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La maledizione americana di BP e il rischio di un nuovo disastro ambientale

aprile 27, 2010 Rassegna Stampa

L'incendio della piattaforma BP, Courtesy of ANSAIl cammino verso la sostenibilità di BP -  il colosso petrolifero britannico che nel 2000 trasformò il suo acronimo da British Petrolum in Beyond Petroleum, sollevando accuse di greenwashing ai quattro angoli della Terra – sembra essere sempre più in salita, soprattutto lungo la via americana.

Il “peccato originale” della compagnia si consuma oltre oceano nel 1998, quando la major britannica acquista la Amoco (American Oil Company), con un’operazione finanziaria impropriamente chiamata ”fusione”, ma che di fatto si risolve in un’acquisizione – come rivela l’invarianza stessa del nome, che per altrì due anni connoterà la proprietà europea dell’azienda, senza portar traccia del partner americano.

Il 29 marzo scorso la notizia che BP Solar, il ramo fotovoltaico dell’azienda, ha deciso di interrompere defintivamente la produzione di pannelli solari nel propio impianto in Maryland per spostarla in Cina, dove i costi sono inferiori del 40%. Una decisione maturata a partire dal 2009, con la constatazione di una perdita, da parte delle divisioni eolico e solare, di 183.000 dollari all’ora. Che costerà ora anche la perdita, nell’impianto americano di Frederick, di 320 posti di lavoro su 430. 

Ma il vero e proprio disastro si consuma giovedì scorso, quando giunge la notizia che, a seguito di un’esplosione avvenuta nei giorni precedenti - nella quale sono morti 7 operai e 11 sono ancora dispersi - la piattaforma  petrolifera BP nel Golfo del Messico, a soli 50 km. dalle coste della Louisiana, sta affondando rilasciando in mare 1.000 barili di greggio al giorno.

I due squarci nel condotto che collega la piattaforma al fondale hanno generato un’immensa macchia di petrolio, lunga 45 chilometri e larga 30, che avanza pericolosamente verso la costa dove, secondo le previsioni, potrebbe arrivare nei prossimi due giorni. Ora tutto è nelle mani dei cosiddetti “robot verdi“, le apparecchiature subacque telecomandate a cui è affidato il compito di attivare la valvola di sicurezza – a 1.600 metri di profondità – che dovrebbe bloccare la fuoriuscita del greggio. 

In parallelo BP ha mobilitato una flotta di 5 aerei e 32 motonavi per “spruzzare” la macchia nera galleggiante con una sostanza chimica capace di disperdere il petrolio e per gettare le immense reti necessarie a contenerla sulla superficie del mare.

“In questa fase”, ha dichiarato Michail Yakimov, ricercatore del CNR di Messina intervistato dall’Ansa, ”è importante bloccare la chiazza meccanicamente con delle barriere posizionate con aerei e navi, per facilitare l’intervento con altri mezzi, come i detergenti o i batteri che ‘mangiano’ il petrolio. Ovviamente la possibilità che le barriere funzionino dipende fortemente dalla quantità di petrolio fuoriuscita, ma se la macchia dovesse raggiungere la costa il disastro ambientale sarebbe grandissimo“.

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