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Le città “intelligenti” riunite a Torino per fare squadra

febbraio 27, 2012 Eventi, Progetti

Si è tenuto il 23 febbraio a Torino, presso il Centro Congressi della Camera di Commercio, il convegno nazionale “Le Smart Cities dell’ANCI – Un progetto paese per le città ad alto potenziale di innovazione”, organizzato dall’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia, con l’obiettivo di fare il punto sui progetti Smart City, per lo sviluppo intelligente e sostenibile delle città europee, e confrontarsi sulle azioni da intraprendere, nell’immediato, per preparare il Paese a cogliere meglio le prossime opportunità di finanziamento derivanti dai Fondi Europei dedicati a questo settore. Ben 14 miliardi da spendere entro il 2020.

L’occasione è stata utile anche per fotografare, grazie ai progetti pilota già avviati nei diversi Comuni italiani, il livello di cooperazione tra pubblico e privato l’offerta di soluzioni tecnologiche disponibili sul mercato, tarate dalle aziende di elettronica, informatica e telecomunicazioni, sulle nuove esigenze smart. Multinazionali come IBM Siemens, ma anche aziende nazionali (che esportano all’estero) come UMPI; grandi fornitori di energia e di servizi, come ENEL e Telecom Italia, ma anche centri di eccellenza nella ricerca come ENEA. Le dimensioni aziendali non contano, le uniche parole d’ordine sono innovazione e sostenibilità.

Per questo il convegno è stato un raro esempio (per l’Italia) di perfetta cooperazione e sinergia tra Sindaci, Assessori di Comuni di medie e piccole dimensioni, rappresentanti di Confindustria, istituti di ricerca (ad intervenire anche il neo Presidente del CNR Luigi Nicolais) e Ministeri – come quello dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, rappresentato in sala dal ministro Francesco Profumo in persona.

Il messaggio chiave, da cui parte la relazione inaugurale del Sindaco di Piacenza Roberto Reggi, è che la strategia 20-20-20 dell’Unione Europea vede le città come fulcro per il raggiungimento dei propri obiettivi, in vista di uno sviluppo sostenibile di tutto il pianeta. Sono le città, del resto, che usano il 75% delle risorse energetiche e producono il 75% dei rifiuti e che hanno dunque  i maggiori obblighi, a nome della collettività, nell’applicazione delle direttive UE sull’inquinamento dell’aria e dell’acqua, sul rumore e la sicurezza. Problemi simili, che possono quindi vedere soluzioni comuni – pur adattate alle specificità locali – per ottimizzare i costi e il know how grazie alla volontà di “fare squadra”.

Ma il processo non sarà più quello dei vecchi modelli “dall’alto al basso”. I privati, in questa difficile congiuntura, sono gli unici in grado di mettere sul piatto risorse e attivare progetti di investimento, anche in assenza di contributi pubblici. Quelle delle smart cities saranno dunque politiche “dal basso”, che vedranno partecipazione e coinvolgimento a vari livelli, dalle imprese ai gruppi di cittadini, fino agli abitanti di un quartiere.  Anche perché saranno politiche in grado di incidere direttamente e rapidamente sulla vita dei cittadini.

Il percorso, però, facile a raccontarsi ma difficile da attuare, è lungo e tortuoso e all’ente pubblico spetta il compito, innanzitutto, di dotare le città di una pianificazione strategica, basata sulle vocazioni delle diverse aree, da valorizzare anche attraverso l’uso delle reti tecnologiche e dei Piani d’Azione per l’Energia Sostenibile (i cosiddetti PAES), come delineato dalle Carte Europee di Lipsia e Toledo e stabilito dal Patto dei Sindaci.

Occorre dunque avviare progetti pilota, per sperimentare soluzioni innovative e poi passare alle realizzazioni su larga scala, consolidando le forme partecipative tra le pubbliche amministrazioni, i gestori delle reti, i vendors dei servizi, le università e il mondo della ricerca. Bisogna ripensare il modello stesso di città, come ha sottolineato il Sindaco di Torino Piero Fassino, avendo ben presente che il futuro risiede nella complessità e nelle vocazioni multiple e non più nel vecchio modello univocazionale, che ha contraddistinto, in passato, le “città dell’auto”, del mobile, e di ogni altro settore produttivo. E’ necessario essere sempre “in presa diretta con i cittadini”, con le forze produttive e gli ambienti culturali, adottare modelli di comunicazione semplice e partecipativa. Basta alla gestione tecnocratica.

Questo, ricorda il Presidente CNR Nicolais, significa anche mettere in comune i dati e le esperienze più virtuose – lasciando da parte gelosie e ansie agonistiche molto provinciali – per cogliere appieno le aree di intervento prioritario dai reali bisogni degli utilizzatori (cittadini e imprese) e utilizzare la ricerca tecnologica come indispensabile strumento, ma non come fine. In sintesi, occorre “lavorare di più insieme” e condividere le conoscenze derivanti dai progetti di ricerca. Il CNR si dice disponibile a fare la sua parte e, a breve, sarà siglato un protocollo d’intesa tra il Centro di Ricerche Nazionale e l’ANCI.

Ma con quali risorse (oltre quelle private, non infinite) si potranno mandare avanti tutti questi buoni propositi? L’unica soluzione sembra quella di rivedere urgentemente il Patto di Stabilità dei Comuni, che non distingue tra spesa corrente e investimenti e fissa obiettivi sfidanti ma irraggiungibili, inibendo lo sviluppo dei progetti Smart City. E’ l’opinione su cui convergono sia Fassino che il Sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo, il presidente ANCI Graziano Delrio e tutti i Sindaci presenti. Non basterà dunque attingere ai finanziamenti dei bandi europei, ma bisognerà anche sbloccare risorse locali accantonate dai più virtuosi, se si vuole fare di Smart City un vero volano di crescita per l’intero paese.

Anche lo Stato, che oggi gode – grazie al Patto di Stabilità – dei risparmi di questi Comuni virtuosi, dovrà però fare la sua parte. Ed è il Ministro Profumo ad anticipare, nella sua relazione conclusiva, che il Governo metterà sul piatto, nei prossimi mesi, un miliardo di euro, per cofinanziare progetti Smart City. Un contributo che permetterà alle amministrazioni locali di costruire alleanze e prepararsi a raccogliere gli ulteriori finanziamenti previsti dall’Unione Europea: 90 miliardi tra il programma Horizon 2020 e i Fondi per la Coesione, che punteranno, nel nuovo ciclo che si aprirà dal 2014, a obiettivi di Social Innovation: ogni euro investito nella ricerca tecnologica dovrà moltiplicarsi all’ennesima potenza in risultati per lo sviluppo sociale.

Valentina Burgassi

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