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A Centopassi dalla vittoria

febbraio 2, 2011 Campioni d'Italia, Rubriche

La nostra nuova rubrica “Campioni d’Italia” si apre oggi con l’intervista di Ilaria Donatio a Francesco Galante di Centopassi, la cooperativa siciliana che produce vini biologici sui terreni confiscati alla mafia.   

Vigna di Pietralunga, Courtesy of cantinacentopassi_itSarebbe stata tutt’altra musica sentirne parlare dalle frequenze di Radio Aut, dove Peppino Impastato ha combattuto la propria battaglia alla mafia. E certamente la famosa radio libera siciliana sarebbe stata la prima a far sapere al mondo che la Cooperativa Centopassi, quest’anno, solo per un soffio, non ha vinto i famosi Wine Star Awards 2010, come “Innovator of the year”.

Centopassi è la costola vinicola della Cooperativa Sociale Placido Rizzotto – Libera Terra che dal 2001 coltiva, a biologico, le terre confiscate ai boss mafiosi nell’entroterra siciliano (e aderisce all’Associazione Libera, guidata da don Ciotti, da sempre in prima linea contro le mafie).

A settembre 2010, Centopassi ha saputo di essere stata inserita nella short list mondiale dei cinque candidati al premio della prestigiosa rivista newyorkese, Wine Enthusiast. Premio che è stato conferito, lo scorso 24 gennaio al sindaco di Bordeaux, Alain Juppé che dunque l’ha spuntata, vincendo il titolo di innovatore dell’anno (le categorie, in tutto, erano 12).

“Comunque un riconoscimento importantissimo”, sottolinea Francesco Galante - responsabile comunicazione di Libera Terra – “che ha preso in considerazione tutto il progetto della cooperativa: la referente per l’Italia della rivista Wine Enthusiast ci ha potuto conoscere personalmente e ha capito perfettamente la nostra storia e quello che ci anima”.

Francesco prova a raccontare tutta la parabola di Centopassi: il suo significato, la sua storia. Che è anche quella di tanti ragazzi e ragazze siciliane che hanno creduto nel progetto e ci hanno scommesso su: lo fa, da buon siciliano, con un tono asciutto, senza troppe concessioni verbali, sempre misurato e concreto. Eppure, utilizza espressioni come “ci sentiamo addosso gli occhi del mondo”, per comunicare la responsabilità che, pure, sentono forte. Oppure, quando accenna alla “scossa di fiducia” che hanno ricevuto e che li “incoraggia a proseguire in questo lavoro”. Tanto più prezioso, in quanto alle prese con “beni pubblici”: tutti terreni che versavano in stato di abbandono e che queste cooperative hanno recuperato e reso produttivi.

Oggi, le terre riscattate a Cosa Nostra contano in tutto 400 ettari, adibiti a coltivazioni biologiche da cui si producono pasta, legumi e conserve. Tutti prodotti a marchio Libera Terra. Di questi, sessanta sono gli ettari coltivati a vigneto (ci troviamo nell’Alto Belice Corleonese): “Le uve provengono da vitigni coltivati direttamente da noi o da viticoltori a noi collegati”, in base allo stesso “presupposto biologico, naturale e rispettoso dell’ambiente”, per un “prodotto di eccellenza”, che ha portato Centopassi ad aderire, insieme ai produttori del Consorzio Vintesa, anche al progetto Greencommerce. La cooperativa segue l’intera filiera di produzione dei propri vini, fino all’imbottigliamento. Ed è in questo modo, prosegue Francesco, che “vogliamo essere riconosciuti”: come “cultori di qualità, interpreti del territorio nella sua espressione migliore, senza mai perdere di vista il rapporto qualità-prezzo”. Il tutto attraverso un lavoro improntato alla “trasparenza e rispettoso dell’identità tra produttore e territorio”.

Una volta tanto, “è bello sottolineare”, aggiunge Galante, “che questo tipo di riconoscimenti non giunge solo dall’estero”. Il riferimento è doppio: la nomination – che risale all’anno scorso – agli Oscar Italiani del vino, organizzati dall’Associazione Sommelier (Centopassi si classificò tra i primi tre), e l’importante riconoscimento del Gambero Rosso, due anni fa, conferito al bianco “Placido Rizzotto” (dal nome del sindacalista corleonese rapito e ucciso dalla mafia), come miglior vino per il rapporto qualità-prezzo”.

“Se ci sentiamo appesantiti da un tale carico di valori?”, Galante, alla fine dello scambio telefonico ripete – quasi a se stesso – l’ultima domanda dell’intervista. E senza pause, risponde che “al contrario, si tratta di un’adesione ideale che si traduce subito in pratica” e con cui sperano di “contaminare tutte le aziende che operano in questa terra”. E spiega che spesso, gli stessi lavoratori della cooperativa, quando vanno a lavorare in altre realtà, chiedono le “stesse cose, in termini di legalità e rispetto del territorio”. Dunque? “Dunque, la nostra vocazione è non solo quella di applicare i criteri che utilizziamo e che sono la nostra specificità alle persone che lavorano con noi ma diffonderne, il più possibile, approccio e metodi”.

È tutto già inscritto nel logo dell’azienda: la sagoma di uomo con le braccia rivolte verso l’alto evoca riscatto, autodeterminazione. E rimanda alla stessa vita di Peppino Impastato. Erano cento i passi che il politico e attivista – ucciso dai mafiosi (perché animato da uno spirito civico irrefrenabile) doveva percorrere da casa propria a quella del boss Badalamenti, per potersi affrancare da quel legame con Cosa Nostra, che la sua famiglia non aveva la forza di rompere. Allo stesso modo, “Centopassi” ripropone un identico movimento: quello di chi lavora per riprendersi, passo dopo passo, una terra che gli è stata tolta con la violenza. Non per farla propria ma per liberarla, raccoglierne i frutti e rispettarne la bellezza. Che è innanzi tutto integrità. Dice Peppino Impastato, interpretato da Luigi Lo Cascio, nel film di Marco Tullio Giordana, I cento passi: “Uno potrebbe pensare che la natura vince sempre, che è ancora più forte dell’uomo, e invece non è così. In fondo, tutte le cose, anche le peggiori, una volta fatte, trovano una loro giustificazione (…) Non ci vuole niente a distruggere la bellezza. E allora, invece della lotta politica, la coscienza di classe e tutte ‘ste fesserie, bisognerebbe aiutare la gente a ricordarsi di cosa sia la bellezza, a riconoscerla, a difenderla: è importante la bellezza. Da quella scende giù tutto il resto”.

Ilario Donatio

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