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Geoparchi: la rete delle aree protette per tutelare la diversità “inanimata”

febbraio 22, 2013 Pratiche, Progetti

Tecnicamente si chiama geodiversità ed è il patrimonio ambientale inanimato: montagne, rocce, minerali, formazioni sedimentarie. Una ricchezza millenaria che racconta la storia del nostro pianeta e a cui anche l’Unesco guarda con sempre maggiore attenzione. Se infatti già nel 1972 la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale specificava che in esso rientravano anche “i monumenti naturali costituiti da formazioni fisiche oppure da gruppi di tali formazioni, le formazioni geologiche e fisiografiche”, nel 2000 l’agenzia delle Nazioni Unite ha lanciato una strategia dedicata ai Geoparchi, dando vita prima alla Rete Europea e poi, nel 2004, a quella globale.

Oggi sono in tutto 90, distribuiti in gran parte nel vecchio continente, dove se ne contano 52. L’Italia, che può vantare, anche grazie alla varietà del suo paesaggio, una grande ricchezza geologica, è al primo posto in Europa, insieme alla Spagna, per numero dei Geoparchi, in tutto otto, e al secondo posto a livello mondiale, dopo la Cina (27). Quasi sempre già riconosciuti come aree protette, i parchi geologici italiani vanno dal Trentino (Parco naturale Adamello Brenta) alla Sardegna (Parco Geominerario Storico e Ambientale), dalla Liguria (Parco naturale regionale del Beigua) alla Sicilia (Distretto Rocca di Cerere, Parco naturale regionale delle Madonie), passando per la Toscana (Parco delle Colline Metallifere grossetane, Parco regionale Alpi Apuane) e la Campania (Parco nazionale Cilento e Vallo di Diano).

Al contrario di quello che si potrebbe pensare però, non si riducono ad aree di interesse naturale con qualche roccia particolare. Al patrimonio geologico, infatti, per entrare nella rete ed essere riconosciuto dall’Unesco un parco deve accompagnare una vera e propria strategia di sviluppo sostenibile. “Un Geoparco ha un ruolo attivo nello sviluppo economico del suo territorio e deve realizzare un impatto positivo sulle condizioni di vita dei suoi abitanti e sull’ambiente. Deve esserci un piano di sviluppo che stabilisca gli interventi e le risorse finanziarie necessarie”, spiega Maurizio Burlando, direttore del parco del Beigua, in Liguria, e coordinatore del Forum nazionale dei Geoparchi italiani che ieri si è riunito a Roma per l’assemblea annuale. In quest’ottica, “è fondamentale coinvolgere i Comuni e gli altri enti locali, le aziende, le associazioni, gli operatori turistici. Nel parco del Beigua, per esempio, abbiamo impostato il nostro percorso sul turismo sostenibile, coinvolgendo fattorie didattiche e strutture ricettive. Stiamo puntando sull’educazione ambientale anche con il turismo scolastico, sulla ricerca, in collaborazione con l’università, sull’ampliamento della rete sentieristica”. Un modello che, racconta Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei geologici e membro del Forum, “favorisce il coinvolgimento diretto dei cittadini: le persone che vivono in queste aree diventano sentinelle del proprio territorio e non permetteranno mai di farne scempio”.

Il parco delle Madonie, per esempio, ha creato il marchio PaniereNatura, dedicato alle aziende biologiche, mentre quello Geominerario della Sardegna ha cercato di recuperare l’architettura e le tradizioni legate alle attività delle ex miniere. Il parco delle Alpi Apuane, invece, sta lavorando a un progetto in collaborazione con il M’Goun Géoparc marocchino che permetterà, se la proposta sarà finanziata dall’Unione europea, di valorizzare il patrimonio della regione di Tadla Azilal, tra il Medio e l’Alto Atlante, famosa per le tracce di dinosauri del Giurassico e le incisioni rupestri.

I primi Geoparchi italiani sono stati quelli siciliani, nati nel 2001. A più di dieci anni, il bilancio è positivo: “L’interesse è crescente, perché queste aree rappresentano un modo innovativo di fruire il territorio, attirando tanti tipi di turismo, da quello della terza età a quello scolastico. Offriamo anche l’opportunità di fare molte attività sportive, come andare a cavallo o fare arrampicate sulle pareti rocciose, o sulle cascate ghiacciate. In un periodo di crisi come questo, sono anche un modo per trascorrere vacanze poco costose, più sostenibili, vicino a casa”, continua Burlando.

La rete – “non siamo una semplice lista, ma un network di parchi che lavorano spesso insieme”, ci tiene a precisare il coordinatore del Forum – sta crescendo velocemente. Nell’autunno scorso sono state presentate altre sette candidature europee. Due sono italiane: il Geoparco dell’Appennino Emiliano-Romagnolo e quello del Sesia-Valgrande. A settembre, in occasione della conferenza internazionale in programma nel parco del Cilento, si saprà se sono state accettate. Intanto, l’Unesco sta portando avanti anche l’iter per rafforzare il suo impegno a favore dei Geoparchi: non più un semplice patrocinio, ma un programma ufficiale che merita particolare attenzione.

