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La sostenibilità nel 2015: un racconto d’impresa firmato CSR Manager

settembre 27, 2010 Aziende, Pratiche, Progetti

Caterina TorciaObiettivo 2015. E’questa la data entro la quale comunicare le performance ambientali, sociali e di governance - oltre quelle finanziarie – dovrebbe diventare pratica comune di tutte le imprese. Altri cinque anni, al 2020, perché venga approvato e adottato lo standard internazionale del Report Integrato, lo strumento che consentirà di raccontare in maniera univoca, agli stakeholders, cosa fa e dove va l’impresa, nella massima trasparenza.  

La previsione è del CSR Manager Network, l’associazione italiana dei professionisti della responsabilità sociale e ambientale d’impresa, che ha riunito i propri iscritti giovedì 23 settembre, all’ALTIS, l’Alta Scuola Impresa e Società della Cattolica di Milano, per fare il punto della situazione insieme ai rappresentanti della “controparte finanziaria”: CNDCEC (il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili), AIAF (l’Associazione Italiana Analisti Finanziari) e AIIA (l’Associazione Italiana Internal Auditors).

Come sottolineato da Mervyn King, presidente del Global Reporting Initiative (GRI), nel suo intervento in videoconferenza, “ci sono voluti 100 anni per raggiungere una certa uniformità nella rendicontazione finanziaria, ma per ottenere uno schema di riferimento generalmente accettato sulla rendicontazione integrata dovremo agire in un arco temporale di 2-5 anni”. Un’accelerazione necessaria, in tempi di crisi, che ha portato, a luglio di quest’anno, alla creazione del Comitato Internazionale per la Rendicontazione Integrata, l’organo di coordinamento a cui anche CSR Manager Network intende allineare i propri sforzi.

Ne abbiamo parlato con Caterina Torcia, presidente del network e Head of CSR di Vodafone Italia.

D) Il 2015 è dietro l’angolo, è un traguardo ideale e ambizioso o verosimilmente raggiungibile?

R) Direi che è fattibile. Del resto anche le nuove linee guida ISO 26000 sulla responsabilità delle imprese in termini di sostenibilità verranno rese note già a fine novembre di quest’anno. Siamo ormai molto vicini a una cultura comune e a uno standard sulla responsabilità sociale e ambientale d’impresa. E’stata difficile la strada fino qui, ma ora gli strumenti ci sono, si tratta di integrare il tutto.

D) L’Italia spesso arriva in ritardo nell’adozione di strumenti innovativi per le imprese, in questo caso siamo tra i pionieri…

R) Con piacere posso dire, che come CSR Manager Network, siamo, da subito, protagonisti degli studi in corso, a livello internazionale, per la definizione degli standard e speriamo di esserlo anche nelle sperimentazioni che verranno fatte in Italia, come in altri paesi. E’significativo che i tavoli internazionali si sono costituiti tra luglio e agosto e noi siamo già qui a parlarne, con alcune imprese, al 23 di settembre. Poco fa siamo stati inoltre invitati da Ferpi a far parte del gruppo di lavoro sul reporting integrato dell’Oscar di Bilancio, dove, attraverso di noi, la voce delle imprese si farà sentire. Quando usciamo da queste riunioni, del resto, ciascuno di noi si fa portatore delle novità cercando di diffonderle all’interno della propria azienda.  

D) Quali sono, secondo lei, i punti in discussione più interessanti?

R) Attualmente si parla di report integrato per le grandi imprese quotate in borsa, noi dobbiamo invece capire se questi strumenti possono essere d’aiuto anche per le piccole e medie imprese, che sono, come noto, il cuore del sistema economico italiano, ma che solitamente sono le più spaventate dai costi e dalle incombenze legate alla sostenibilità. L’altro tema importante, su cui dibatteremo, è “volontarietà del report integrato versus obbligo di legge”. I paesi in cui questo discorso è più avanzato l’hanno, di fatto, adottato come obbligo di legge. Basti vedere il caso delle aziende quotate in Sud Africa (che dovranno adottare il King Report III, N.d.R.) o l’obbligatorietà di informazione circa alcuni indicatori ambientali, come avviene in quasi tutti i paesi anglosassoni o in Danimarca. Da qui la domanda: queste buone pratiche di sostenibilità si sviluppano per obbligo di legge o per volontà dell’impresa? Noi abbiamo finora spinto perché fossero buone pratiche volontarie, ma vista ormai la diffusione internazionale dei report di sostenibilità, i tempi sono forse maturi per ragionamenti diversi. Il terzo tema, a mio avviso particolarmente interessante, è “chi è responsabile di cosa?”. Quali figure professionali cioè, all’interno dell’azienda, dovranno farsi carico di redigere il report integrato. Ad oggi i CSR manager delle imprese sono inquadrati nelle direzioni comunicazione, affari pubblici e legali o risorse umane, quasi mai nella funzione finance. La vera integrazione dovrà avvenire, a livello di reporting, tra le strutture aziendali. Una collaborazione necessaria, ma chi la guiderà? Chi ne sarà il project manager?

D) Bel problema… Oggi le politiche di corporate social responsibility nelle aziende italiane sono affidate a manager con qualifiche molto diverse tra loro. Mi sa dire quanti sono, ad oggi, quelli con job title di CSR Manager?

R) Premesso che questo numero è destinato ad aumentare – anche grazie al marketing associativo che andremo a fare – noi oggi siamo in tutto circa 90 associati: alcuni sono analisti finanziari, ma il 70% ha propriamente un titolo che fa riferimento esplicito alla CSR.       

D) Qual è la provenienza principale, in termini di formazione, di chi si occupa di CSR in azienda?

R) La maggior parte dei nostri iscritti ha una formazione economica, anche se poi ha ricoperto ruoli nella comunicazione o a altre aree funzionali. Personalmente, io arrivo da Lettere e mi sento piuttosto avanguardista, direi “futurista”: numeri in libertà e parole in libertà se vogliamo sintetizzare, in una battuta, il nuovo linguaggio del racconto d’impresa.

Andrea Gandiglio

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