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Letture per ecomamme (e legislatori): “Biberon al piombo”

agosto 29, 2013 Idee, Recensioni

Una vernice scrostata su una vecchia serranda. Una strada trafficata vicino al cortile della scuola. Pesci del lago vicino portatori di morte. “Biberon al piombo”, di Maria Cristina Saccuman (Sironi Editore) affronta con scientificità e rigore narrativo il tema importante dell’impatto dell’inquinamento sulla salute dei bambini. “Che cosa rende unico ogni bambino? Che cosa lo rende così diverso dagli altri? E’ la genetica. E’ l’ambiente. E’ la genetica più l’ambiente. E’ l’ambiente che trasforma la genetica. Natura e cultura. Natura e cura. Interazioni, fino in fondo e fin dal principio”, avverte sin dalle prime righe l’autrice.

Con preziose ricostruzioni storiche – dal saturnismo indotto dal piombo degli acquedotti romani al cancro degli spazzacamini inglesi nel Settecento, fino al crollo del Word Trade Center nel 2001 e ai giorni nostri – il testo sintetizza i numerosi studi scientifici condotti in diversi Paesi fino all’affermarsi recente di normative a tutela della salute, con la messa al bando di alcune sostanze o la limitazione del loro impiego.“L’inquinamento dell’aria (…) colpisce particolarmente i bambini. E’ come se i piccoli vivessero in città parallele rispetto a quelle abitate dagli adulti, dove l’aria è ancora più inquinata. Ciò che li rende così vulnerabili è l’immaturità dei loro polmoni, che si sviluppano lentamente, diventando pienamente funzionali solo intorno agli otto anni”.

I casi narrati dall’autrice abbracciano tanti elementi, e i materiali derivati, rivelatisi nocivi per l’uomo e particolarmente tossici per gli organismi in formazione. “Alcune sostanze hanno un’azione che colpisce ancora più intimamente, limitando la capacità di imparare, ricordare e pensare”. Al primo capitolo, dedicato agli effetti del piombo, segue una panoramica eccezionale di situazioni di contesto, con scenari socio-economici ben approfonditi, e ricerche scientifiche narrate in un linguaggio accessibile e piano, senza omettere metodi d’indagine e fattori distorsivi ponderati nel riscontro delle ipotesi. In molti episodi riportati, il rischio per la salute derivante dall’uso di determinati metalli pesanti o di prodotti di laboratorio creati dall’industria, è stato a lungo sottovalutato o mal interpretato per via di sintomi ambivalenti. Ma anche, talvolta, colpevolmente ignorato. Come nel caso di Minamata, regione del Giappone in cui un disastro ambientale perpetrato da un’industria causò l’avvelenamento da metilmercurio del pesce locale, e, tramite questo alimento, mangiato anche da donne in gravidanza, condannò a malformazioni cerebrali intere generazioni di quella popolazione.

Estremamente significativo che “dai tempi del bando del DDT, è pratica validata dall’OMS quella di monitorare la presenza di inquinanti analizzando il latte materno”. Il perché è presto detto: “E’ più facile da ottenere del plasma e contiene la stessa concentrazione di inquinanti per grammo di grasso degli altri tessuti del corpo. In più, attraverso il latte si ha un’idea dell’esposizione infantile agli inquinanti”. Ancora oltre: “Il latte inquinato scandalizza e ha peso politico. E’ la diossina nel latte delle donne a diventare simbolo dell’inquinamento nei casi delle acciaierie di Taranto e delle discariche del casertano”.

Interessanti i passaggi sulle diossine e sui policlorobifenili (Pcb), per cui sono citati diversi casi italiani relativamente recenti: dal più noto Seveso, comune intossicato da diossine in seguito all’esplosione dell’Icmesa del vicino centro di Meda, alla Caffaro di Brescia (attiva fino agli anni Ottanta). Può allarmare il capitolo sugli inquinanti persistenti, i Persistent Organic Pollutants (POP). Questi ultimi sono sostanze “presenti nel corpo di praticamente tutti gli abitanti della Terra, compresi quelli che vivono in regioni dove nessuna di queste sostanze è stata mai prodotta o usata: questo accade perché si spostano attraverso un meccanismo chiamato distillazione globale”. Attraverso fasi di evaporazione e di condensazione legate alle temperature, queste sostanze riescono ad arrivare anche in luoghi remoti, come i poli o in alta quota. “E’ il paradosso Artico – spiega Saccuman a pag.95 – zone remote, che non conoscono industrie e agricoltura, con una popolazione che vive di caccia e pasca, hanno livelli di contaminazione fra i più alti del mondo”.

Emergono anche dati positivi, come a proposito del black carbon, il “carbonio misurato per la sua capacità di assorbire la luce. E’ una misura che ci dice quanto è nero il particolato”. Ebbene, “se si misura il black carbon invece del generico Pm10 o Pm2,5, diventa evidente che le misure di riduzione del traffico funzionano”. Come pure è importante, per uno sviluppo neurologico compromesso da agenti tossici, un ambiente stimolante ed emotivamente ricco, che coinvolga i bambini.

“Biberon al piombo” potrà creare consapevolezza e aumentare il livello di attenzione verso ciò che mangiamo e i luoghi in cui viviamo. Perchè se “non si può chiedere ai bambini di muoversi nel mondo come se fosse pieno di minacce (…) a noi adulti rimane un compito non facile: cercare le informazioni, discriminare, spingere perchè si agisca nella giusta direzione”.

Cristina Gentile

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