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La nuova rivoluzione francese: Suez Environment e l’evoluzione nel trattamento delle acque

novembre 25, 2013 Aziende, Internazionali, Politiche, Progetti

La parola d’ordine è: innovare. Con oltre 15 miliardi di euro di entrate l’anno e 80.000 impiegati sparsi per il globo, Suez Environnement è uno dei leader mondiali per il trattamento delle acque e dei rifiuti (insieme a Veolia, ugualmente francese). E mette ricerca & innovazione al cuore della strategia aziendale (74 milioni di euro consacrati nel 2012). Dalla dissalazione – il cui prezzo si è dimezzato in 20 anni – allo sviluppo dell’ “impianto  del futuro” a energia positiva per il trattamento delle acque reflue - un settore, quest’ultimo, dove il gruppo, che conta già 10.000 impianti in 70 Paesi, prevede forte crescita –  passando attraverso il telerilevamento quale soluzione “smart” nella gestione dei consumi, il gigante d’oltralpe avanza nell’industria dell’acqua. E punta sul Mediterraneo, con idee anche sul nostro Paese, proprio in materia di telerilevamento.

Il telerilevamento, che rientra nel concetto di “smart water”, è la gestione a distanza dei contatori, che permette tra l’altro sistemi di tariffazione progressiva e anche eco-solidale (in Francia, per esempio, a Libourne e Dunquerque, il sistema divide tra acqua “vitale, utile e di lusso”). “Stiamo riflettendo, insieme a un partner italiano, sull’installazione del telerilevamento in Italia, un Paese dove le potenzialità di sviluppo sono forti”, dichiara Thierry Mallet, direttore Innovazione e Performance Industriale del gruppo, una divisione creata nell’aprile di quest’anno per captare le nuove opportunità di crescita.

Suez Environnement nel nostro Paese è già presente, in particolare a Milano San Rocco con il più grande progetto europeo di riuso delle acque reflue (4.000 litri di acque di scarico al secondo in arrivo, che fuoriescono trattate e pronte a irrigare 22.000 ettari di campi agricoli) e un impianto ad Arezzo, che ha un paio d’anni, basato sulla co-digestione, che mischia i residui di fanghi delle acque reflue con gli scarti biologici dell’industria alimentare, in primis i grassi dei ristoranti, per produrre biogas. Entrambi rispecchiano precise aree d’interesse del gruppo: in particolare il riuso (che attualmente su scala globale avviene solo nel 2% dei casi) è in rapida espansione – insieme alla dissalazione – grazie all’intensificarsi dell’esigenza mondiale di non sprecare la preziosa risorsa, soprattutto in Paesi a forte stress idrico, come il Qatar, ma anche l’Australia e l’Italia.

Mallet spiega come Suez Environnement stia puntando fortemente sul bacino mediterraneo: a differenza della sua principale concorrente,Veolia, sempre più ritirata dall’Europa del Sud e dal Nordafrica, Paesi come Spagna e Italia – oltre che la Francia stessa – sono una priorità di sviluppo, insieme a Marocco e Algeria. Anche se i mercati asiatici e mediorientali rimangono i più promettenti. In generale, la strategia è di valorizzare le sue capacità tecnologiche e il know—how, piuttosto che la sua capacità di finanziamento: se l’acqua è un diritto fondamentale, chiarisce Mallet, lo Stato entra in gioca. E il gruppo punta su quei Paesi e su quelle istituzioni che mettono denaro (parte delle stazioni in Europa meridionale sono infatti finanziate a livello comunitario).

Ma da dove parte l’innovazione? Nel verde di una delle frazioni più ricche della periferia parigina si trova CIRSEE, il Centro Internazionale per la Ricerca sull’Acqua e sull’Ambiente, a capo di una rete di quattro centri di ricerca principali e 200 laboratori più piccoli in giro per il mondo, che si occupano non solo di controlli – con tanto di “unità di crisi” e équipes di “nasi” e assaggiatori d’acqua professionisti, ma anche di sviluppo. “La sfida più grande dell’industria dell’acqua è che le migliori prassi siano condivise in tutto il mondo”- dichiara Carlos Campos, a capo del centro. Condivisione dunque: Suez Environnement vuole incoraggiare le partnership pubblico-privato, lavorare insieme ai clienti nel design delle soluzioni e lavorare localmente con tutte le parti coinvolte. L’idea è quella di ricercare soluzioni “smart”, in una sorta di economia circolare che preservi le risorse d’acqua. Nello stesso tempo, però,  dando sempre più importanza alla difesa della proprietà intellettuale del gruppo. IL CIRSEE è specializzato anche nell’identificazione di “inquinanti emergenti”. Questi microinquinanti, che comprendono sostanze organiche come i pesticidi, metalli, metalloidi ed elementi radioattivi, prodotti farmaceutici e ormoni, vengono catturati all’80% negli impianti di trattamento tradizionale, ma il restante 20% rimane, con gravi pericoli per l’ambiente e la fauna (sono loro i responsabili, per esempio, dei casi di femminilizzazione di alcune specie di pesci!). L’attuale legislazione europea non prevede la loro rimozione negli impianti di trattamento, ma la strategia è anticipare.

