’uso di sostanze chimiche ad enorme impatto ambientale, ha fallito.

Di Croce sottolinea, con una certa speranza, che per fortuna si sta facendo largo, in maniera sempre più forte, il modello della filiera corta, che prevede un rapporto molto più diretto tra produttore e consumatore, che porta davvero sul mercato un cibo che è buono per chi lo mangia, buono per chi l’ha prodotto, e buono anche per il pianeta. Come noto: buono, pulito e giusto, ma concretamente, senza buonismi. Per fare ciò serve che oltre all’informazione ci sia formazione, e in questo Slow Food internazional investe: nell’incentivare il diritto allo studio a livello mondiale, perché la priorità è la nutrizione.

Una prospettiva positiva giunge da Roberto Daneo, Direttore del Comitato di Candidatura Expo 2015, che racconta i punti principali del prossimo Expo di Milano: “Feeding the planet, energy for life”. I temi salienti saranno infatti: sicurezza e qualità dei prodotti, agricoltura e biodiversità, educazione alimentare, alimentazione e stili di vita, cibi e cultura e infine cooperazione e sviluppo”. La manifestazione ha ovviamente enormi potenzialità: 150 paesi coinvolti, 6 mesi e oltre 60 aziende, per un investimento di 11,8 miliardi di euro. Ma riuscirà a vincere la sfida?

Sempre sul promettente asse MI-TO, Roberto Gandiglio, dirigente del settore Mercati di Torino illustra l’esempio di eccellenza che la Città di Torino già oggi rappresenta per quanto riguarda la vendita diretta e i farmer’s market. I produttori costituiscono una percentuale molto alta rispetto alla media nazionale (8% a Torino, contro il 3-4% ). Eppure la vendita diretta ha dei vantaggi enormi: contenimento dei costi, riduzione dell’impatto ambientale, valorizzazione dei prodotti agricoli territoriali e stagionalità degli stessi.

Delle 4.324 postazioni dei mercati cittadini, 335 sono dedicati ai produttori agricoli, 102 banchi sono situati sotto la tettoia di Porta Palazzo (il più grande mercato d’Europa) e 2 sono i nuovi progetti sperimentali: Mittone e La Marmora, quest’ultimo dedicato ai prodotti biologici.

Il 21 marzo 2011 con il nuovo “Regolamento delle aree riservate ai produttori agricoli nei mercati” la Città di Torino, tra le prime in Italia, ha voluto dare un segnale forte a sostegno della vendita diretta e nel tentativo di valorizzare il produttore agricolo rispetto all’imprenditore commerciale. Gli obiettivi sono la tutela della produzione e dei consumatori, sulla base di requisiti di igiene e di qualità, che garantiscano ai produttori un contesto di vendita razionale, igienico ed esteticamente adeguato, tutelando la leale concorrenza tra i produttori e gli imprenditori commerciali. Importanti anche la gestione dei rifiuti finalizzata al recupero, riciclo e riutilizzo dei prodotti e l’obbligo di esporre un cartello che identifichi l’azienda e la provenienza dei prodotti, per garantire la massima trasparenza al consumatore finale.

Giulio Furia, Direttore Coldiretti Torino, racconta invece perché e da dove nasce un progetto come un Farmer’s Market. Premettendo: gli ultimi 15 anni di politica aziendale di Coldiretti hanno registrato cambiamenti interni notevoli: una visione nuova (il consumatore come destinatore finale) e la trasformazione delle aziende verso livelli di imprenditoria medio-alta, con imprese sempre più strutturate, meccanizzate e tecnologicamente avanzate. Ma la leva di competitività dell’agricoltura italiana rimane la distintività dei prodotti territoriali: il valore sta nel territorio e la Coldiretti difende il legame con questo, spingendo – a livello agroindustriale – la tutela e la valorizzazione di tutte le peculiarità territoriali.

Il mercato, in definitiva, sta cambiando e il consumatore è sempre più attento, cerca la qualità e la salubrità dei prodotti. Il Farmer’s Market è dunque lo specchio di questo cambiamento socioculturale: rispecchia una qualità ricercata, con un occhio attento a una cultura agricola che si basa sul territorio e sulla stagionalità. Chiarezza e trasparenza sono imprescindibili. Per questo i prezzi devono essere segnalati in 3 modi: giallo, rosso e verde. Giallo indica un prezzo che è al di sotto del 30% rispetto alla media nazionale, Rosso un prezzo al di sopra della media nazionale. Il verde non è “confrontabile” poiché si tratta di prodotti bio, dop e doc che prevedono un impegno e una qualità che, per i benefici intrinseci, deve essere valutata al di là del solo prezzo. Speriamo che il semaforo dia il via a una nuova rivoluzione.

Clara Iannarelli

 

 

 

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