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La Tristezza degli Angeli: tra i fiordi del Grande Nord con Jón Kalman Stefánsson

ottobre 11, 2012 Recensioni

Ecco le lacrime degli angeli, dicono gli indiani del nord del Canada quando cade la neve”. La citazione è tratta da La Tristezza degli Angeli (pp. 384, prezzo di copertina: € 17,50), l’ultimo libro di Jón Kalman Stefánsson, uscito recentemente per i tipi di Iperborea e secondo capitolo della trilogia iniziata con Paradiso e inferno, definito il miglior romanzo islandese degli ultimi anni. Lo scrittore di Reykjavík, infatti, proprio con quel titolo è finalista alla seconda edizione del Premio Grinzane Bottari Lattes, la cui premiazione si svolgerà il prossimo 13 ottobre. Affatto nuovo ai riconoscimenti, Stefánsson ha ricevuto numerose nomine al Premio del Consiglio Nordico e nel 2005 ha vinto il Premio Islandese per la Letteratura con Luce d’estate ed è subito notte, di prossima pubblicazione sempre con Iperborea.

Il romanzo racconta le vicende di due protagonisti: il postino Jensen, un uomo ruvido e di poche parole, e un giovane in procinto di scoprire se stesso nel suo approccio con il mondo esterno. Insieme i due dovranno fronteggiare una missione complicata, portare la posta nei fiordi del Nord, sfidando la severità del clima e del territorio. Il libro, infatti, è ambientato in un’Islanda rigida e fredda, il terzo grande protagonista di questo romanzo imponente e maestoso, scandito da un tempo lento e da immagini quasi cinematografiche. “Qui nevica molto e la tristezza del cielo è bella, è una coperta che ripara la terra dal gelo e illumina l’inverno interminabile, ma può essere anche fredda e impietosa”.

Il viaggio intrapreso dai due protagonisti è un percorso che mette a confronto i principi stessi dell’esistenza: vita e morte, sogno e realtà, innocenza e disincanto. I due protagonisti danno voce e corpo a due momenti precisi della vita di un uomo. Da una parte la giovinezza entusiasta, piena di aspettative e illusioni, dall’altra la maturità, disincantata e consapevole, ma altrettanto attaccata alla vita. Sullo sfondo, una terra quasi primordiale nella sua imparziale asperità, in cui l’unica legge a governare lo scorrere delle cose è la capacità di sopravvivere adeguandosi alla sovranità della natura.

Un romanzo volutamente atemporale che racconta di sentimenti primordiali, quelli che, nonostante l’evoluzione tecnologica e culturale, non cambiano, mantengono l’uomo sempre uguale a se stesso di fronte a dolore e felicità. L’autore ci accompagna in una contemplazione neutrale di valori universali, primo fra tutti la poesia. “Le cose che sappiamo, le cose che abbiamo imparato non le abbiamo apprese dalla morte ma dalla poesia, dalla disperazione e infine dai ricordi felici, come dai grandi tradimenti. Non deteniamo alcuna saggezza, però ciò che vacilla in fondo al nostro animo la sostituisce e forse ha più valore”. Stefánsson, attraverso l’innocenza del suo giovane protagonista, canta  il potere della parola come il solo strumento per stabilire un contatto autentico, unico veicolo vero di emozione, di esperienza.

Ecco quindi che, a lettura completata, il titolo del libro svela più livelli di interpretazione. La tristezza degli angeli non è solo metafora dei fiocchi di neve, quella neve onnipresente, sfibrante e affascinante al tempo stesso. È anche la disperazione (e quindi la poesia) dei personaggi del suo romanzo.  “Siamo a bordo di una barca che fa acqua, e con le reti marce vogliamo pescare le stelle”.

Daniela Falchero

 

 

 

 

 

 

 

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