Veronica Ulivieri

Tecnicamente si chiama geodiversità ed è il patrimonio ambientale inanimato: montagne, rocce, minerali, formazioni sedimentarie. Una ricchezza millenaria che racconta la storia del nostro pianeta e a cui anche l’Unesco guarda con sempre maggiore attenzione. Se infatti già nel 1972 la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale specificava che in esso rientravano anche “i monumenti naturali costituiti da formazioni fisiche oppure da gruppi di tali formazioni, le formazioni geologiche e fisiografiche”, nel 2000 l’agenzia delle Nazioni Unite ha lanciato una strategia dedicata ai Geoparchi, dando vita prima alla Rete Europea e poi, nel 2004, a quella globale. Oggi sono in tutto 90, distribuiti in gran parte in Europa, dove se ne contano 52. L’Italia, che può vantare, anche grazie alla varietà del suo paesaggio, una grande ricchezza geologica, è al primo posto, insieme alla Spagna, per numero dei Geoparchi, in tutto otto, e al secondo posto a livello mondiale, dopo la Cina (27). Quasi sempre già riconosciuti come aree protette, i parchi geologici italiani vanno dal Trentino (Parco naturale Adamello Brenta) alla Sardegna (Parco Geominerario Storico e Ambientale), dalla Liguria (Parco naturale regionale del Beigua) alla Sicilia (Distretto Rocca di Cerere, Parco naturale regionale delle Madonie), passando per la Toscana (Parco delle Colline Metallifere grossetane, Parco regionale Alpi Apuane) e la Campania (Parco nazionale Cilento e Vallo di Diano).

 

Al contrario di quello che si potrebbe pensare però, non si riducono ad aree di interesse naturale con qualche roccia particolare. Al patrimonio geologico, infatti, per entrare nella rete ed essere riconosciuto dall’Unesco, un parco deve accompagnare una vera e propria strategia di sviluppo sostenibile. “Un Geoparco ha un ruolo attivo nello sviluppo economico del suo territorio e deve realizzare un impatto positivo sulle condizioni di vita dei suoi abitanti e sull’ambiente. Deve esserci un piano di sviluppo che stabilisca gli interventi e le risorse finanziarie necessarie”, spiega Maurizio Burlando, direttore del parco del Beigua, in Liguria, e coordinatore nazionale del Forum nazionale dei Geoparchi italiani che ieri si è riunito a Roma per la riunione annuale. In quest’ottica, “è fondamentale coinvolgere i Comuni e gli altri enti locali, le aziende, le associazioni, gli operatori turistici. Nel parco del Beigua, per esempio, abbiamo impostato il nostro percorso sul turismo sostenibile, coinvolgendo fattorie didattiche e strutture ricettive. Stiamo puntando sull’educazione ambientale anche con il turismo scolastico, sulla ricerca, in collaborazione con l’università, sull’ampliamento della rete sentieristica”. Un modello che, racconta Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine dei geologici e membro del Forum, “favorisce il coinvolgimento diretto dei cittadini: le persone che vivono in queste aree diventano sentinelle del proprio territorio e non permetteranno mai di farne scempio”.

Il parco delle Madonie, per esempio, ha creato il marchio PaniereNatura, dedicato alle aziende biologiche, mentre quello Geominerario della Sardegna ha cercato di valorizzare l’architettura e le tradizioni legate alle attività delle ex miniere. Il parco delle Alpi Apuane, invece, sta lavorando a un progetto in collaborazione con il M’Goun Géoparc marocchino che permetterà, se la proposta sarà finanziata dall’Unione europea, di valorizzare il patrimonio della regione di Tadla Azilal, tra il Medio e l’Alto Atlante, famosa per le tracce di dinosauri del Giurassico e le incisioni rupestri.

I primi geoparchi italiani sono stati quelli siciliani, nati nel 2001. A più di dieci anni, il bilancio è positivo: “L’interesse è crescente, perché i geoparchi rappresentano un modo innovativo di fruire il territorio, attirando tanti tipi di turismo, da quello della terza età a quello scolastico. Offriamo anche l’opportunità di fare tante attività sportive, come andare a cavallo o fare arrampicate sulle pareti rocciose, o sulle cascate ghiacciate. In un periodo di crisi come questo, sono anche un modo per trascorrere vacanze poco costose, più sostenibili, vicino a casa”, continua Burlando.

La rete – “non siamo una semplice lista, ma un network di parchi che lavorano spesso insieme”, ci tiene a precisare il coordinatore del Forum – sta crescendo velocemente. Nell’autunno scorso sono state presentate altre sette candidature europee. Due sono italiane: il geoparco dell’Appennino Emiliano-Romagnolo e quello del Sesia-Valgrande. A settembre, in occasione della conferenza internazionale in programma nel parco del Cilento, si saprà se sono state accettate. Intanto, l’Unesco sta portando avanti anche l’iter per rafforzare il suo impegno a favore dei Geoparchi: non più un semplice patrocinio, ma un programma ufficiale che merita particolare attenzione.

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