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CasaZera: inaugurato il modulo pensato per le aree industriali dismesse

Il primo modulo sperimentale CasaZera è stato inaugurato ieri alle ex Officine Nebiolo di Via Bologna 57, a Torino e, dopo un periodo di “educazione domotica”, sarà presto abitato e monitorato per 12 mesi da due studenti del Politecnico di Torino (gli “Zeranauti”) per testarne l’efficienza tecnologica e il comfort abitativo.

Il progetto CasaZera, sviluppato dalla DE-GA SpA come capofila, ha visto la collaborazione di sette imprese private italiane, la Golder Associates, Confortaree, Habicher Holzbau, Onleco, Tec Imp e Studio T.R.A., affiancati dal Dipartimento Energia del Politecnico di Torino.

A inaugurare il prototipo per conto della città, l’Assessore alle Politiche per l’Innovazione Sostenibile e l’Ambiente Enzo Lavolta, che ha definito il progetto “la migliore espressione del sistema Torino“. “A sorprendere, prima ancora della fisicità e perfezione del manufatto è sicuramente la capacità di innovazione – di processo e di collaborazione - messa in campo dalle aziende partner in sinergia con i centri di ricerca e l’amministrazione”, ha spiegato il presidente della Fondazione Torino Smart City.

CasaZera è un sistema costruttivo semplice ed economico per recuperare edifici industriali dismessi trasformandoli in moduli abitativi ecosostenibili collegati da parti comuni ristrutturate. E presto sarà anche un vero e proprio prodotto edilizio pronto alla vendita, dove punta a conquistare il mercato del social housing e delle residenze universitarie con elevate prestazioni energetiche e ambientali unite ad un prezzo al metro low cost. Il suo concept integra infatti il sistema edificio-impianto con l’obiettivo di mantenere il  rispetto dei massimi livelli di risparmio energetico, salvaguardia dell’ambiente e sicurezza: in tempo reale si verifica il funzionamento dell’unità abitativa attraverso i parametri ambientali interni, i dati di consumo energetico e di produzione di energia da fonte rinnovabile.

La tecnologia costruttiva si basa sulla prefabbricazione leggera a secco, ossia l’assemblaggio meccanico di materiali stratificati di vario tipo, su una intelaiatura in legno. Ogni unità abitativa è autonoma rispetto alla struttura industriale esistente, al fine di consentire la massima flessibilità progettuale; tutte le superfici che racchiudono il volume riscaldato sono costituite da un telaio in legno tamponato all’esterno ed isolato all’interno. Il completamento dei pacchetti di parete e di solaio con ulteriori strati funzionali (isolamento termico, tenuta all’acqua, ecc.) varia in funzione dell’esposizione e dei requisiti prestazionali richiesti.

Lo sviluppo delle città, secondo la logica Smart City, definisce una nuova prospettiva nella progettazione degli edifici: e CasaZera propone, in questo contesto,  architetture Smart Building, ovvero il connubio fra il concetto di edificio sostenibile, edificio attivo, ed edificio intelligente (quindi a basso impatto ambientale, produzione e auto-consumo di energia da fonti rinnovabili e building automation per il monitoraggio dei consumi e l’ottimizzazione del sistema edificio-impianto).

Ad oggi, del resto, quello dell’architettura industriale è un settore complesso e i pareri si dividono: le qualità di un edificio industriale che determinano scelte di conservazione più o meno integrali sono legate alla sua capacità di costituirsi come monumento, per dirla con Aldo Rossi: cioè alle sue qualità non soltanto architettoniche e costruttive, ma anche alla mole e alla linearità del suo impianto, tanto da renderlo, anche al termine della sua vita produttiva, un punto di riferimento all’interno di un tessuto urbano che si trasforma. L’architettura di oggi deve, che lo voglia o no, fare i conti con il costruito industriale.

In tutta Europa, a partire dagli anni Settanta, molte aree industriali sono state improvvisamente abbandonate, rese prive di qualunque altra funzione e cariche di scorie provenienti dalle lavorazioni che per anni vi si sono svolte. Anche nel nostro Paese si è assistito a un fenomeno analogo, ma l’attenzione al patrimonio industriale deve ancora, di fatto, trovare le linee guida che permettano di stabilire interventi mirati, sia che si tratti di tutela, di sostituzione o di trasformazione e riuso. La crisi dei sistemi industriali e la conseguente perdita di funzione di determinate aree urbanizzate hanno reso disponibili diversi settori nella città, dando origine a un dibattito, decisamente attuale, sul futuro e sulla destinazione di queste aree dismesse, sulle loro potenzialità d’uso, sull’occasione che rappresentano in quanto zone strategiche di sviluppo di spazi dove vivere. Così, nel giro di pochi anni, la parola d’ordine è diventata “rimpiazzare i vuotipiuttosto che cogliere le opportunità del cambiamento.

A Torino la conservazione dei manufatti industriali riguarda oggi una percentuale esigua, poiché la maggior parte è stata demolita. Il caso torinese appare, tuttavia, particolarmente interessante per le modalità in cui è avvenuto il processo di dismissione delle grandi aree industriali urbane, per la collocazione strategica dei vuoti e per le politiche del loro riuso. Oggi si parla di recupero di aree dismesse come di una nuova prospettiva di sviluppo: ma una politica che punti ad una nuova crescita delle risorse produttive non può esser portata avanti solo a livello comunale, perché richiede strumenti di pianificazione e cooperazione a livello territoriale più ampio. Nella città di Torino le aree industriali dismesse rivestono una particolare importanza sia per la loro entità (10 milioni di metri cubi) sia per la loro posizione strategica: nonostante siano considerate periferiche rispetto al nucleo centrale abitativo – poiché molto spesso posizionate in prossimità della ferrovia – sono tuttavia elementi vitali per la città contemporanea, capaci di ristrutturare il tessuto urbano, così come in passato sono state in grado di condizionarne lo sviluppo preordinando leggi formali e modalità insediative di interi brani di costruito. Il possibile riuso di un patrimonio non può darsi senza un ripensamento di ciò che oggi deve essere considerato un valore e si dovranno progettare nuove centralità all’interno di un tessuto modificato. Una società vive anche dei valori che un’architettura è in grado di rappresentare: un possibile sviluppo può nascere solo dal ritrovare un nuovo senso a ciò che è comune. E, come dice Carlo Olmo, “questo processo ha bisogno anche delle sue cattedrali, magari industriali“.

Valentina Burgassi

 

 

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