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Acqua di roccia, cristallo fuso: un viaggio nei torrenti alpini

dicembre 11, 2012 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Con il racconto “Acqua di roccia, cristallo fuso: un viaggio nei torrenti alpini” di Stefano Fenoglio, classificato al 1° posto nella sezione Saggi Adulti, prosegue la pubblicazione dei racconti vincitori della prima edizione del concorso letterario su tema naturalistico “Michele Lessona”.

Non sempre per viaggiare servono aerei, navi o scarponi da trekking. Il viaggio che ci accingiamo ad intraprendere inizia indossando un buon paio di stivali, meglio se alti fino alla coscia. Guidati dal rumore dell’acqua, entriamo in uno dei tanti torrenti che incidono i versanti delle nostre Alpi. La nostra stabilità diventa improvvisamente un fatto che richiama attenzione ed interesse; i massi sono sdrucciolevoli e sentiamo la forza dell’acqua premere sugli stivali, mentre i ciottoli e gli elementi più piccoli del substrato scivolano via sotto le piante dei nostri piedi. Procediamo cautamente e proviamo ad abbassarci, con il viso vicino al pelo dell’acqua, per osservare meglio l’ambiente che ci circonda. Questo è costruito e dominato dall’acqua, che tra mille salti e piccole cascate corre fragorosamente verso valle, spinta dalla gravità; grossi pietroni, rocce e altri elementi litoidi di medie e grandi dimensioni sono gli elementi più caratteristici del substrato, mentre ghiaia e sabbia sono presenti solo in alcune aree riparate.

Se solleviamo lo sguardo sui vicini ambienti terrestri, dove i nostri occhi incontrano praterie alpine, pinete e boschi di latifoglie, il torrente sembra apparentemente privo di vita, governato esclusivamente da selvagge forze fisiche: un nastro scintillante, dominato dall’argento della turbolenza e dal grigio delle rocce, in un mondo verde di vita. Una delle più macroscopiche differenze tra un torrente e gli ambienti terrestri che attraversa consiste proprio nel fatto che, mentre in questi ultimi le piante superiori coprono generalmente tutto lo spazio disponibile, nel primo sono praticamente assenti, in quanto l’impeto dell’acqua danneggerebbe gli apparati fogliari mentre l’instabilità del substrato e la variabilità delle portate svellerebbero gli apparati radicali. Tuttavia, dove l’occhio poco preparato non scorge nulla, si cela un intero mondo, dominato da organismi unici ed introvabili altrove, che si sono adattati per sopravvivere in un ambiente in cui un solo fattore, la velocità della corrente, ha assunto un’importanza prioritaria ed ha plasmato l’evoluzione di tutte le forme di vita presenti. Iniziamo per esempio a considerare quella patina viscida e quasi impercettibile che ricopre ogni masso e che rende il nostro procedere così insicuro; osservata al microscopio, quella sottile pellicola risulta essere formata da numerosissimi organismi viventi, batteri ed alghe, immersi in una matrice polisaccarica. Le alghe bentoniche costituiscono il principale gruppo di produttori primari del torrente ed appartengono principalmente al gruppo delle Diatomee, organismi unicellulari che sono riusciti a colonizzare i fondali sferzati dalla corrente grazie alle piccole dimensioni e alla forma particolare del guscio siliceo: mentre le specie marine e lacustri di questo gruppo hanno forme stellate o rotondeggianti, le diatomee che incontriamo nei nostri torrenti hanno una forma allungata e affusolata.

