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ANAB: la ricostruzione in Emilia deve partire dall’ecosostenibilità

Ricostruzione e transizione, un percorso condiviso per progettare interventi sostenibili“. A questi temi ANAB (Associazione Nazionale Architettura BioEcologica) ha dedicato, quest’anno, il convegno nazionale, tenutosi pochi giorni fa a Finale Emilia. Un luogo in grado di evocare le diverse questioni in campo nella ricostruzione sostenibile post-terremoto, partendo da una riflessione sui modelli insediativi per scongiurare gli errori del passato, sia a livello urbanistico che tecnico.

Tra i relatori, Alessandro Fassi, autore del libro “L’isolamento ecoefficiente“, e Olver Zaccanti, uno dei massimi esperti dell’uso edile della canapa in Italia, insieme al Segretario Nazionale ANAB Mario Veronese. Ospiti di eccezione, Franco La Cecla, docente di Antropologia culturale presso l’Università di Bologna ‒ che nei suoi lavori ha affrontato a più riprese il tema dell’organizzazione dello spazio contemporaneo tra localismo e globalizzazione ‒  e Cristiano Bottone, responsabile di Transition Italia, organizzazione che diffonde le idee del movimento della transizione, nato in Inghilterra nel 2006 e meglio conosciuto come movimento delle Transition Towns.

La ricostruzione, hanno spiegato i relatori, deve far riferimento a modelli dell’architettura naturale, dall’adozione delle tecniche della neo-edilizia, da una architettura della post-sostenibilità. Costruire in modo ecosostenibile significa limitare il consumo di risorse non rinnovabili e, utilizzando materiali non nocivi ed ecologici, ridurre al minimo l’impatto su salute e ambiente.

Partendo dal presupposto che costruire è sempre e comunque “un atto di violenza sulla natura”, è facile intuire che l’edilizia sia una delle attività umane a più alto impatto ambientale. L’industria delle costruzioni e tutto l’enorme settore produttivo collegato rappresentano, nei loro diversi aspetti, un fattore di elevatissimo rischio ecologico. Diviene allora fondamentale la riduzione dei consumi (e dei relativi costi ambientali), migliorando da un lato l’efficienza dei processi costruttivi e dall’altro la corretta relazione tra l’abitare e l’ambiente.

Evitare l’uso di materiali inquinanti (con cui i nostri fabbricati sono per lo più realizzati e che creano enormi problemi proprio durante le fasi critiche, come il crollo conseguente ad un evento sismico) è soltanto la prima fase di un percorso di riqualificazione.  Per rendere sostenibile il processo edilizio si devono ad esempio reintrodurre alcuni materiali della tradizione, reinterpretati con un utilizzo moderno, quali la calce, la canapa (in particolare il canapulo, la componente legnosa della pianta), il legno, la canna, la terra cruda e la paglia. Proprio questi materiali, che nelle fasi del terremoto hanno resistito meglio di tanti prodotti industriali, sono dimenticati dalle istituzioni e spesso esclusi dagli interventi di ricostruzione.

La certificazione dei materiali per la bioedilizia è un passo importante in questa direzione: obiettivo è quello di migliorare la qualità riducendo le emissioni nocive, utilizzando piuttosto risorse rinnovabili durante le fasi di pre-produzione, produzione e post-produzione, nel rispetto dell’ambiente, della salute e della sicurezza dei lavoratori e degli utilizzatori.

Si pongono così al centro del progetto di ricostruzione l’essere umano e le sue esigenze, si riconosce un particolare valore alla salute psicofisica degli ospiti di un luogo, si rivaluta e rielabora il rapporto tra persona e ambiente sia a livello locale (il giardino, il quartiere, la città), sia a livello globale ed ecosistemico (il territorio, l’aria, l’acqua, l’energia, le risorse).

L’ambiente in cui cresciamo è un elemento determinante per la qualità della nostra vita sociale e per una crescita equilibrata del nostro senso civico. Se si riuscisse a capire che l’eco-architettura ha come scopo il miglioramento del benessere e della qualità della vita, senza particolari costi aggiuntivi iniziali e con qualche accorgimento per ridurre l’inquinamento e i consumi, l’uomo troverebbe una risposta efficace alla ricerca di qualità della vita, ormai perduta nella congestione delle città moderne. D’altronde, come notava Winston Churchill, “Cambiare non sempre porta un miglioramento, ma per migliorare bisogna cambiare”.

Valentina Burgassi

 

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