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Retrace, un progetto per “ridisegnare” le politiche di progettazione in Piemonte

giugno 26, 2017 Progetti, Rubriche, Top Contributors

Pubblichiamo un intervento di Antonio Castagna, responsabile scientifico del Tavolo del Riuso, che riassume una conversazione con Silvia Barbero, ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino e Vincenzo Zezza, dirigente responsabile della competitività della Regione Piemonte, sul progetto europeo Retrace, che ha come ambizioso obiettivo quello di contribuire a trasformare il Piemonte in “un territorio a economia circolare”.

Il progetto Retrace: a Systemic Approach for Regions Transitioning Towards a Circular Economy, è un progetto Interreg Europe, finanziato dall’Unione Europea, della durata di 4 anni (aprile 2016-marzo 2020). Sono coinvolti come partner diversi gruppi di ricerca e le rispettive amministrazioni regionali di 5 diversi paesi europei: Italia, capofila con il Politecnico di Torino, Francia, Romania, Slovenia e Spagna. Il progetto ha come obiettivo di contribuire a modificare in direzione della circular economy le linee strategiche di intervento nelle Regioni direttamente coinvolte, Piemonte, Nuova Aquitania, Paesi Baschi spagnoli, Repubblica Slovena e Regione Nord-est della Romania.

Sul fronte italiano Silvia Barbero è la responsabile del progetto, la referente che sta raccogliendo indicazioni di metodo, di organizzazione e buone pratiche, da tradurre in policy, mentre Vincenzo Zezza è colui che dovrà tradurre le indicazioni finali in azioni di programmazione che avranno ricadute, in Piemonte, soprattutto nel quinquennio 2021-2026.

Siamo abituati a pensare ai designer come a persone che progettano oggetti, li concepiscono, li disegnano, li accompagnano fino alla realizzazione, per rispondere a un bisogno o a un capriccio del consumatore. Invece, secondo Silvia Barbero – allieva di Luigi Bistagninoil Design Sistemico può essere utile a ridisegnare le politiche. “Abbiamo costruito il progetto seguendo l’ipotesi che il Design Sistemico possa offrire un grande contributo nel progettare le politiche necessarie a diventare un’area a economia circolare. Sapevamo dell’esistenza di buone pratiche già presenti in Piemonte e in altre regioni europee, non ancora organizzate in un sistema più ampio, dove le Regioni potessero coordinare e valorizzare il potenziale”.

Per la Regione Piemonte, inizialmente, le ipotesi su cui lavorare erano più ristrette, con un orientamento alla concretezza immediata degli oggetti, frutto di processi che hanno dato vita a filiere più o meno tradizionali, come l’automotive, la chimica verde, l’agrindustria, tutti settori in cui il Piemonte vanta eccellenze e competenze. Quando il progetto Retrace è partito, uno degli intenti della Regione era, infatti, quello di verificare la possibilità di riciclare le componenti plastiche dell’automobile, il cosiddetto fluff, dato che per il 95% del loro peso le auto vengono già costruite con materia riciclata.

Man mano che l’analisi del contesto è avanzata e la collaborazione tra Regione e Politecnico si è approfondita, è diventato tuttavia evidente come individuare gli scarti sia in realtà solo un punto di partenza, un modo per circoscrivere i problemi più rilevanti e – risalendo da problema a problema-  cominciare a immaginare processi che siano del tutto circular, processi cioè che scarti non ne producano, perché progettati in modo che la materia sia costantemente rigenerata, in qualsiasi fase della sua vita.

Vincenzo Zezza ha comunque buoni motivi per sostenere la sua posizione iniziale e sottolineare l’importanza dell’analisi degli scarti, anche dal punto di vista dello sviluppo strategico di una filiera. Porta ad esempio la vicenda della nave Concordia di Costa Crociere, smantellata di recente: attualmente non esistono leggi né regolamenti che impongano una progettazione di navi che tenga conto anche della fase di smantellamento e demolizione. Pertanto, smantellare una nave è talmente complicato che molti armatori preferiscono spiaggiarle in paesi del Terzo Mondo, come fossero relitti che si sono incagliati casualmente su una spiaggia poco frequentata! Si tratta di migliaia di tonnellate di ferro, acciaio e altri materiali, lasciati a deperire in riva al mare. “La Concordia, invece – afferma Zezza – è stata l’occasione per trasformare il suo smantellamento in un vero e proprio progetto di ricerca. Chi ha realizzato quell’operazione ora ha un sapere su come andrebbero costruite le navi, in modo che divenga più semplice smontarle e riutilizzarne la materia prima”. “È a questo punto – prosegue Zezza – che possiamo cominciare a parlare di un approccio circular per la progettazione delle navi. Era questo il nostro intento iniziale anche per Retrace: individuare le filiere più importanti, mappare gli scarti prodotti, cercare una soluzione agendo sulla qualità del progetto”.

