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Agromafia: una realtà inquietante nel 1° Rapporto Eurispes-Coldiretti

giugno 22, 2011 Rassegna Stampa

La mafia in tavola. Proprio mentre a Parigi apre il G20 sull’Agricoltura, il 1°Rapporto Eurispes-Coldiretti sull’Agromafia getta una luce inquietante su un settore, quello agroalimentare, che attira sempre di più la criminalità organizzata, per un giro d’affari complessivo stimato in 12,5 miliardi di euro all’anno. Una cifra enorme, che rende l’idea della pervasività del fenomeno: «Ogni giorno, c’è un convitato invisibile e criminale che si siede alla tavola di molte famiglie italiane», è il commento metaforico di Piero Grasso, procuratore nazionale Antimafia.

Sì, perché spesso, i prodotti alimentari che escono da aziende controllate dalla criminalità, presentano seri rischi per la salute: pensiamo «ai Casalesi che sono riusciti a inoculare nelle bufale – racconta Antonio D’Amato della procura di Napoli – un farmaco che aumenta la produzione di latte, ma è pericoloso per la salute dei consumatori». Uno spettro che fa terribilmente paura agli italiani: secondo un’altra indagine Coldiretti/Swg, sei cittadini su dieci considerano le frodi alimentari più gravi di quelle fiscali e degli scandali finanziari.

In agricoltura, spiega il rapporto, «i principali reati che vengono attribuiti alle associazioni mafiose vanno dai comuni furti di attrezzature e mezzi agricoli all’abigeato (furti di bestiame, ndr), dalle macellazioni clandestine al danneggiamento delle colture, dall’usura al racket estorsivo, dall’abusivismo edilizio al saccheggio del patrimonio boschivo, per finire al caporalato e alle truffe, consumate, a danno dell’Unione europea». Approfittando anche di un periodo non facile per le aziende agricole, colpite duramente dalla crisi economica, l’azienda “Mafia”, attraverso il sistema di imprese affiliate o collegate, è in grado, come sottolinea la Direzione Investigativa Antimafia, di condizionare e di controllare l’intera filiera agroalimentare, «dalla produzione agricola all’arrivo della merce nei porti, dai mercati all’ingrosso alla grande distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione», con conseguenze che riguardano la perdita di sicurezza sociale del cittadino e l’impoverimento dell’economia dei territori.

Alle agromafie in senso stretto, si aggiungono innumerevoli casi di contraffazione alimentare. La forma più nota è quella del cosiddetto Italian sounding: «Sempre più spesso, la pirateria agroalimentare internazionale utilizza denominazioni geografiche, marchi, parole, immagini, slogan e ricette che si richiamano all’Italia per pubblicizzare e commercializzare prodotti che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale». A livello mondiale, le stime indicano che il giro d’affari di questo tipo di contraffazione supera i 60 miliardi di euro l’anno, cifra 2,6 volte superiore rispetto all’attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari (23,3 miliardi di euro nel 2009). Se il Parmesan è la punta dell’iceberg, diffuso in tutto il mondo, c’è anche il Romano prodotto nell’Illinois con latte di mucca anziché di pecora, il Parma venduto in Spagna senza alcun rispetto delle regole del disciplinare del Parmigiano Reggiano, il prosciutto Busseto Made in California, il Pompeian olive oil, che non ha nulla a che fare con i famosi scavi, ma è prodotto nel Maryland, o quello Romulo prodotto dalla Spagna con la raffigurazione in etichetta di una lupa che allatta Romolo e Remo. Spaghetti, pasta, tagliatelle e capellini Milaneza prodotti in Portogallo, linguine Ronzoni, risotto Tuscan e polenta dagli Usa e penne e fusilli tricolore Di Peppino prodotti in Austria sono solo alcuni esempi di primi piatti taroccati; mentre tra i condimenti risaltano i San Marzano: pomodori pelati “grown domestically in the Usa” o i pomodorini di collina cinesi e la salsa bolognese dall’Australia.

«La credibilità conquistata dagli agricoltori italiani nel garantire la qualità delle produzione è un patrimonio da difendere nei confronti di quanti con le frodi e la contraffazione cercano di sfruttare la fiducia acquisita nelle campagne per fare affari», commenta il presidente di Coldiretti Sergio Marini.

C’è poi il capitolo dei prodotti definiti Made in Italy pur utilizzando materie prime importate dall’estero, pari al 33% dei prodotti venduti in Italia o esportati. Merci che, pur contenendo prodotti agricoli non italiani, data l’attuale normativa, possono essere rivendute all’estero on in Italia con il marchio Made in Italy: «Ciò significa che su 27 miliardi di euro di importazioni, una parte di queste materie prime importate sono state senz’altro riesportate come Made in Italy».

Si arriva così a dei veri e propri paradossi alimentari, uno su tutti il prosciutto di Parma prodotto con cosce di maiali non italiani. «In Italia – spiega la Coldiretti – sono stati importati 63 milioni di cosce di maiali dall’estero, a fronte di una produzione di 26 milioni di cosce: questo sta a significare che tre prosciutti su quattro venduti in Italia in realtà derivano da maiale allevati all’estero anche se agli occhi del consumatore sembrano tutti italiani». Situazione simile per la mozzarella: «Ben una mozzarella su quattro non deriva direttamente dal latte ma da cagliate, un semilavorato industriale spesso importato dall’estero, come pure i formaggini che sono stati ottenuti da polvere di caseina e formaggi fusi». E non va meglio per passata di pomodoro, miele, olio extra vergine d’oliva, aceto balsamico e vino.

Quali le possibili soluzioni? «Maggiori controlli e un coordinamento delle indagini su questi reati a livello nazionale», sottolinea Raffaele Guariniello della procura di Torino. Piero Grasso, procuratore nazionale Antimafia, propone di «inserire la sofisticazione tra i reati riconducibili alla mafia». La Coldiretti spiega anche che «i rischi crescono con l’allungarsi della filiera e l’aumento degli intermediari che si frappongono tra produttore e consumatore, perché nei troppi passaggi si infiltra la criminalità che fa aumentare i prezzi e riduce la qualità». Da qui l’impegno per la filiera corta. Anche Piero Grasso è d’accordo: «Bisognerebbe tornare al vecchio slogan  “Dal produttore al consumatore”».

Veronica Ulivieri

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