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Alberto Magnetti e le ottime ragioni dell’omeopatia

febbraio 7, 2018 Campioni d'Italia, Rubriche

Più di un italiano su cinque, 13 milioni in totale (erano 6 milioni nel 2000), secondo i dati Eurispes si cura con i medicinali non convenzionali. Sul gradino più alto del podio svetta l’omeopatia con ben il 76% di preferenze di questa “comunità” che, come confermano i numeri, non è una setta esoterica di invasati. Anzi, c’è un gran pezzo d’Italia che si affida consapevolmente all’omeopatia. Ramo della medicina con oltre due secoli di storia alle spalle che, nonostante periodi di messa in ombra, ha ripreso sicurezza, autorevolezza e ricevuto riconoscimenti scientifici e istituzionali importanti: “Io sono integrato, insegno Omeopatia all’Università da 15 anni e faccio parte di una commissione istituita dalla Regione Piemonte sulla medicina non convenzionale. L’omeopatia, ricordiamolo, è atto medico, solo i medici la possono utilizzare”. A parlare è il dottor Alberto Magnetti, una vita professionale dedicata all’omeopatia: nel 1984 socio fondatore e presidente dell’Associazione Piemontese Medici Omeopatici (A.P.M.O.), poi socio fondatore della Federazione Italiana Associazioni e Medici Omeopatici (F.I.A.M.O.) e ancora, negli anni ’90, presidente della Società Italiana di Omeopatia di Torino e, dal 2005 al 2014 del risorto Istituto Omiopatico Italiano 1883, fondato alla fine del XIX secolo da un gruppo di medici omeopatici italiani intenzionati a diffondere questa pratica nella penisola.

Magnetti ama la storia della medicina e ripercorre con noi quella dell’omeopatia, molto diffusa da inizio ’800 negli U.S.A. ma poi rimasta in ombra per tanto tempo nello scenario internazionale: “E’ stata codificata nel lontano 1795 e ha tagliato importanti traguardi nella lotta all’epidemia di colera. Risultati eclatanti: con la medicina convenzionale morivano il 60% dei malati mentre con l’omeopatia le percentuali scendevano sotto il 10%. Si aprirono così molti ospedali, per esempio quello di Londra dove si cura ancora oggi la casa reale”.

Poi qualcosa cambia la storia. “Quando si scoprirono i batteri s’impose il meccanismo di interpretazione lineare: individuo il batterio e lo uccido. Gli antibiotici conquistarono la testa dei medici e l’omeopatia fu messa in secondo piano”. L’ apice è stato raggiunto  dagli anni ’40 ai ’60 del Novecento, con la sempre maggiore industrializzazione della medicina. “Trionfò la filosofia del basta una pastiglia per risolvere tutto, solo a fine anni 60 si risvegliò  l’interesse. Oggi in Europa la stima della popolazione omeopatica è di 125 milioni di persone, nel mondo siamo a 600 milioni. A Torino c’era il primo Ospedale Omeopatico Italiano, rimasto aperto da fine Ottocento fino al 1985!”.

I numeri attuali confermano l’attenzione ed il seguito, ma Magnetti porta anche altri numeri, di tipo economico, che spiegano le reazioni rabbiose contro l’omeopatia: “Nonostante le fake news sui fatturati calanti dell’omeopatia, una società di marketing USA – la Transparency Market Research – stima un aumento del 44% nel mondo in 10 anni: ha preventivato il passaggio da 386 milioni a 17 miliardi nel 2024. Sono dati che preoccupano i marchi tradizionali“. Ovvero Big Pharma trema. E reagisce.

Nei media l’omeopatia salta dunque in prima pagina solo quando si verificano delle disgrazie e i titoli sono molto forti e negativi. Quando il bambino in cura presso un medico omeopata morì per l’otite la notizia ebbe un’eco molto forte nei telegiornali. Fenomeno che non accade quasi mai per i decessi causati dalla medicina tradizionale. Un’asimmetria che Magnetti denuncia: “Basta che ci sia di mezzo un farmaco omeopatico e i titoli in prima pagina arrivano facilmente. In realtà non c’entra nulla l’omeopatia, ma la malpractice (l’errore medico, NdR). In altri termini è il medico che sbaglia, è sua la responsabilità. Quando un chirurgo palermitano ha tranciato un’arteria ad un bambino non c’è stato tanto clamore, non si è messa in discussione la chirurgia!“. Due pesi e due misure.

Magnetti ammette anche che l’omeopatia “non sempre funziona”, ma esattamente così come la medicina tradizionale. “L’aspirina – ricorda – va bene nel 50% dei casi, quando non funziona il medico deve trovare una soluzione alternativa. A livello internazionale  sono stati diffusi spesso degli studi, poi smascherati, come quello di Shang del 2005 pubblicato da Lancet. Un lavoro scientifico di basso livello, con errori di tipo statistico che ebbe una forte risonanza sulle maggiori testate mondiali per l’ editoriale ‘La fine dell’omeopatia, diffuso ai mass media. Titoli veramente esagerati”. Eppure l’omeopatia “non ha conseguenze negative come i farmaci tradizionali: ci sono più morti causati dagli ansiolitici che vittime da incidenti stradali!”.

Magnetti, durante la nostra intervista, si sofferma anche sui rapporti con le altre cure “allopatiche”, sia naturali che convenzionali, per spiegare le differenze. “Il fitoterapico – ci spiega – ha una buona azione, ma è sempre la chiave con la quale apro l’auto, mentre con il telecomando, ovvero l’omeopatia, mando un messaggio e interagisco. L’omeopatia utilizza energia, informazioni e non distrugge nessuno. Usa ‘la password’ giusta. La vera personalizzazione della cura. In omeopatia 10 persone ricevono 10 trattamenti diversi perché il medico tiene conto del quadro generale del paziente“. Insomma l’analisi è olistica, guarda all’ambiente in cui vive la persona, alle sue differenti relazioni. E la relazione con i vaccini? “L’omeopatia è contemporanea alla scoperta dei vaccini che mimano la sua realtà,  anche se il loro uso è più grossolano si somigliano ed hanno un meccanismo d’azione simile. Mai screditati i vaccini nel mondo omeopatico. Detto questo non possiamo negare l’evidenza, cioè gli effetti collaterali...”.

Un tema caldo, di cui si parlerà anche al prossimo congresso nazionale della FIAMO che, ci ricorda il dottore, si terrà in Piemonte dal 16 al 18 marzo prossimi, e in occasione della Giornata Mondiale dell’Omeopatia – il 10 aprile (data di nascita del fondatore tedesco Samuel Hahnemann) – dove Magnetti sarà di nuovo in prima fila a difendere le ragioni di questa pratica medica “non convenzionale”, tanto efficace quanto criticata.

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