Eppure non si è fermato tutto qui. Man mano che l’analisi del sistema locale si è approfondita – i designer sistemici lo chiamano “rilievo olistico” –  gli incontri con gli stakeholder sono andati avanti e i viaggi negli altri paesi si sono susseguiti (sette trasferte in tutto: nei cinque paesi partner, e in più in Olanda e in Scozia), è diventato sempre più evidente che l’analisi degli scarti prodotti da alcune delle più importanti filiere piemontesi potesse essere solo un punto d’avvio. Altre questioni sono emerse con grande rilevanza. Ad esempio il fatto, aggiunge Zezza, che “se vogliamo integrare in un progetto la filiera della chimica verde e quella dell’automotive, promuovendo progetti di ricerca che portino alla sostituzione delle parti in plastica con bioplastiche, compostabili, allora dovremo mettere in connessione i due mondi. Il che non è semplice, per le diverse caratteristiche produttive, perché le imprese dei due settori non si sono mai confrontate a questo scopo, perché né l’uno né l’altro conoscono i processi e le potenzialità dell’altro. E non è semplice nemmeno dal punto di vista formale, visto che i finanziamenti europei all’industria, i fondi FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), non possono essere destinati all’agrindustria, che invece attinge ai fondi FEASR (Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale)”.

È in questi snodi che si capisce concretamente quali ostacoli il paradigma dell’economia circolare dovrà affrontare per affermarsi: ostacoli di natura istituzionale, organizzativa e culturale, prima ancora che la difficoltà di trovare soluzioni tecnologiche e operative.

Ecco dunque spiegato perché il design si rivela essere una disciplina in grado di dare contributi significativi a ridisegnare anche le politiche. Retrace ha spinto le imprese a confrontarsi con gli stakeholders del territorio e poi ha consentito loro di cominciare a intavolare un confronto con la Regione. È da incontri come questi, dalle visite sul campo, dai momenti di coordinamento, che approcci e culture diverse si incontrano e cominciano a intendersi.

“Noi, come Regione, partivamo – continua Zezza – da un approccio tipico degli anni ’70, quando ogni Direzione agiva per conto suo, senza bisogno di confrontarsi con le altre. Oggi tutto questo non è più possibile, perché se vuoi valorizzare l’approccio circular occorre che direzioni diverse non solo si parlino, ma progettino insieme. Ad esempio, ci siamo accorti di come la filiera del tessile, tradizionale in Piemonte, possa diventare una fonte importante per produrre non solo tessuti, ma anche materiali bio-based da utilizzare nell’industria. Questo è un passo avanti importante, che sarebbe stato impossibile se avessimo continuato a ragionare esclusivamente in termini di filiere. Ma non è finita, ora che siamo pronti a pensare in termini nuovi, ci accorgiamo che in Europa ormai importiamo quasi tutta la materia prima, che evidentemente dovremmo ricominciare a coltivare. E questo ha a che fare con la necessità di ripensare le politiche agricole dell’Europa, una questione su cui la Regione non ha potere, se non quello di fornire dei feedback al sistema europeo, nelle sedi opportune, affinché si possano progettare interventi adeguati”.

Anche Silvia Barbero ha molto a cuore la dimensione istituzionale e il redesign delle politiche di progettazione. “Una sorpresa importante – dice – l’abbiamo avuta in Olanda, durante una delle visite sul campo, dove è molto rilevante la dimensione metropolitana della progettazione circular. Lì ci siamo accorti, ad esempio, di come il coinvolgimento di stakeholder di grande peso, come l’Aeroporto di Schiphol, possa essere un traino notevole, perché crea una naturale sinergia tra dimensione istituzionale, impresa privata, innovazione nei processi e nei prodotti. L’area dell’aeroporto è diventata una sorta di hub dell’innovazione circular, e questo sta generando una domanda di progetti applicativi capaci di costituire massa critica. Basti pensare, per farsi un’idea dell’impatto, che l’aeroporto di Schiphol accoglie 25 milioni di passeggeri ogni anno e impiega 3.000 addetti. La società che lo gestisce ha deciso che ogni intervento – ristrutturazioni, costruzione di nuovi edifici, illuminazione, riscaldamento, trasporti – da ora in poi andrà pensato e progettato in ottica circular”.

Il progetto Retrace prevede adesso le ultime visite sul campo, in Romania e in Scozia, dove Zero Waste Scotland, l’autorità regionale preposta a costruire la transizione verso un modello di sviluppo circolare, è molto interessata a dialogare con altre esperienze. Dopodiché sono previste le attività di disseminazione, che prevedono la realizzazione di incontri con diversi stakeholder, sia a livello locale che europeo, e la realizzazione di alcune pubblicazioni, oltre, soprattutto, all’azione di programmazione della Regione, per il quinquiennio in corso e per il successivo (2021-2026).

Il cambiamento, come si vede quando ci si confronta con sistemi complessi, è soprattutto una questione di visione e di pazienza

Antonio Castagna

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