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Mezzogiorno d’Italia, una miniera per le rinnovabili

giugno 18, 2010 Nazionali, Politiche, Recensioni

"energia e territorio", Courtesy of srmezzogiorno.itC’è una brevissima favola di Esopo in cui il vento e il sole discutono animosamente per decidere chi sia il più forte: alla fine vince il sole che riesce a vincere la scommessa.

C’è una “favola” moderna, invece, in cui a litigare siamo noi umani mentre la posta in gioco è rappresentata proprio dal sole, dal vento e da tutte le risorse naturali. Che tardiamo a sfruttare nella maniera migliore. 

Si tratta di una ricerca realizzata dall’Associazione Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, Energia e territorio, che ha indagato il rapporto tra le regioni del Sud Italia – una vera “miniera per lo sviluppo di fonti rinnovabili” – e le loro scelte energetiche. Un’indagine che Francesco Saverio Coppola, direttore dell’associazione nata per volontà di Intesa Sanpaolo – ha presentato mercoledì nella capitale, raccontando risultati e modello interpretativo: il Mezzogiorno d’Italia rappresenta il 98% di tutto l’eolico italiano in termini di gigawatt prodotti, il 33% dell’energia solare e quasi il 60% di energia da biomasse. Cifre importanti insomma, che danno anche l’idea di una certa vitalità imprenditoriale e dell’interesse che il mondo della finanza nutre per il comparto energetico.

Tutto bene dunque? Naturalmente no. All’analisi del territorio meridionale, così ricco di risorse ambientali, e alla volontà di investimento da parte del decisore pubblico (accanto a forme di partenariato con il settore privato), fanno da contraltare critico i rappresentanti del mondo del credito e quelli dell’imprenditoria (come Edison, Enel, Eni e Terna) che, in qualità di player del settore, sono stati interpellati dai ricercatori, su strategie e politiche da mettere in atto. I ricercatori hanno costruito così un vero e proprio modello interpretativo, sulla base di precisi indicatori, che ha consentito di rilevare l’estrema disomogeneità nel governo delle politiche energetiche tra le otto regioni meridionali. Approvazione del Piano energetico regionale, rapporto tra produzione e consumo di energia, spesa energetica, numero di imprese attive nel settore e relativa dinamicità: ne viene fuori così una sorta di “carta d’identità energetica”, utile a valutare – secondo indici di natura normativa e programmatica, territoriale, finanziaria e di mercato – l’atteggiamento assunto da ciascun territorio regionale nell’ambito del sistema energetico del Paese.

Questi indicatori riguardano altrettante macro aree, ciascuna delle quali corrisponde a una criticità emersa dalla ricerca. La prima riguarda il fronte normativo, che soffre una “frammentazione delle competenze” suddivise negli anni tra Stato e Regioni (ed enti locali), che ha allungato a dismisura tutti i processi di decisionali e autorizzativi (pensiamo, ad esempio, ai numerosi passaggi richiesti per rendere operativo un impianto). Per cui si verifica una contraddizione – tutta italiana – in base alla quale le stesse Regioni, da un lato, sono libere di programmare gli interventi in campo energetico tramite il Piano Energetico Ambientale Regionale (il Pear), che non essendo però vincolante nei contenuti e nei metodi, finisce con l’essere attuato in modo disomogeneo.

Quello che serve al settore è dunque la definizione di una politica energetica che indichi, con precisione, obiettivi e linee guida  allo scopo di coordinare le iniziative centrali con quelle prese a livello regionale e locale. Sul punto, Confindustria chiede, a nome del mondo produttivo, “la riforma del Titolo V della Costituzione” (che prevede la “potestà legislativa concorrente di Stato e Regioni” in materia di trasporto e distribuzione dell’energia). E che, dunque, la materia energetica – con riferimento alle infrastrutture di rete di interesse nazionale – torni alla competenza esclusiva dello Stato.

La seconda area di ricerca è quella relativa al territorio e qui i dati sono piuttosto noti: l’Italia sopporta un costo dell’energia superiore agli altri paesi dell’Unione del 37 % e risulta il primo Paese importatore di energia elettrica al mondo; il suo mix di fonti per la generazione elettrica è fortemente squilibrato a vantaggio del gas (56%) che, insieme al petrolio (6% sono entrambi di importazione, con un ricorso ridotto al carbone (14%) e un apporto delle rinnovabili pari al 18%.

