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Stati Generali: per non perdere il trend della green economy

novembre 8, 2012 Idee, Nazionali, Politiche, Progetti

Dovremmo forse smetterla di chiamarla green economy, e parlare di economy“. Tutta l’economia, cioè, dovrà essere, d’ora in avanti, “verde”. A lanciare la provocazione è Andrea Gnassi, il Sindaco di Rimini, la città che ha ospitato oggi gli Stati Generali della Green Economy, nella giornata inaugurale di Ecomondo. Il primo cittadino non tradisce la sua consueta brillantezza e rilancia ancora:  ”Dopo la seconda Guerra Mondiale la CECA nacque con l’idea di mettere insieme il carbone e l’acciaio, risorse del sottosuolo, perché non utilizzare il prossimo 10 dicembre, quando l’Unione Europea riceverà il Premio Nobel per la Pace, per unire i popoli nel nome dell’aria, del sole e della terra, in un’ottica di sviluppo sostenibile?”.

Per ora gli Stati Generali – promossi dal Ministero dell’Ambiente su stimolo della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile dell’ex ministro Edo Ronchi – hanno un’ambizione più contenuta, ma non meno impegnativa: mettere a sistema le forze, fino ad oggi frammentarie e disaggregate, della green economy italiana, per definire una visione comune e “fare sistema”. L’incontro di oggi è, infatti, il frutto di una consultazione che ha visto coinvolte, nei mesi scorsi, 39 organizzazioni di imprese, con 193 partecipanti ai gruppi di lavoro e 8 Assemblee Nazionali Programmatiche, nelle quali sono intervenuti 1120 operatori del settore. Già di per sé un piccolo miracolo nell’Italia dei campanili (anche se – a sentire illustri esclusi – non mancano le ombre su alcuni meccanismi di selezione degli “esperti”).

Fatto sta che, grazie a questa coraggiosa iniziativa, la green economy è, da questo momento, un processo (e non solo un progetto), che politici e amministratori non possono più ignorare. Ma attenzione – ammonisce Ronchi – “a non perdere il trend internazionale della green economy“. Se la consapevolezza è ormai alta, non bisogna infatti cedere all’usanza, tipica dell’Italia nelle sue espressioni peggiori, di girare all’infinito intorno alla questione senza mettere in atto, concretamente, la rivoluzione che, invece, è già da tempo partita in altri Paesi europei, a cominciare da quelli del Nord.

Ma anche dal Brasile e dalla Cina, ricorda Corrado Clini, a cui spetta il compito introduttivo di tratteggiare lo stato dell’arte e le iniziative intraprese dal Governo, a sostegno dello sviluppo sostenibile nel nostro Paese. “La mia omologa brasiliana Izabella Teixeira – spiega il Ministro – sostiene, a ragione, che dopo il vertice di Rio+20 non abbiamo più bisogno di vertici tra gli Stati, ma di vertici tra le imprese“. Un modo per dire: la via è tracciata, ora serve riempirla di business. Come già stanno facendo le 740 imprese italiane che operano in Brasile nell’ambito della green economy, pur mantenendo la base in Italia – atto quasi eroico, di questi tempi, che vale loro il ringraziamento del Ministro e il suo impegno ad agevolare ulteriormente i rapporti internazionali, grazie anche ad un accordo bilaterale con il gigante sudamericano.

Senza dimenticare, però, gli “affari interni”. Tra le 70 proposte per contribuire a far uscire l’Italia dalle due crisi (quella economico-finanziaria e quella ecologico-climatica), emerse dal lavoro dei gruppi di studio tematici – e approfondite nel Rapporto curato dalla Fondazione di Ronchi insieme all’ENEA – Clini fa sua, innanzitutto, quella della revisione degli strumenti normativi. Spesso infatti, spiega il Ministro, “le normative ambientali generano un insieme di leggi che, paradossalmente, portano a risultati opposti a quelli sperati”. Basti pensare al caso delle autorizzazioni ambientali, il cui iter dura talvolta anche 5 anni (come nel caso dell’Ilva), quando potrebbe durare 6 mesi. Non si può sempre però, aggiunge Clini, “forzare le cattive abitudini, è fondamentale fare in modo che l’obiettivo ambientale si possa ottenere in maniera lineare e trasparente“.

Non perdere i trend, dunque, ma non perdere nemmeno i treni. Clini riporta l’attenzione sulla necessità di dotare il Paese di quelle infrastrutture che possano garantire una mobilità e una logistica sostenibili, per tornare a crescere. E’normale, si domanda retoricamente il Ministro, che un in un paese in cui il 90% delle merci viaggia su gomma, si blocchino le infrastrutture ferroviarie per una distorta interpretazione delle normative ambientali? E poi, ancora, fiscalità ecologica, project bond, agevolazioni alla chimica verde, stabilizzazione del credito d’imposta del 55% per l’efficientamento energetico, finanziamento agevolato allo 0,5% per le imprese della green economy che assumono giovani. Clini è un fiume in piena nell’illustrare quello che il suo Ministero ha già realizzato o sta facendo – spesso d’accordo con lo Sviluppo Economico del collega di Governo Passera – per dare slancio alla green economy nazionale.

Gli organizzatori di questa meritevolissima e lodevole impresa ci concederanno solamente una nota. Quale ruolo immaginano, in tutto ciò, per la comunicazione e l’informazione? I media sono solo una trombetta celebrativa, da far accordare al prode Giliberto, o possono avere un ruolo più nobile nel coinvolgimento e nella formazione del cittadino e degli operatori del settore? Ad oggi non è chiaro, tanto che “l’informazione”, nella presentazione al pubblico di Ronchi, si esaurisce in una citazione en passant, tra gli “altri strumenti”. Eppure in sala siamo solo cinquecento, come comunicheremo i prodigi della green economy agli altri 59.999.500 italiani? Qualche umile idea potrebbe emergere dal “fuori salone” dei giornalisti ambientali, in programma venerdì 9 nel meno blasonato Social Media Corner di Ecomondo.

Andrea Gandiglio

Leggi anche “Stati Generali della Green Economy: contro i falsi miti” nella sezione Approfondimenti di Greenews.info su Lastampa.it

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