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Agricoltura europea nel mirino: biocarburanti e PAC

settembre 24, 2012 Bollettino Europa, Rubriche

I biocarburanti consumati dai Paesi dell’Unione Europea stanno affamando il Terzo Mondo” e ancora “Serbatoi pieni, pance vuote”. Che il tema fosse complicato ed estremamente delicato è cosa nota. Certo è che le Ong impegnate nella Cooperazione internazionale, come Oxfam, questa volta non sono andate troppo per il sottile. Tanto da spingere Bruxelles a fare marcia indietro e rivedere la propria politica sui carburanti “verdi”.

Le questioni in ballo sono numerose e spinose. Da un lato c’è il nobile intento dell’UE che ha fissato, nel 2008, tre obiettivi per il 2020: ridurre le emissioni di CO2 del 20%, risparmiare il 20% di energia, portare al 20% la quota di rinnovabili nella produzione. Queste fonti, inoltre, dovranno rappresentare il 10% del consumo nei carburanti per i trasporti. Dall’altro ci sono le contraddizioni tangibili di una politica che non è esente da “controindicazioni”.

Secondo indiscrezioni, sulla scrivania della Commissione Europea ci sarebbe una nuova proposta di Direttiva, che dovrebbe vedere la luce nel mese di ottobre. Nel nuovo documento, i biofuel cosiddetti di “prima generazione”, prodotti a partire da colture “concorrenti” rispetto a quelle alimentari (colza, frumento), dovranno coprire entro il 2020 non più del 5% del consumo totale di carburanti. Un altro 5% sarà invece dedicato a quelli di “seconda generazione”, che sono ricavati da alghe, rifiuti domestici e agricoli (come stocchi di mais o di grano). Per incentivarne lo sviluppo, visto che sono considerati di gran lunga più sostenibili.

Pressato da un Terzo Settore davvero agguerrito, l’Esecutivo di Bruxelles, sembra dunque intenzionato a correggere la rotta della legislazione fino ad ora in atto. La normativa UE, infatti, ha infatti finora incoraggiato la corsa delle maggiori multinazionali del pianeta all’accaparramento, a prezzi stracciati, dei suoli agricoli nei Paesi in via di sviluppo (il fenomeno noto come land grabbing), e alla sostituzione delle colture alimentari con l’agricoltura destinata alla produzione di etanolo e biodiesel. Un meccanismo che ha contribuito a spingere il rialzo dei prezzi delle derrate alimentari. Mais e soia, ad esempio, non sono mai costati tanto come quest’estate. Senza contare che, i terreni per l’agricoltura tradizionale, così come l’acqua, stanno rapidamente diminuendo, costringendo intere comunità ad emigrare dalle loro zone di origine. Nella ricerca di nuove terre coltivabili si disboscano dunque foreste, contribuendo all’innalzamento dei livelli di inquinamento.

Un gruppo di ricercatori della Princeton University e dalla Iowa State University ha calcolato che, nel corso degli ultimi 30 anni, l’uso dell’etanolo come carburante ha prodotto un tasso di global-warming (riscaldamento globale) due volte superiore a quello prodotto da carburanti come benzina o gasolio. Per quanto questi risultati possano essere discutibili (vista la diffusione di ricerche “prezzolate” il dubbio è d’obbligo), è comunque evidente che il circolo vizioso in cui si sono involuti i biocarburanti di prima generazione affianchi al danno ambientale, fame e carestie. Stando al rapporto Oxfam dall’esplicativo titolo “Bad Bio”, infatti, se i terreni impiegati nella produzione di biocarburanti fossero coltivati a mais e grano, si potrebbero sfamare 127 milioni di persone ogni anno. É la teoria dell’”indirect land use change” (ILUC), secondo la quale, tirando le somme, produzione e utilizzo di combustibili bio produrrebbero sull’ambiente e sulle società più danni che vantaggi. Verità incontrovertibile o sapiente propaganda dei petrolieri? Non è semplice capirlo.

La principale battaglia delle Ong riguarda, in ogni caso, il meccanismo dei sussidi. Indirettamente, attraverso il sostegno pubblico e gli incentivi economici ai biocarburanti, fino ad ora sono state, di fatto, sovvenzionate le grandi compagnie sostenendo, con i soldi dei contribuenti europei, la nuova “corsa all’oro”. Tre miliardi di euro nel solo 2008. Anche il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale stanno facendo pressioni sull’Unione Europea perché interrompa la politica dei sussidi per i carburanti di ”prima generazione”, concentrandosi, invece, sugli altri.

