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Verbania, la “città con la scarlattina” apre al riuso. Intervista a Roberto Tognetti Top Contributors

gennaio 16, 2018 Progetti, Rubriche, Top Contributors

Dopo il “Tavolo del Riuso” a Torino, anche a Verbania, sulle sponde occidentali del Lago Maggiore, nascerà il “Polo del Riuso. Un convegno inaugurale, il prossimo 19 gennaio, discuterà di come il riuso di oggetti e spazi possa contribuire a ridefinire una città. Antonio Castagna, coordinatore scientifico del Tavolo del Riuso torinese, ha intervistato per noi l’Arch. Roberto Tognetti, curatore dello studio di fattibilità e già autore, con Giovanni Campagnoli, del libro “Riusiamo l’Italia“…

D) Roberto, ci racconti come è nata l’idea di realizzare il nuovo “Polo del Riuso” a Verbania, nel Piemonte nord-orientale?

R) A Verbania si è realizzata una convergenza di intenzioni tra la cooperativa Mani Tese, che agisce sia a livello nazionale che internazionale in progetti di economia sociale – con particolare attenzione al riuso e riciclo – l’amministrazione comunale (in particolare con il sindaco della città, Silvia Marchionini) e l’approccio tecnico-strategico che deriva dalla nostra ricerca elaborata nel libro “Riusiamo l’Italia”. Tutto nasce dall’esperienza realizzata in questi anni da Mani Tese nella sede presso l’ex convento di San Bernardino, che è stato utilizzato come punto dove sperimentare il commercio di beni e oggetti usati. Un gruppo di volontari, per alcuni anni, ha raccolto e commercializzato abiti usati, mobili, oggetti per la casa, stoviglie, suppellettili, attrezzi, e così via. Lo scorso anno la cooperativa ha promosso un convegno sui temi del riuso coinvolgendo esperti a livello nazionale, con l’idea di dare una nuova forma, più compiuta e organizzata a questa esperienza. Lì è nata la conoscenza reciproca e l’intenzione di andare avanti. Successivamente l’amministrazione comunale ha promosso uno studio di fattibilità, che fosse incentrato su un’idea più ampia del semplice centro di riuso. Il tema, infatti, è quello di fare del riuso un’occasione per generare progetti di senso nel tessuto urbano, attraverso la riabilitazione di spazi e la creazione di occasioni molteplici per aggregare nuovi interessi di soggetti diversi…

D) Cosa ne è scaturito?

R) Il documento che abbiamo messo a punto più che certezze assolute esprime linee di fattibilità da implementare e approfondire con altre verifiche operative con gli attori delle possibili nuove filiere del valore. Offre quindi la possibilità di confrontarsi su una visione di città che si può e si deve rigenerare intorno ai suoi asset dismessi o sottoutilizzati e ha l’obiettivo di innescare un processo di aggregazione di operatori vecchi e nuovi sui paradigmi emergenti della cosiddetta “economia circolare”.

D) “Economia circolare” è un termine molto abusato. Cosa intendi, in concreto?

R) Intendo dire che il legame forte che questo studio cerca di innescare è quello tra riuso di oggetti, di materie, di materiali e la valenza strategico-urbanistica dell’intervento, le ricadute sulla qualità della città, a cominciare dalle aree oggetto dei primi approfondimenti già elaborati. Nello specifico, è vero che l’ipotesi progettuale prevede la realizzazione degli spazi funzionali per la gestione del centro di riuso, obiettivo della cooperativa Mani Tese, ma è anche l’espressione di una ricerca ancora aperta. È previsto che gli spazi vengano riempiti da altre iniziative, da spazi di co-working e start up che abbiano in comune il tema del riuso, ma si tratta di indicazioni di carattere generale, perché è uno schema progettuale aperto, che dovrà tenere conto di quanto emergerà nei prossimi mesi.

D) Come definiresti, sinteticamente, il “Polo del Riuso” e la sua attività?

R) Con l’espressione “Polo del Riuso” individuiamo il campo di azione, che contiene, certamente, il Centro del Riuso. Però abbiamo anche l’esigenza di dare cittadinanza ad altre esperienze. L’ipotesi è che una volta organizzata la filiera del riuso, impiantati i laboratori, realizzato il punto vendita, possano nascere lì dei percorsi formativi legati alla sostenibilità, al ciclo di vita dei prodotti e dei materiali, all’ecodesign, al bricolage dei materiali riciclati. Nell’insieme serve ospitare altre esperienze incrociando e intrecciando competenze e storie diverse di persone capaci di operare nel riuso anche al fine di creare comunità di pratica. È importante in tal senso anche l’aspetto della convivialità, con la presenza di un punto di ristoro, di un bar, in modo che possano rafforzarsi esperienze e metodi collegati al piacere di stare insieme. L’investimento deve puntare a configurarsi come riferimento per creare coesione socio-economica intorno ai soggetti svantaggiati, ma anche come un luogo riconoscibile della città, capace di produrre senso e relazioni nuove. Si tratta di aspetti relazionali complessi, che richiedono un approccio di tipo “incrementale” per definire un rapporto con la città che non può essere né frettoloso, né automatico.