Una posizione, quella italiana sull’energia, che incrociando tutte le coordinate dell’indagine, è corretto definire “vulnerabile”. La dipendenza dall’estero non è dovuta solo all’insufficiente produzione nazionale ma soprattutto al ritardo accumulato nella realizzazione dei nuovi impianti per cui è risultato antieconomico utilizzare quelli vecchi e, addirittura, più conveniente acquistare energia dagli altri paesi.

La ricerca ha riscontrato che, nella distribuzione per aree geografiche della produzione di energia, il Sud gioca un ruolo centrale con il 36% della generazione totale, segue il Nord Ovest con poco più del 30%, il Nord Est con il 20,5% e il Centro con il 13%. Tra le regioni meridionali, la Puglia la fa da padrone con una produzione del 34,2% sul totale del Mezzogiorno, seguita da Sicilia e Sardegna. Quanto alla ripartizione per fonte, sempre in riferimento al Meridione, circa il 91% deriva dal comparto termico, a cui si affiancano, l’idrico e l’eolico. E in tutte le regioni del Sud, la maggior quantità di energia elettrica è assorbita dal settore industriale con il 43% (dato che è in linea con quello nazionale).

Oltre alla dipendenza degli approvvigionamenti, l’altro nodo riguarda  le infrastrutture, con una rete di trasmissione, più densa al Nord ma che, man mano che si scende lungo lo Stivale, si fa sempre più rarefatta, con linee obsolete e poco affidabili: è chiaro che dallo sviluppo della rete dipende anche la stessa capacità di tener testa ai consumi elettrici.

Il relativo potenziamento, su cui è impegnato il gestore della rete di trasmissione, Terna, soffre poi iter autorizzativi lunghi (imputabili anche alla ripartizione di competenze tra i diversi livelli di governo) e l’opposizione degli enti locali interessati alla realizzazione di nuovi progetti. A questo proposito, Terna ha previsto investimenti di sviluppo per 3,3 miliardi di euro da qui al 2014, di cui oltre il 70% concentrati al Centro Sud.

E così si apre anche il capitolo degli ostacoli di natura finanziaria. Si tratta della terza macro area di indagine, da cui dipendono il consolidamento della filiera per le imprese che investono in rinnovabili, ma anche gli stessi investimenti in innovazione tecnologica. L’Italia crea ancora poco in casa e, prevalentemente, importa buona parte della tecnologia riguardante l’eolico e il fotovoltaico: questo significa prezzi alti degli impianti e lunghi tempi di attesa.

Quanto alla distribuzione della spesa per l’energia, tra Centro Nord e Mezzogiorno, nel 2007 le risorse spese dalle Regioni settentrionali sono state pari al 69% contro il 31 del Sud. Ma il capitolo finanziario include anche l’avvio di un piano di sensibilizzazione dei consumatori su efficienza e risparmio energetico e sull’uso efficiente dei fondi comunitari, la cui esistenza è spesso ignorata. E infatti la finanza comunitaria non ha prodotto i risultati sperati: lo dimostrano i dati raccolti dall’indagine: in base all’analisi dei Por (Programma Operativo Regionale: il documento di programmazione per l’utilizzo dei Fondi Strutturali Europei) si evince che la spesa per il settore energetico sul totale, tocca valori minimi (la quota più alta è quella sarda con l’11%, segue la Sicilia con l’8% mentre toccano il valore minimo del 4%, Campania e Puglia).

Interessante, invece, lo spazio che si ritaglia il capitale privato con lo strumento del project financing (che permette la realizzazione di opere pubbliche senza oneri finanziari per la pubblica amministrazione): per il comparto delle energie rinnovabili, nelle otto regioni del Sud Italia, sono state censite ben 80 gare di finanza di progetto per un ammontare complessivo pari a circa 255 milioni di euro. L’indagine territoriale vera e propria ha richiesto il contributo del mondo delle imprese, della finanza, delle associazioni di categoria e delle istituzioni. E c’è un risultato univoco e comune: la chiara indicazione della necessità di una “scelta strategica” nell’utilizzo delle fonti rinnovabili e delle tecnologie altamente efficienti dal punto di vista energetico. Che faccia del Mezzogiorno, il fulcro dello sviluppo di tutto il comparto ma a un’unica condizione: quella di sfruttare il vantaggio competitivo potenziale che il Sud possiede. Un “disegno” complessivo in cui tutti gli attori facciano la propria parte, compreso il mondo del credito che finanzi infrastrutture e imprese attive sul territorio, e ne sostenga l’innovazione – vera leva per la competitività di tutto il sistema.

Ilaria Donatio

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