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Alessio Tavecchio, il ragazzo che nacque due volte e che non smette mai di sognare

settembre 28, 2018 Rubriche, Very Important Planet

Il 5 dicembre 1993 tornando a casa in moto, a Monza, Alessio Tavecchio cade per distrazione in una buca aperta sulla strada. La moto lo scaraventa in avanti, batte la schiena sull’asfalto e si schianta, con la visiera del casco aperta, contro il guardrail. Entra in coma e quando si risveglia si accorge che non può più comandare le gambe. I medici gli comunicano la lesione fatale al midollo spinale: la sua vita non potrà più essere come prima e la sedia a rotelle lo dovrà accompagnare in ogni spostamento. Eppure in quei momenti tragici germogliano le basi della rinascita. Alessio comprende per la prima volta il valore assoluto della vita, della salute, dell’amicizia e il potere della forza di volontà. Inizia ad allenarsi in piscina e a vincere i Campionati Italiani, poi quelli Europei e nel 1996 partecipa con il team italiano alle Paralimpiadi di Atlanta. Ad oggi ha collezionato 30 medaglie d’oro, tre libri e una serie instancabile di progetti, che cura attraverso la sua Fondazione. Lo abbiamo incontrato a Cesenatico, alla convention di Dolomiti Energia, nella sua veste di instancabile formatore e motivatore, nelle aziende e nelle scuole.

D) Alessio mi racconti il tuo progetto “Tutti giù per terra”?

R) Il suo sottotitolo è “Accolti e raccolti“. E’ un progetto ambizioso, al quale sto lavorando da 15 anni. Sul terreno dove dovrebbe sorgere il nostro Centro Polifunzionale Integrato, a Monza, abbiamo iniziato, grazie a numerose donazioni e finanziamenti, a realizzare un orto e un vigneto solidali e didattici per persone con disabilità, studenti, richiedenti asilo e anziani, con il coinvolgimento dei cittadini, delle cooperative, delle scuole, degli enti pubblici e delle associazioni del territorio. C’è anche un grande bosco, per mantenere la biodiversità…

D) Sul sito della Fondazione scrivi che il valore di questo progetto è nel “credere fermamente che il lavoro contadino abbia una grande capacità di coinvolgimento interculturale e di partecipazione attiva: coinvolgere per imparare, partecipare per migliorare, raccogliere i frutti di un orto e farli diventare medicina dello spirito“… Il riavvicinamento alla terra, dunque, come cura di sé e forma di inclusione, giusto?

R) Sì, è un progetto di “accessibilità totale”, aperto a tutti. Pensa che stiamo addirittura progettando un parquet di legno lungo i filari della vigna, per consentire anche a chi è in sedia a rotelle di poter partecipare alla vendemmia, sentirsi incluso e utile. Ma non c’è solo natura, l’idea è quella di dialogare anche con le nuove tecnologie. Stiamo sviluppando con i nostri partner di IBM e Cisco un sistema di rilevazione digitale delle disponibilità dell’orto che dialoghi con il ristorante, per comunicare in tempo reale cosa è possibile mangiare, meraviglie dell’intelligenza artificiale…

D) Nel tuo intervento alla convention hai sottolineato più volte l’importanza delle relazioni tra gli esseri umani, il fare rete come via di salvezza, pensi sia applicabile anche ai problemi ambientali?

R)  Certo, solo l’interrelazione umana potrà salvare il Pianeta. Il pensiero è l’energia più potente che abbiamo e si irradia intorno a noi coinvolgendo le altre persone e l’ambiente che ci circonda. Questa forza, la nostra “guarigione” può determinare la guarigione del Pianeta.

D) Io ho scritto spesso che, per ottenere risultati in campo ambientale, invece di tanta retorica servirebbe una “ecologia egoista“. Condividi l’idea che, paradossalmente, potrebbe essere un sano egoismo a salvare il Pianeta?

R) Sì, ma non lo chiamerei egoismo, direi “investimento su sé stessi“. Come spiegavo prima parlando dell’educazione stradale: se le persone capiscono che mettere la cintura di sicurezza non è un’imposizione dall’esterno che serve ad evitare una multa, ma è un modo di proteggere il bene più grande, la propria salute, allora la prospettiva cambia, prendi coscienza del valore assoluto della tua vita, di chi ti circonda e del Pianeta…

D) Quindi anche sulle prescrizioni ambientali bisognerebbe far entrare nella zucca il concetto che sono un bene per ciascuno e non una serie di sterili regole e normative…

R) Sicuramente, lo dobbiamo fare per noi stessi! Purtroppo anche se è un concetto banale non è facile da far comprendere. La gente è troppo spesso “distratta”, ha bisogno di una tragedia per “cogliere i segnali” e capire le cose più importanti, come è successo a me. La TV potrebbe fare molto, è uno strumento di comunicazione ancora potente, che può arrivare a molti, ma non vedo molto interesse ad utilizzarla nel modo giusto, si pensa solo ai dati di ascolto e allo share

D) La domanda di rito della rubrica V.I.P. – Very Important Planet: quale pensi sia oggi il problema ambientale più urgente?

R) L’educazione ambientale, senza dubbio. E’fondamentale andare a parlare con i bambini e i ragazzi delle scuole. Io ho la fortuna di incontrarne 20.000 all’anno. Ammetto che, sui temi ambientali, a volte perdo un po’di ottimismo vedendo come gira il mondo oggi, poi incontro i bambini e mi restituiscono una carica incredibile. Pochi giorni fa un bambino di 13 anni è venuto a ringraziarmi, mi ha detto che raccontando la mia storia gli ho ridato fiducia nella vita, che “sono il suo idolo“. Il suo idolo, capisci? E non sono una rockstar, non sono un calciatore, non sono mica Messi!

Andrea Gandiglio

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