D) Prima hai fatto riferimento alla “valenza urbanistica”, puoi approfondire questo aspetto?

R) Sì, valenza urbanistica e strategica! Questo è un tema molto importante per una città come Verbania a fronte della prima “mappatura del vuoto urbano” costituita da oltre 100 spazi costruiti e non più utilizzati. Abbiamo trasferito la banca dati che l’ufficio tecnico aveva già predisposto sull’immagine di tipo satellitare utilizzando il colore rosso, in questo modo è emersa una visione della città dall’alto, campeggiata da una moltitudine di punti rossi, paragonabile a una “città con la scarlattina”, se si vuole usare una metafora sanitaria di tipo “pop”. Il tema degli spazi, del loro riutilizzo e rifunzionalizzazione, è dunque centrale, a Verbania come nel resto d’Italia, come abbiamo dimostrato nel libro scritto insieme a Giovanni Campagnoli. Per precisione, il sito dove è prevista la costruzione del Polo del Riuso, denominato “area Francesa”, al momento è libero e non costruito e ciò sembrerebbe rappresentare, apparentemente, un paradosso, ma si tratta di un’area problematica che risulta di fatto “contestualmente” collegata al grande complesso ex acetati, area industriale di rilevante entità, da molti anni fatiscente e semiabbandonata. Questa scelta costituisce dunque il segnale della volontà di riscattare dall’oblio quel pezzo di città.

D) Hai parlato spesso di ricerca, work in progress e utilizzi l’espressione “Polo del Riuso” invece del più consueto “Centro di Riuso”, puoi spiegare meglio il senso di queste scelte lessicali?

R) Parlo di ricerca nel senso di “ricerca progettuale”, anche perché in Italia, al momento, non esiste un modello facilmente replicabile. Nello studio riporto diversi casi, alcuni italiani, altri stranieri, alcuni grandi e pioneristici, altri piccoli, e riporto casi che non sono necessariamente connessi con i “centri di riuso”, ma che in quanto eventi di comunità di pratica su quei temi rimandano alla stessa sfera semantica, come nel caso dei “repair café”. Il caso italiano, ci siamo resi conto, non può replicare goffamente quello nord-europeo, perché richiederebbe investimenti ingenti che per ora, da noi sono di difficile programmazione. La questione richiede quindi uno sforzo di progettazione in più e la ricerca di nuove connessioni tra soggetti ed esperienze diverse, oltre a un lavoro di assimilazione e rielaborazione da parte delle istituzioni locali, che è quello che sta accadendo qui a Verbania in questi anni. Il tema del riuso poi, se teniamo presente anche il riuso degli spazi, porta con sé nuovi temi, come quello della sostituzione edilizia con varie tipologie di intervento tra decommissioning e smontaggio dei manufatti, finalizzati al recupero di materiali, semilavorati e componenti, tutte attività aperte all’innovazione e all’emersione di nuovi soggetti specializzati. L’esperienza in corso a Verbania dunque, può diventare un caso pilota per tutto il Paese e un’occasione per superare una visione ristretta del riuso e dei “centri di riuso”, sia per quanto riguarda il modello realizzativo – ancora in buona parte da costruire con successivi approfondimenti – sia per quanto riguarda il modello di convergenza tra attori: cooperativa sociale, amministrazione locale e operatori di settore...

D) Cosa ti aspetti dal convegno di venerdì prossimo?

R) Il convegno è il tentativo di mettere il progetto all’attenzione della comunità locale, nella speranza che mobiliti gli stakeholders finora non coinvolti. Abbiamo già potuto registrare l’attenzione verso il progetto da parte di alcuni importanti operatori come nel caso di ConSer VCO SpA l’azienda che garantisce i servizi di gestione del ciclo dei rifiuti, serve però capire se ci sono altri attori economici interessati a promuovere esperienze di ricerca, innovazione , espansione in questo settore, se emergono nuovi interlocutori anche nella sfera dell’associazionismo o negli sviluppi del cosiddetto “terzo settore”. Gli interventi puntano a mettere in evidenza due ambiti di riflessione: quello politico, che coinvolge i decisori chiave ai vari livelli di governo e quello tecnico-strategico. In tale ottica abbiamo invitato due personalità speciali: un urbanista di rango internazionale come Maurizio Carta, che abbiamo invitato appositamente per illustrarci come le città più avanzate stanno affrontando le sfide della transizione verso l’economia circolare e un manager come Francesco Premi, che illustrerà le potenzialità delle nuove filiere economiche della sostenibilità attraverso la testimonianza dell’attività del Consorzio Habitech (con sede a Rovereto), che si è caratterizzato come modello collaborativo tra imprese e istituzioni territoriali. Il confronto con la cittadinanza e con eventuali investitori e partner è importante anche perché può incidere sul modello di governance. Il convegno del 19 gennaio è un momento importante di un processo di ricerca che non si ferma qui, perché non c’è un modello fideisticamente adottabile a priori e non ci sono soluzioni predefinite. Quello che abbiamo messo insieme finora sono delle intenzioni, la disponibilità a investire tempo, risorse, intelligenza, da parte di alcuni degli attori che interverranno al convegno. Ci sembra di capire che il clima di attesa intorno agli esiti del progetto sia buono. Alla conferenza stampa di presentazione, ad esempio, c’erano anche alcuni tecnici e manager di ConSer VCO SpA che si sono dimostrati molto attenti e sensibili per esempio a lavorare da subito sui meccanismi di “ingresso” nella filiera di scarto o rifiuto, migliorando e ottimizzando i fattori che possono favorire il recupero di oggetti e risorse. Anche le strutture tecniche dell’amministrazione sono molto attente ad indirizzare gli sviluppi del progetto in percorsi di significativo rinnovamento e potenziamento dell’efficacia degli strumenti di governo del territorio.