Osserviamo ora quegli ammassi schiumosi e grigiastri, presenti ai lati della corrente, in prossimità di massi o ostacoli emergenti. “Anche qui arriva l’inquinamento!” diranno alcuni… in realtà, queste schiume sono la testimonianza del fatto che nel nostro ruscello è presente un’abbondante popolazione fungina. Gli Ascomiceti Ingoldiani sono uno dei pochissimi gruppi di funghi che hanno colonizzato le acque veloci, con ife che si nutrono di legni e foglie caduti in acqua e spore asessuali, dette conidi, caratterizzate da una forma uncinata, pluriraggiata o sigmoide che permette la permanenza all’interno delle schiume viscose o l’ancoraggio al substrato, impedendo quindi il trascinamento verso valle da parte della corrente. Il massimo della specializzazione per la vita in un ambiente così impetuoso e dinamico è pero riscontrabile negli invertebrati che popolano il letto del nostro torrente. Osservando con attenzione il substrato, esaminando le cascate ed i salti, sollevando i massi, ci accorgiamo con crescente meraviglia che quello che credevamo disabitato è invece un ambiente popolato da numerosi organismi, che possono raccontarci incredibili storie di adattamento e colonizzazione. Appiattimento e idrodinamicità sono le caratteristiche più diffuse, dalle Planarie come Crenobia alpina ai Molluschi come Ancylus fluviatilis, ma è tra gli insetti che troviamo gli adattamenti più spettacolari, con diversi gruppi che hanno seguito differenti percorsi evolutivi raggiungendo risultati spesso sorprendenti. Gli Efemerotteri della famiglia Heptageniidae sembrano, ad esempio, progettati da uno specialista di meccanica dei fluidi con l’impiego di sofisticate gallerie del vento, e presentano una sagoma che ricorda moltissimo quella delle vetture monoposto utilizzate nella Formula Uno. Profondamente appiattiti dorso-ventralmente, con zampe larghe e piatte, tenute discoste dal corpo, questi Efemerotteri presentano inoltre tracheobranchie schiacciate ed espansioni del pronoto che funzionano come ‘alettoni’ deflettendo la corrente e garantendo una grande aderenza al substrato: a differenza delle vetture da corsa, non sono loro a muoversi velocemente in un ambiente statico ma al contrario questi organismi cercano di rimanere fermi in un ambiente che viene velocemente loro incontro.

Al contrario, i Ditteri della famiglia Blephariceridae si affidano non all’idrodinamicità delle forme ma a potenti strutture di adesione. Osservando con attenzione i massi e le rocce su cui corre turbinosa e precipita l’acqua di salti e cascate, possiamo scorgere queste piccole larve, abbarbicate su pareti quasi verticali in situazioni in cui nessun altro organismo potrebbe resistere. La loro capacità di fronteggiare la forza della corrente è legata alla presenza di sei ventose ventrali, sistemi estremamente complessi con una robusta muscolatura, una corona di sottili setole perimetrali ed un’apertura anteriore per la fuoriuscita dell’acqua. Le larve di altri Ditteri, appartenenti alla famiglia dei Simuliidae, si fissano al substrato depositando una piccola quantità di sostanza viscosa, prodotta dalle ghiandole salivari; su questa base di appoggio si ancorano grazie ad una corona di uncini presente sull’ultimo segmento addominale. Grazie a questo accorgimento possono insediarsi sulla pagina superiore delle rocce, anche le più lisce e levigate, dove riescono ad intercettare e filtrare il flusso di particelle organiche presenti nella corrente. Tra i Tricotteri esistono altri interessanti adattamenti alla vita in acque veloci; filogeneticamente vicini ai Lepidotteri (cioè alle farfalle), le larve di questi organismi possono produrre grandi quantità di una sostanza proteica simile alla seta: questa costituisce il collante con cui vengono costruiti astucci di sabbia e frammenti vegetali, che svolgono un’importante funzione di difesa dai predatori ma anche di zavorra ed appesantimento per evitare il trascinamento verso valle. Altri Tricotteri, appartenenti alle famiglie Hydropsychidae, Philopotamidae e Polycentropodidae, con questa seta tessono complesse reti tra le rocce ed il detrito per raccogliere quanto il fiume trascina verso valle.