A questo punto però anche i produttori intendono far sentire la loro voce. Per esempio quelli di biodiesel (che essendo prodotto direttamente da semi fa parte della prima categoria), sono furiosi per l’incertezza normativa e ricordano quanto, negli ultimi tre anni, hanno investito in tecnologia, impiegando 50 mila lavoratori solo in Europa. Con le nuove regole il mercato di questi carburanti verrebbe stravolto: crollo del biodiesel, che oggi copre il 78% della domanda, e impennata dell’etanolo (prodotto con scarti dell’industria dello zucchero), che oggi è al 20%.

Tutto ciò è legato a doppio filo anche alla riforma della PAC. Agricoltori, associazioni ambientaliste e cittadini hanno bussato, nei giorni scorsi, alle porte del Parlamento Europeo per discutere della riforma della Politica Agricola Comune. Capitanate da Slow Food, più di cento organizzazioni della “società civile” provenienti da diciannove Paesi hanno chiesto una PAC più equa. Il percorso è stato lungo. A piedi, in bicicletta o con il trattore, la capitale europea per eccellenza è stata per molti la tappa finale di un lungo viaggio iniziato il 25 agosto a Monaco di Baviera con la “Good Food March”.

Un’agricoltura sostenibile, capace di valorizzare le pratiche tradizionali senza trascurare la salute dei consumatori, queste in sintesi le richieste presentate al cospetto del Presidente del Parlamento UE Martin Schulz e di Dacian Cioloş, Commissario Europeo per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale. Cifre da capogiro quelle legate all’agricoltura europea. Il 43% del bilancio comunitario, cinquantacinque miliardi di euro l’anno. Tuttavia, gli investimenti non sempre si sono rivelati positivi, sostengono le associazioni. Sul totale dei contributi europei solo il 20% è destinato agli agricoltori. Questo vuole dire che in questi anni si è sostenuta essenzialmente la produzione alimentare industrializzata. Senza contare i danni che sono stati prodotti in termini di biodiversità e spreco alimentare.

L’occasione per far sentire la propria voce è, del resto, davvero ghiotta visto che, per la prima volta nella storia dell’UE, la riforma della PAC sarà decisa congiuntamente dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea, secondo quanto previsto dal Trattato di Lisbona, che dà così, indirettamente, alla società civile l’opportunità di essere un soggetto di maggior peso nelle decisioni a livello sovranazionale.

La strada, tuttavia, si annuncia in salita. Da un lato la Commissione Ambiente del Parlamento ha votato per l’attuazione del greening per i pagamenti diretti agli agricoltori, che garantirebbe contributi UE supplementari solo a coloro che adottano solide misure ambientali, funzionali alla conservazione della biodiversità, alla gestione sostenibile delle risorse idriche e alla mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici. Allo stesso tempo ha votato contro misure di assicurazione per gli agricoltori che toglierebbero fondi a importanti misure ambientali. Ma la Commissione Agricoltura (presieduta dall’ex ministro italiano Paolo De Castro) difficilmente si allineerà a queste posizioni e riproporrà a un greening “fai da te” secondo cui gli agricoltori potranno scegliere le misure ambientali che ritengono di poter implementare più facilmente. Facendo rimanere lettera morta qualunque idea di piano coordinato dall’alto dall’UE visto che gli Stati membri e i singoli agricoltori potrebbero mettere in campo una moltitudine di ingestibili misure individualistiche. Non resta che attendere l’esito del prossimo Consiglio Europeo sull’agricoltura, in agenda per il 24 e 25 settembre, per vedere quale indirizzo prenderanno i Governi nazionali.

“È imperativo che la PAC cambi, se vogliamo che l’agricoltura in Europa diventi una prospettiva di vita appetibile per i giovani, uno strumento di rivitalizzazione economica e sociale delle zone rurali, un elemento di tutela del paesaggio e dell’ambiente”, ha intanto commentato Carlo Petrini, Presidente e fondatore di Slow Food.

Beatrice Credi

 

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