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Marco Moretti: l’ecoturismo visto da un viaggiatore di professione

luglio 16, 2013 Idee, Progetti

Greenews.info ha intervistato per la sezione Green News di LaStampa.it, Marco Moretti, reporter di viaggi e giornalista ambientale, fotografo e autore di guide turistiche, che, dopo aver trascorso gli ultimi venticinque anni girando tutto il mondo, ha fondato il sito ecoturismoreport.it. Con lui abbiamo fatto il punto su cosa vuol dire oggi essere un “ecoturista”. Ecco la seconda parte dell’intervista.

D) Moretti, lei ha visitato praticamente tutto il mondo. Ci sono luoghi dove è più facile viaggiare in modo sostenibile e altri dove – per problemi di infrastrutture, trasporti, ecc. – diventa oggettivamente difficile?

Secondo me non è mai un problema di luoghi, ma di persone: la sostenibilità del viaggio deriva dal viaggiatore. Ci sono alcune regole d’oro da osservare. Innanzitutto bisogna usare mezzi di trasporto locali e non affittare automobili. Poi è bene dormire nelle strutture che sono a disposizione, senza pretendere maggiori comfort; meglio se in strutture piccole (b&b o guest house), che incentivano il rapporto diretto, sia economico che culturale, con i popoli visitati. Se ad esempio si va a fare trekking in montagna, è meglio dormire nei rifugi e non pretendere resort di lusso. Più si è esigenti in termini di comfort, più si sollecitano la cementificazione, il consumo di energia per scaldare l’acqua, l’importazione di tecnologie con tutto quello che ne consegue in termini di impatto ambientale. Anche il cibo che si sceglie è fondamentale: bisogna mangiare quello locale. Se si è dall’altra parte del mondo e si pretende di mangiare italiano, già si crea un impatto sull’ambiente dal momento che il cibo deve essere importato. E poi che senso avrebbe? La cucina è la prima espressione culturale di un popolo, rifiutarla ci fa già partire svantaggiati nella conoscenza della sua cultura.

D) Adattarsi è la parola d’ordine, insomma…

Sì, e anche essere flessibili nelle proprie abitudini: per quanto buone e virtuose siano, essere pronti a modificarle all’occorrenza. Io ad esempio sono vegetariano da trent’anni, ma quando sono stato in Groenlandia mi sono dovuto adeguare all’alimentazione locale, che è basata quasi esclusivamente sul pesce. Lì infatti non si può coltivare nulla, c’è un brevissimo periodo dell’anno in cui crescono delle rape succose come mele, che si mangiano crude a morsi, e poi si fanno insalate di mirtilli e fiori: non c’è altro di vegetale nella loro dieta. Per un vegetariano o un vegano inflessibile sarebbe impossibile sopravvivere. Certo, lo sappiamo tutti che l’impronta ecologica di un vegetariano è minore di quella di una persona che mangia carne e pesce, ma bisogna imparare a guardare le situazioni da prospettive diverse. Il fanatismo, in qualunque campo, non paga mai.

D) Qual è stato il suo viaggio più “ecologico”?

Non sono mai riuscito a rispondere alla domanda “il viaggio più ecologico” o “il più bello”. Il viaggio in Tasmania negli anni ‘90 è stato ad esempio molto importante, perché mi ha portato a considerare il rapporto fra turismo e ambiente. Ho fatto molti viaggi a fortissimo contatto con la natura, ma purtroppo alcune delle più grandi bellezze naturali le ho viste in condizioni inquinanti, come durante i safari in Africa. Il primo foto-safari a cui ho partecipato è stato in Kenya nel ’90: le jeep entravano nei cespugli per stanare i leoni! Insomma, il mio primo leone l’ho visto nel modo meno ecologico immaginabile… Fortunatamente oggi c’è una sensibilità più diffusa.

D) In Tasmania, dicevamo, l’ecoturismo divenne una soluzione per evitare il taglio delle foreste. Ci sono altri casi in cui forme di ecoturismo o turismo naturalistico possono aiutare a salvaguardare l’ambiente?

Sì, certamente. Un altro esempio sono le Game Farm in alcuni stati africani. Si tratta di fattorie in cui si affiancano le normali attività di allevamento alla cura di animali selvatici feriti, che poi vengono reintrodotti nei loro habitat. Queste strutture hanno trovato un metodo efficace per autofinanziarsi proprio grazie ai turisti che ospitano. O ancora, il whalewatching. Pochi lo sanno, ma l’avvistamento delle balene si può praticare anche da noi, nel Mar Ligure, e il ricavato serve a finanziare la ricerca sui cetacei. Al whalewatching è anche dedicata una sezione specifica del nostro sito.

D) Ma ecologia e turismo, in definitiva, sono davvero conciliabili?

Be’, si dice che il miglior modo per fare ecoturismo sia starsene a casa propria…È indubbio che ogni spostamento abbia un impatto sull’ambiente. Io stesso mi rendo conto che, anche se sono vegetariano, sto attento a ridurre i miei consumi e quando sono in città mi sposto solo in bici, ogni volta che prendo un volo intercontinentale mi porto in un attimo al livello di quelli che girano con il SUV e usano l’aria condizionata tutto il giorno. Il punto è che, se di viaggiare non si può fare a meno – per lavoro o perché, come me, si ha la “malattia” –  bisogna però fare di tutto per compensare, quando si è sul posto, con altri comportamenti virtuosi.

Giorgia Marino

Leggi la prima parte dell’intervista su LaStampa.it

 

 

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