A Sophia Antipolis, in Costa Azzurra, un progetto pilota per trattare i microinquinanti – uno dei primi al mondo – è stato inaugurato nel giugno scorso (e presto partirà lì la ricerca per valutare il sovraccosto del loro trattamento su scala industriale, per ora stimato tra il 10 e il 30%). La tecnologia di base è l’ozonazione: l’azoto, un gas molto instabile dalle forti capacità ossidanti, permette di eliminare e neutralizzare non solo agenti patogeni, ma anche, appunto, i microinquinanti, minimizzando così l’impatto sull’ambiente ricevente.  La necessità è però, anche in questo caso, di sviluppare capacità di lavorare con tutte le parti coinvolte, in una visione complessiva del ciclo dell’acqua, dato che la soluzione più semplice è eliminare gli inquinanti alla fonte.

Succede per esempio nella struttura di Bellecombe, in Francia, dove due segmenti separati di trattamento permettono d’isolare gli scarichi dell’ospedale locale e studiarne la natura. Eliminazione dei microinquinanti è anche l’oggetto del progetto “Libellula”: il concetto è quello di creare zone umide artificiali che, grazie ai poteri decontaminanti della natura stessa, limitino l’impatto ambientale degli scarichi. Trasformare le stazioni in un luogo di vita: è ciò che è successo in Languedoc-Roussillon, dove tale “zona cuscinetto” è stata creata nell’agosto 2009, la biodiversità è esplosa e hanno trovato casa piante in grado di filtrare e decontaminare le acque in uscita dagli impianti di trattamento: la tecnologia, in questo caso, è la natura. Il prossimo passo è ZHART, un progetto partito un anno fa e in corso fino a marzo 2015 per sviluppare una vera e propria linea di trattamento terziaria negli impianti basata sulle paludi artificiali.

Suez Environnement ci tiene a sottolineare il proprio impegno in materia di sviluppo sostenibile – riconosciuto “Best in class” nel mercato da parte di vari indicatori, tra cui il Dow Jones Sustainability Index. Sempre in Costa Azzurra, a Cannes, si trova Aquaviva, il primo impianto “zero emissioni” che ha aperto i battenti un anno fa, ottenuto grazie a misure di ottimizzazione energetica, grazie alle pompe di calore che utilizzano l’energia termica delle acque reflue, all’impianto fotovoltaico e alla valorizzazione dei fanghi che vengono seccati per i cementifici dei dipartimenti limitrofi, che li usano come carburante (prima importavano pet cock dal Golfo del Messico). I fanghi vengono separati grazie alle membrane di ultrafiltrazione, tubicini cavi ma porosi che aspirano i fanghi come fa una cannuccia con il succo d’arancia: tutta la “polpa” rimane, e il liquido in uscita è particolarmente puro, tanto che presto andrà a innaffiare i terreni dell’aeroporto, degli impianti sportivi e del golf adiacenti. Una tecnologia che risale a circa dieci anni fa, e che ha rivoluzionato il trattamento. L’impianto di Cannes è inoltre all’avanguardia nella gestione delle acque eccedenti durante le piogge, un nodo-chiave nel trattamento delle acque (come ricordano le tragedie italiane di questi giorni): i bacini dell’impianto fanno da serbatoi. I fanghi seccati permettono poi la massima valorizzazione energetica.

Le acque di scarico possono dunque essere una fonte “verde” d’energia, e il recupero ottimale della biomassa residua è una delle sfide dell’industria. A monte, la loro energia calorifica può essere usata direttamente nelle reti cittadine di calore, come già avviene in Paesi come Francia, Germania e Stati Uniti. E a valle, nell’impianto di trattamento, i fanghi vengono trattati in digestori anaerobici e possono essere usati non solo come combustibile (il loro potere calorifico è pari a quello del legno, e metà rispetto al carburante), ma anche per la produzione di biogas e come fertilizzante organico per i suoli degradati.

Le tecnologie utilizzate non sono nuove, ma sempre più sofisticate ed efficienti. La direzione più recente è quella del recupero dai fanghi di materie prime quali azoto e fosforo, anche se il riciclo di quest’ultimo, presente nei fanghi, deve ancora essere industrializzato  e reso competitivo nei costi. Le innovazioni non riguardano solo le acque reflue domestiche e urbane, ma anche quelle industriali. Tra i progetti extraeuropei più all’avanguardia, quello di Chengdu, sede di PetroChina, la più grande compagnia petrolifera cinese. Grazie a una tecnologia chiamata Oxyblue, che combina ozonazione e biofiltrazione, l’impronta dell’acqua della raffineria è stata fortemente ridotta, e un terzo delle acque di scarico vengono riciclate nei circuiti di raffreddamento della raffineria stessa.

Carola Traverso

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