Osservando questi particolari adattamenti morfologici e comportamentali poniamo le basi per allargare idealmente i confini del nostro viaggio, fino ai torrenti delle aree più lontane del pianeta. Come scriveva nel 1874 Thomas Belt nel suo “The Naturalist in Nicaragua”, un classico letto ed apprezzato dallo stesso Charles Darwin, a proposito della fauna dell’America Centrale: “All the land fauna was strikingly different from that of other regions, but the water fauna was as strikingly similar” ed ancora “the close affinities of fresh-water animals and plants have been noticed by many naturalists”. Infatti, se paragoniamo per esempio la fauna di una foresta tropicale con quella di una nostra faggeta, le diversità tassonomiche sono enormi, così come enormi sono le differenze nella morfologia, densità ed eco-etologia degli organismi. Questa diversità si riduce drasticamente se osserviamo gli organismi che popolano i torrenti delle due aree: nei fiumi che solcano le montagne caraibiche ed in quelli che incidono i versanti del nostro Appennino troviamo in pratica gli stessi gruppi, adattati alle stesse nicchie ecologiche e con stili di vita quasi identici. Questo perché, mentre i fattori ambientali che hanno plasmato l’evoluzione della vita nelle foreste tropicali ed in quelle temperate sono diversissimi, il fattore principale che condiziona la vita nei fiumi è sempre lo stesso: la presenza di acqua in veloce movimento. Ecco quindi che i Ditteri Chironomidi del genere Diamesa popolano i torrenti delle vette europee, africane e sudamericane, mentre i Blephariceridae raschiano la patina algale dalle cascate in Austria e in Ecuador ed i Simuliidae aderiscono ai substrati rocciosi dei ruscelli siberiani, indiani, cileni, sudafricani.

Il mondo del torrente ci sembrerà ancor più straordinario se pensiamo che è uno degli ambienti più conservativi del pianeta dal punto di vista evolutivo. Con un ipotetico ‘viaggio nel tempo’ raggiungiamo per esempio le sponde di un torrente montano del Giurassico, circa duecento milioni di anni fa; in quest’epoca i mari sono popolati da Ammoniti ed Ittiosauri, mentre le terre emerse sono dominate da Sauropodi, Stegosauri ed altri giganteschi rettili. Gli ambienti terrestri sono ammantati da foreste di Conifere primitive, con tappeti di Licofite, Equiseti e Pteridosperme. Le Angiosperme, cioè le piante con i fiori, non sono ancora comparse e negli ambienti terrestri mancano del tutto gli insetti che con loro si evolveranno. In questo mondo così differente, con una fauna ed una flora completamente diverse da quelle attuali, un elemento ambientale era già presente e resterà identico ed immutato nel tempo: il flusso unidirezionale delle acque nei torrenti e nei fiumi. Gli adattamenti evolutivi necessari per la vita nei torrenti del Mesozoico sono pressoché identici a quelli attuali: per questo motivo, mentre sulla riva di questi antichissimi torrenti non volavano farfalle o api, nelle loro acque potevamo già incontrare alcune nostre recenti conoscenze. Ad esempio, testimonianze fossili degli astucci di sabbia del tricottero Scyphindusia si rinvengono nelle piattaforme carbonatiche del Giurassico superiore, mentre Simuliidae e Blephariceridae praticamente identici agli attuali rimasero imprigionati nelle ambre del Cretaceo medio. Emblematico è poi il caso dei Plecotteri, un primitivo ordine di insetti emimetaboli le cui ninfe popolano acque fredde e molto ossigenate e le cui tracce fossili risalgono al Permiano.

Durante lo smembramento della Pangea, iniziato circa 180 milioni di anni fa, i Plecotteri rimasero intrappolati nei torrenti delle varie ‘zattere’ di crosta terrestre alla deriva: estremamente conservativi dal punto di vista evolutivo, questi organismi (in particolar modo le famiglie Gripopterygidae ed Eustheniidae) sono adesso rinvenibili nei torrenti di Patagonia, Australia e Nuova Zelanda. Considerate le caratteristiche ecologiche di questo gruppo (ninfe reofile e adulti pessimi volatori) non si può ipotizzare che questi insetti abbiano raggiunto autonomamente aree così lontane, separate da enormi oceani, mentre la loro particolare distribuzione supporta l’ipotesi che vede gli attuali continenti australi anticamente fusi in un unica, enorme massa continentale, il Gondwana.

Alla fine del viaggio, osserviamo con nuovi occhi il torrente ed i suoi abitanti: un piccolo mondo con leggi proprie, capace di sfidare il tempo e di presentarsi uguale e fedele a se stesso in diverse parti del pianeta. E, tuttavia, un mondo fragile, insidiato sempre più dalla nostra crescente avidità e prepotenza.

 

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