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Agroecologia. Una via percorribile, osteggiata da interessi e ricercatori compiacenti

luglio 21, 2015 Racconti d'Ambiente, Rubriche

E ormai chiaro che l’umanità ha bisogno di un paradigma alternativo di sviluppo agricolo che promuova un’agricoltura più solida in termini ecologici, bio-diversificata, resiliente, sostenibile e socialmente giusta. Base di questo nuovo paradigma è la moltitudine di sistemi agricoli dotati di razionalità ecologica messi a punto in centinaia di milioni di piccole aziende che oggi producono gran parte del cibo consumato nel mondo e lo fanno perlopiù senza input agrotecnici moderni. L’agroecologia rappresenta questo paradigma: un dialogo tra saperi agricoli tradizionali e scienze agrarie moderne che utilizza concetti e principi ecologici per progettare e gestire agroecosistemi sostenibili nei quali gli input esterni sono sostituiti da processi naturali. Per Racconti d’Ambiente pubblichiamo l’introduzione del libro “Agroecologia. Una via percorribile per un pianeta in crisi” edito da Edagricole.

Questo libro riguarda l’agroecologia e le modalità mediante le quali è possibile fornire in maniera sostenibile il cibo del futuro alle persone presenti su questo fragile pianeta. Il lavoro qui esposto è frutto di circa tre decenni di attività di ricerca e sviluppo condotta a livello planetario non solo da agroecologi ma anche, e forse soprattutto, da quei milioni di piccoli agricoltori di tutto il mondo che ci alimentano, preservano le nostre sementi e raffreddano il pianeta. Oggi l’agroecologia è stata ampiamente riconosciuta come scienza che fornisce i principi ecologici per la progettazione di un’agricoltura biodiversificata, produttiva, resiliente e socialmente giusta. Ma ottenere questo riconoscimento non è stato facile. Anzi l’agroecologia ha dovuto percorrere una strada lunga e tortuosa. Quando fu pubblicata la prima versione di questo libro, intitolata “Agroecologia: la base scientifica dell’agricoltura alternativa”, prima in spagnolo nel 1982 e poi in inglese nel 1983, l’agroecologia veniva generalmente ignorata dal mondo accademico; essa era considerata una sorta di pseudoscienza nelle mani di gruppi relegati ai margini dell’establishment scientifico.

Nonostante l’emarginazione da parte del mondo accademico, l’agroecologia fu applicata in America Latina − dove probabilmente l’agroecologia ha avuto origine − su iniziativa di numerose ONG che assistevano migliaia di poveri contadini bypassati dalla Rivoluzione Verde ed emarginati da governi nazionali e regimi militari. In seguito alcuni professori e studenti universitari aderirono all’iniziativa, e poiché le pratiche agro ecologiche venivano ampiamente adottate dai piccoli agricoltori e rivitalizzandone le aziende erano effettivamente in grado di influenzarne positivamente le condizioni di vita, l’establishment accademico alla fine smise di ignorarci, passando piuttosto a sostenere che l’agroecologia era in qualche modo utile per i piccoli agricoltori poveri, anche se non poteva rispondere adeguatamente alla sfida di nutrire il mondo.

La discussione è proseguita, ed oggi la tesi standard è che in base a proiezioni sull’andamento della popolazione umana la produttività agricola dovrà essere raddoppiata entro il 2050 e che ciò richiederà tecnologie sofisticate sviluppate nel Nord, quali prodotti dell’industria agrochimica, colture transgeniche ed altre innovazioni. Grazie agli sforzi di un miliardo e mezzo di piccoli agricoltori che producono il 50-70% del cibo che mangiamo utilizzando il 20% di seminativi e acqua ed il 30% dei combustibili fossili − e grazie anche a spinte di carattere sociale − il lavoro di centinaia di agroecologi unito a rapporti internazionali come quello scritto dal Professor Olivier de Schutter, ex Relatore delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, ha fatto sì che oggi finalmente un numero elevato di istituzioni multilaterali, governi, università e centri di ricerca, e altri, riconoscano ed apprezzino l’agroecologia. Purtroppo il riconoscimento dell’agroecologia comporta in molti casi una sua ridefinizione come insieme ristretto di tecnologie o come semplice strumento aggiuntivo da combinare con gli altri approcci disponibili, quali biotecnologie, agricoltura intelligente sul piano climatico ed altri, allo scopo di affinare ulteriormente l’agricoltura convenzionale ed in ultima analisi provare a risolvere i problemi che l’agricoltura industriale ha creato e non riesce risolvere.

Questa ridefinizione dell’agroecologia (che alcuni vedono come cooptazione) la ritroviamo sotto vari nomi, principalmente “intensificazione sostenibile” o“intensificazione ecologica”. Mentre queste tensioni continuano nel mondo accademico, i movimenti sociali rurali di tutto il mondo con eccezionale chiarezza politica hanno adottato la vera agroecologia come base tecnica e metodologica della loro strategia di sovranità alimentare. In America Latina e altrove i campesinos hanno incrementato la loro presenza culturale, sociale e politica a livello territoriale e si sono organizzati sotto l’egida de La Via Campesina ed altre forti organizzazioni, poiché hanno compreso che lo smantellamento del complesso agroalimentare industriale, unito al ripristino dei sistemi alimentari locali, deve andare di pari passo con la realizzazione di alternative agroecologiche valide.