D) Il tema degli “spazi vuoti e inutilizzati” ci interessa particolarmente, cosa puoi aggiungere?

R) Il comune di Verbania, come dicevo, aveva già prodotto la mappatura degli spazi dismessi, andando a censire oltre 100 situazioni, che in una città di 30.000 abitanti sono davvero tante. C’è di tutto: edifici industriali abbandonati, complessi di servizi terziari dismessi, fabbricati ex commerciali, ex cinema, un parcheggio multipiano non completato, ecc. Complessi sia pubblici che privati e tra questi una rilevante quantità di edifici residenziali tra cui ville e villini dell’Ottocento o dei primi decenni del Novecento in discrete condizioni di conservazione e spesso collocate in straordinarie posizioni con vista lago. Nell’attuale squilibrio tra scarsa domanda e abbondanza di offerta, il mercato si è così cristallizzato in una prolungata condizione di prudenza, incertezza e attesa, assai vicino all’immobilismo. Ora introducendo il concetto di “economia circolare”, serve cambiare visione e prendere atto che innescare la rigenerazione di questi spazi vuoti può diventare un’occasione di sviluppo sostenibile anche attraverso forme di riuso temporaneo e/o di riuso creativo. In tale ottica servirebbe identificare i casi dove il riuso si può fare con poche risorse, per esempio in immobili di recente dismissione, dove davvero con modesti interventi manutentivi o adattivi è possibili riattivare anche parzialmente uno spazio. Si sono moltiplicate in questi anni le esperienze di affidamento ad associazioni, cooperative, start up, che in condizioni concordate definiscono forme negoziali che portano vantaggi sia ai proprietari che ai riutilizzatori. In questo modo il proprietario può essere alleggerito dalle spese ordinarie e gli affidatari non devono affrontare costi gravosi per l’acquisizione di una sede per svolgere le loro attività. Il bene intanto viene curato e manutenuto e comunque gli accordi tra le parti possono sempre prevedere la possibilità di interruzione di utilizzo nel caso in cui vi siano altre opportunità di investimento, transazione o altro. Dentro questo schema tutti si devono avvantaggiare almeno un po’, per poi magari scoprire che ci sono aree di business inesplorate. Basta pensare a tutte quelle forme di turismo esperienziale che si stanno sviluppando in modo cosiddetto “disintermediato” rispetto ad una nuova domanda che non cerca più l’albergo o le forme ricettive tradizionali. Quante start up potrebbero nascere prendendo in gestione qualcuno dei siti vuoti o qualcuna delle ville abbandonate per svolgerci una nuova attività e ricavarci un reddito? È su questo che bisogna accelerare lo scambio, fare contaminazione, uscire dagli stereotipi e dai bias cognitivi per andare verso un sistema di economia circolare veramente dinamico. Ecco perché, e qui torno al punto di partenza, il Polo del Riuso non è solo, banalmente, l’infrastruttura dove avviene il riciclo, ma deve diventare l’attivatore di una serie di processi che sviluppano “circolarità” in senso sia economico che sociale.

D) Cosa ne farete della “mappa con la scarlattina”?

R) Nelle nostre intenzioni c’è l’idea di farne la piattaforma di un sistema aperto in rete, attraverso un’applicazione molto facile da usare che è Open Street Map, in modo che ognuno possa contribuire al caricamento dei dati fondamentali di informazione per l’individuazione dei beni dismessi da riutilizzare. In forma più estesa si tratta di un progetto nazionale, coordinato dal nostro network professionale iperPIANO e finalizzato a far incontrare in modo semplice e agevole la domanda e l’offerta di questo immenso patrimonio sottoutilizzato, che in molti casi è anche di straordinario valore storico, documentario e artistico.

Antonio Castagna

 

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