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L’Italia frana e le collezioni geologiche di Quintino Sella stanno chiuse in magazzino

marzo 2, 2012 Nazionali, Politiche, Progetti

Un museo di scienze naturali si ammazza anche così. Gli si toglie la sede, magari storica, che viene sgombrata di fossili e carte antiche e venduta al miglior offerente. È quello che è accaduto al Museo Geologico di Roma, voluto da Quintino Sella, inaugurato nel 1885 dal re Umberto I e miseramente chiuso nel 1994. Le collezioni vennero imballate, e da allora non sono più visibili. Negli anni, sono passate sotto la custodia della Presidenza del Consiglio e poi del Ministero dell’Ambiente, seguendo le vicende degli enti poi confluiti nell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), che attualmente si occupa di questo patrimonio. «Nel 1994 – spiega Myriam D’Andrea, responsabile dal 2006 delle Collezioni geologiche e storiche dell’Ispra – tutti i campioni vennero imballati e trasferiti per consentire la ristrutturazione dell’edificio, che invece nel 2003 è stato venduto. Oggi ospita feste burlesque e c’è chi dice che in futuro diventi un hotel o un supermercato».

Per la restituzione della sede storica, il presidente della Federazione Italiana di Scienze della Terra Silvio Seno ha rivolto, in questi giorni, un appello al Capo dello Stato, a nome di tutti i geologi. «La ristrutturazione – scrive Seno – non fu mai completata e la sede, non essendo più di pertinenza di un istituto della Presidenza del Consiglio, a seguito della costituzione dell’Apat (che dipendeva da ministero dell’Ambiente, ndr), fu restituita all’agenzia del Demanio. E, nonostante un’infinita serie di battaglie, portate avanti dalla stessa Apat, dal Ministero dell’Ambiente, da diverse associazioni tra cui Italia Nostra, supportate dagli organi di stampa, l’edificio nel  2003 venne alienato. Pertanto le collezioni non ritorneranno nella loro sede originaria». Mirella Belvisi della sezione romana di Italia Nostra, che ha seguito direttamente la questione, racconta: «Il materiale fu portato via per il restauro, e dopo, approfittando del fatto che ormai l’edificio era vuoto, per il Demanio è stato più facile venderlo. Noi protestammo anche con il Comune di Roma, che però appoggiò l’operazione perché avrebbe ricevuto una percentuale del ricavato».

Le collezioni, spiega Myriam D’Andrea, erano molto ampie: «Più di 150.000 campioni  e reperti, di cui il primo nucleo è confluito a Roma quando è diventata Capitale del nuovo Stato unitario. Una buona parte viene dalle campagne di rilevamento per la Carta Geologica d’Italia». Ci sono anche raccolte prestigiose, acquistate dallo stato o ricevute in donazione, come quelle dei marmi antichi e dei plastici geologici. Alcune «venivano portate, tra fine ’800 ed inizi ’900, nelle Esposizioni Universali come veri e propri “gioielli di famiglia”». Per più di cento anni, questo patrimonio è stato custodito nel grande edificio in stile Liberty di Largo Santa Susanna, nel centro storico della Capitale, dove aveva sede anche il Servizio Geologico Nazionale voluto da Quintino Sella, geologo, alpinista e Ministro delle Finanze nei primi governi post-unitari.

Le migliaia di fossili e i marmi che fino al 1994 ricoprivano le pareti delle sale, circa 2.400 metri quadrati di esposizione, oggi sono in gran parte custoditi nei magazzini. Sono visibili solo on line in un museo virtuale realizzato dall’Ispra, e solo una piccola frazione, circa 400 metri quadrati, è ancora presente, ma non aperta al pubblico, presso la sede dell’Istituto di via Curtatone: «Ma ancora per poco, perché quell’edificio è in affitto e sta per essere restituito alla proprietà”, precisa D’Andrea. “Per adesso, finché non sarà trovata una nuova sede, anche gli ultimi pezzi verranno chiusi in un magazzino. E’ un brutto momento: come tutti i tecnici sanno, l’imballo non fa bene alle collezioni geologiche, perché i campioni devono respirare». Mentre la maggior parte di essi sono conservati in scatole e casse dal 1995, e potrebbero risultare danneggiati.

Dunque, che ne sarà di questo immenso patrimonio? «L’Ispra – continua la dottoressa D’Andrea – si sta adoperando per cercare una sede idonea e rendere di nuovo fruibili le collezioni. C’è un iter avviato». L’idea sarebbe di creare «un museo a tutto tondo che lavori per trasmettere la cultura del territorio e delle geoscienze, e l’importanza della prevenzione dei rischi attraverso la formazione e la conoscenza. Un luogo che faccia da tramite tra il mondo dei tecnici e le  amministrazioni e i cittadini». Vi dice qualcosa la parola “dissesto idrogeologico? I ricordi di Genova bruciano ancora nella memoria collettiva, ma in tempi così magri, risulta difficile pensare che un ente pubblico possa permettersi di acquistare o affittare, senza aiuti privati, un edificio in grado di ospitare tutti gli oltre 150.000 pezzi. Il presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Gian Vito Graziano, ha lanciato un appello perché il museo venga riaperto presto, «non solo per il grande patrimonio che esso rappresenta, ma anche perché l’Italia deve puntare in modo deciso su una politica di valorizzazione dei beni naturali», sperando in un «intervento delle più alte cariche dello Stato, alle quali chiediamo di salvare questo patrimonio di valore unico».

Nella sua lettera a Napolitano, il presidente della Federazione Italiana di Scienze della Terra chiede che sia riacquistata la storica sede di Largo Santa Susanna, auspicando un «autorevole intervento» del presidente della Repubblica per «restituire al patrimonio nazionale questo monumento, dove tuttora campeggia sulla facciata la scritta “Ufficio Geologico”, e di consentire che torni alla sua destinazione originaria, a disposizione di tutti gli Italiani». Come? Le casse dello Stato sono vuote, e una soluzione, suggerisce Mirella Belvisi di Italia Nostra, potrebbe essere ospitare il museo «in uno degli edifici militari che il Demanio sta per vendere». E c’è anche chi spera che si faccia avanti un mecenate. Della Valle, però, è già impegnato con il Colosseo…

Veronica Ulivieri

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