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Il pacchetto UE da 9,1 miliardi per le infrastrutture energetiche

Ora che la Commissione Europea ha presentato il “meccanismo” per collegare l’Europa (Connecting Europe Facility – CEF), le infrastrutture energetiche diventano essenziali per il raggiungimento degli obiettivi europei in materia di clima ed energia. Nel quadro del CEF, per il periodo 2014-2020, sono stati dunque stanziati 9,1 miliardi di Euro per la realizzazione di infrastrutture energetiche.

Il contesto di riferimento e gli obiettivi sono ben precisi. L’UE ha bisogno di nuovi oleodotti, gasdotti e reti elettriche per tre motivi fondamentali: sicurezza degli approvvigionamenti, efficienza energetica e concretezza nel settore delle rinnovabili. Per poter aumentare la quota delle energie rinnovabili al 20% entro il 2020, occorre – ritiene la UE (benchè il sillogismo sia discutibile secondo il concetto di “produzione distribuita“) - portare ai consumatori l’energia prodotta dai parchi eolici e dalle centrali solari. Per questo, l’Unione considera fondamentale una rete più potente e integrata di quella attualmente esistente. In secondo luogo, per risparmiare il 20% del consumo stimato di energia nel 2020 grazie alla tecnologia, sono necessarie reti e contatori intelligenti, che consentano agli utenti di controllare l’esatto consumo di elettricità e cambiare le proprie abitudini per risparmiare energia e denaro. Infine, per garantire l’approvvigionamento di gas anche nell’eventualità di una crisi, è necessario diversificare le fonti e costruire nuovi gasdotti per trasportare il gas da nuove regioni direttamente in Europa.

Per poter raggiungere questi obiettivi, nei prossimi dieci anni occorreranno circa 200 miliardi di euro. Più precisamente, 140 miliardi di euro per sistemi di trasmissione di elettricità ad alta tensione, impianti di stoccaggio dell’energia elettrica e reti intelligenti, 70 miliardi per gasdotti, impianti di stoccaggio del gas, terminali per il gas naturale liquefatto (GNL) e infrastrutture per il flusso inverso (perché il gas possa fluire in entrambe le direzioni), e 2,5 miliardi per infrastrutture di trasporto del biossido di carbonio CO2. Ciò significa un considerevole aumento degli attuali volumi d’investimento. Rispetto al decennio 2000-2010, infatti, si registrerebbe un incremento del 30% degli investimenti nel settore del gas e del 100% nel settore dell’elettricità.

Si prevede però che gli investimenti necessari per conseguire gli obiettivi del 2020 non saranno realizzati o non lo saranno in tempo, principalmente perché occorre troppo tempo per ottenere le licenze di costruzione, e perché non tutti gli investimenti richiesti sono economicamente redditizi. Per questo motivo, con la comunicazione dello scorso 19 ottobre – relativa appunto al pacchetto finanziario per le infrastrutture energetiche - la Commissione propone di selezionare un certo numero di progetti “di interesse comune”. I progetti che avranno ottenuto questa qualifica godranno di un duplice vantaggio. Potranno contare su una speciale procedura per la concessione delle licenze, che sarà più semplice, rapida e trasparente delle procedure normali: ciascuno Stato membro designerà un’unica autorità competente, uno sportello unico, incaricata di gestire l’iter di concessione della licenza dall’inizio alla fine. Inoltre, l’intera procedura per l’ottenimento della licenza non durerà più di tre anni e i progetti potranno beneficiare di finanziamenti dell’UE sotto forma di sovvenzioni, obbligazioni per progetti o garanzie.

Per quanto riguarda i criteri di selezione, deve trattarsi di progetti efficienti sotto il profilo economico, sociale e ambientale, che coinvolgano almeno due Stati membri. A ciò si aggiungono altri criteri settoriali intesi a garantire che i progetti favoriscano la sicurezza degli approvvigionamenti e l’integrazione del mercato, stimolino la concorrenza, rendano il sistema più flessibile e consentano la trasmissione dell’energia generata da fonti rinnovabili verso i centri di consumo e gli impianti di stoccaggio.

Il cofinanziamento dell’UE copre fino al 50% dei costi di studi e lavori e, in circostanze eccezionali, fino all’80% se si tratta di progetti essenziali per la sicurezza degli approvvigionamenti o la solidarietà a livello regionale, ovvero di progetti che richiedono soluzioni innovative o che presentano sinergie intersettoriali. C’è da sottolineare che non tutti i progetti di interesse comune ottengono automaticamente un finanziamento dell’UE. Per avere diritto a sovvenzioni per lavori, i progetti devono dimostrare di non essere economicamente redditizi. Il fatto di essere stato selezionato come “progetto di interesse comune” non significa necessariamente che il progetto fruirà di un finanziamento dell’UE. Nondimeno, il progetto selezionato beneficerà della procedura più spedita per l’ottenimento delle licenze e di uno specifico trattamento normativo previsto per questo tipo di progetti.

Nella comunicazione della Commissione non poteva mancare una nota relativa alle norme ambientali dell’UE e soprattutto alla protezione dei Siti Natura 2000, la quale, però, rivela qualche punto di debolezza. Infatti, secondo la Comunicazione – nonostante le norme ambientali (in particolare quelle stabilite dalla direttiva Natura 2000), vengano pienamente rispettate e si presti particolare attenzione alle opportune valutazioni d’impatto e ai possibili effetti negativi sugli habitat protetti – la fattibilità del progetto verrà comunque “stabilita in base alla sua essenzialità”. In altre parole: nel caso in cui un progetto “essenziale” debba essere assolutamente realizzato, malgrado il suo impatto negativo su un sito protetto, si provvederà a rilasciare l’autorizzazione al percorso meno dannoso, a verificare, cioè, che non esistano percorsi alternativi e ad adottare le necessarie misure compensative, come richiesto dalla direttiva Natura 2000.

Donatella Scatamacchia

 

 

 

 

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