I movimenti contadini hanno abbracciato l’agroecologia attraverso reti tra agricoltori che promuovono innovazioni e idee agroecologiche per una serie di ragioni: a) l’agroecologia è socialmente attivante, poiché la sua diffusione richiede una partecipazione costante da parte degli agricoltori ed un sistema orizzontale di diffusione della conoscenza; b) si tratta di un approccio culturalmente accettabile, in quanto si basa su conoscenze tradizionali e promuove un dialogo di saperi con approcci scientifici più occidentali (i sistemi agroecologici sono profondamente radicati nella razionalità ecologica dell’agricoltura tradizionale su piccola scala); c) promuove tecniche economicamente sostenibili, dando risalto all’uso di conoscenze indigene, agrobiodiversità e risorse locali, e progettando sistemi chiusi che in tal modo non dipendono da input esterni; d) l’agroecologia è solida dal punto di vista ecologico, in quanto non tenta di modificare i sistemi di produzione esistenti, ma piuttosto cerca di ottimizzarne le prestazioni promuovendo diversificazione, sinergia ed efficienza.

L’espansione dell’agroecologia nel Sud del mondo ha avviato un interessante processo di innovazione cognitiva, tecnologica e socio-politica, intimamente legato a nuovi scenari politici quali la nascita di governi progressisti e movimenti di resistenza promossi da contadini e popolazioni indigene. Il nuovo paradigma scientifico e tecnologico agroecologico viene dunque sviluppato mediante uno scambio costante con movimenti sociali e processi politici. Oggi ci sono territori sotto il controllo di organizzazioni contadine che praticano una sovranità alimentare basata sull’agroecologia, governi che hanno definito politiche di promozione diretta dell’agroecologia, movimenti di consumatori che sostengono gli agricoltori locali mediante meccanismi di mercato innovativi e solidali, servizi governativi di ricerca e assistenza tecnica che prevedono l’agroecologia nei loro programmi, nonché organizzazioni scientifiche come la Sociedad Cientifica Latinoamericana de Agroecologia (SOCLA) le quali, lavorando a stretto contatto con le organizzazioni contadine, hanno messo il progresso scientifico agroecologico al servizio dei movimenti rurali e della società nel suo complesso. Mancano però ancora quelle grandi riforme, riguardanti politiche di indirizzo, istituzioni e agende di sviluppo, in grado di assicurare che le alternative agroecologiche vengano adottate su vasta scala, siano accessibili in maniera equa ed ampia, e si moltiplichino, cosicché il beneficio in termini di sovranità alimentare sostenibile si realizzi appieno. Va anche riconosciuto che uno dei principali ostacoli alla diffusione dell’agroecologia è stato che potenti interessi economici e istituzionali hanno sostenuto ricerca e sviluppo finalizzati all’approccio agroindustriale convenzionale, influenzando, in numerose occasioni, i programmi di ricerca di università pubbliche e centri di ricerca governativi, mentre ricerca e sviluppo finalizzati all’agroecologia sono stati ignorati o addirittura ostracizzati in gran parte delle nazioni. L’agroecologia è una pratica ad elevata intensità di conoscenza, e quindi il suo sviluppo richiede investimenti in ricerca ed istruzione, uniti alla diffusione di risultati e know-how mediante reti tra agricoltori. Dare priorità all’agroecologia come modello di sviluppo rurale ridurrebbe anche la dipendenza da input agricoli industriali molto costosi, quali fitofarmaci e fertilizzanti di sintesi, ma anche sementi geneticamente modificate (OGM). Le risorse così liberate potrebbero essere reinvestite in ricerca applicata, formazione e sviluppo di tecnologie innovative; cosa che con l’aiuto di agricoltori, scienziati, accademici, ONG e consumatori darebbe vita ad un ambiente davvero propizio all’innovazione ed alla condivisione delle conoscenze: un ruolo che davvero poche università del XXI secolo hanno provato ad assumere.

Con tutti i limiti del fenomeno, stiamo però assistendo ad una triplice “rivoluzione agroecologica”, vale adire epistemologica, tecnica e sociale, la quale sta dando vita a cambiamenti nuovi ed inaspettati, mirati a ripristinare l’autosufficienza locale, conservare e rigenerare la risorsa naturale agrobiodiversità, produrre alimenti sani per tutti con bassi livelli di input e legittimare le organizzazioni contadine. Detti cambiamenti mettono direttamente in discussione le politiche di modernizzazione neoliberiste basate su agribusiness ed esportazioni agricole, aprendo nel contempo nuovi percorsi politici per consentire alle società rurali di raggiungere la sovranità alimentare e il diritto al cibo per tutti. Dopo un percorso lungo e tortuoso, l’agroecologia quale scienza, prassi e movimento è stata finalmente riconosciuta da molti come approccio fondamentale per realizzare una nuova agricoltura del futuro: un’agricoltura libera dalla dipendenza dal petrolio, amica della natura, resiliente ai cambiamenti climatici, socialmente giusta e diversificata anche dal punto di vista culturale.

Miguel A. Altieri, Clara I. Nicholls, Luigi Ponti

 

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