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Alla scoperta del Monferrato “bric e fos”. Da Casale e ritorno

Un paesaggio di una poesia e di una semplicità commoventi: entrare in Monferrato è come varcare la soglia di un mondo antico e al contempo moderno, dove le tradizioni di un tempo vengono declinate in forma contemporanea. Tra le colline, ammantate di vigne e degradanti nel Po, nascono vini profumati e la passione per la buona tavola, una cucina genuina ma raffinata. E’un mondo lontano dalle “grandi vie” turistiche, che può essere scoperto poco alla volta, attraverso itinerari affascinanti che attraversano paesini di pietra e mattoni, crocevia persi tra le campagne odorose di fieno, “bric e fos” che, nell’immaginario collettivo, simboleggiano il territorio stesso del Monferrato.

La prima meta di questo viaggio, che parte da Casale Monferrato, è Coniolo, raggiungibile da una strada panoramica che, a poche centinaia di metri da Piazza Castello, si inerpica dal Ronzone – il quartiere dove un tempo sorgeva la fabbrica Eternit e dove ora è in corso di realizzazione il Parco Eternot – lungo il crinale collinare che costeggia il fiume Po. Dal belvedere vicino alla chiesa di Coniolo si può ammirare uno dei più bei panorami sulla pianura vercellese e sull’arco alpino, ma il piccolo paese, famoso per la manifestazione Coniolo Fiori e per i giardini rigogliosi e curati, merita una sosta anche per il museo etnografico dedicato al “paese che visse due volte”.

L’abitato principale di Coniolo sorgeva, poco più di un secolo fa, su un vicino cocuzzolo, oggi chiamato neanche troppo metaforicamente “Coniolo Rotto”. A causa dei lavori di estrazione nelle cave di pietra da cemento, si registrarono infatti gravi lesioni e cedimenti nel borgo sovrastante: ottantaquattro case, la chiesa di Sant’Eusebio e la villa del marchese Fassati in pochi anni crollarono e gli abitanti furono costretti ad abbandonarle ed a spostarsi sulla collina antistante dove già era ubicato il resto dell’abitato. Continuarono per necessità a scendere in miniera, ma quando l’estrazione nella metà degli anni venti del secolo scorso sembrò dirigersi nuovamente verso il paese appena ricostruito, i Coniolesi si unirono, richiesero l’intervento del Governo e riuscirono a salvarlo. Le cave chiusero negli anni sessanta ed il ricordo di quella dolorosa vicenda è ora affidato alle installazioni ed ai contenuti multimediali del museo.

Da Coniolo si prosegue per Ozzano. Il paese, che ha il suo centro più antico nel fitto reticolato di vie che si snodano sulla collina, ha un passato industriale di rispetto: già nella seconda metà del XVIII secolo i fornaciari estraevano e lavoravano la calce, attività che andò sempre più ampliandosi ponendo le basi per lo sviluppo economico ottocentesco. L’industrializzazione portò radicali mutamenti sia alla struttura urbana del paese, che nella parte pianeggiante vide sorgere grandi impianti con ciminiere, sia alla vita degli abitanti, che da contadini divennero operai.

Lo sviluppo dell’industria cementiera ha raggiunto l’apice nel periodo tra le due guerre, poi nella seconda metà del ‘900 è iniziato un lento declino: oggi, chi visita Ozzano non potrà non restare colpito dal contrasto tra la cultura contadina, che ancora si respira tra le case del borgo vecchio, e la tradizione industriale, tutt’ora visibile nella teoria di torri e ciminiere.

Lasciata Ozzano ci dirigiamo verso Camino, a pochi chilometri di distanza. Il comune, accoccolato lungo l’ultima fascia di colline che dominano la piana vercellese ed il fiume Po, è la vedetta di questo angolo di Monferrato. Simbolo imperituro di questo suo ruolo, perpetuatosi nei secoli, è il maestoso Castello dei Marchesi Scarampi. Uscendo dal dedalo di curve che salgono al paese, la sagoma del castello appare improvvisamente all’orizzonte, ricordando nella forma quei disegni ingenui con i quali i bambini ritraggono il castello dei loro sogni.

La storia di Camino, del capoluogo come delle numerose frazioni, è intessuta di storia e leggende, di fantasmi che passeggiano con la testa in mano, di frati che riescono a sollevare rivolte in capo al mondo, di monache che non hanno smarrito soltanto la retta via… Un luogo che ha ispirato tanti, tra i quali l’artista Enrico Colombotto Rosso, recentemente scomparso, che aveva proprio tra queste vie il suo atelier e buen retiro.

Ogni angolo racconta qualcosa a chi desidera farsi affascinare dal mistero e mentre ci si lascerà il paese alle spalle, diretti a Cerrina, ancora sembrerà giungere al viandante il sussurro di qualche nuovo segreto.

Cerrina, come la vicina Ozzano, vive il dualismo tra la sua storia contadina, racchiusa nell’antico centro, in collina, ed il più recente sviluppo industriale nell’area pianeggiante a ridosso della Stura.

Cerrina offre alcune realtà architettoniche ed artistiche di grande interesse, come la “Casa Forte”, edificio risalente al XV secolo ed interamente restaurato nel 2002, la Chiesetta di San Bastiano e la Cappelletta di San Luigi. Suggestivo è il Santuario della Madonna Addolorata nella Frazione Case Bolli, luogo ancora oggi di culto mariano. Tra le colline, l’armonia del paesaggio è rimasta intatta: la natura qui è stata benevola, fiori di campo costeggiano le strade e alberi maestosi punteggiano i versanti, delimitando terreni coltivati con cura, percorsi da sentieri di notevole bellezza. In autunno, questo quieto paesaggio si popola di strane figure, intabarrate in giacche pesanti e pronte a sfidare i rigori della notte alla ricerca dell’oro nero, il tartufo, il cui profumo richiama golosi da ogni dove.

Nella vicina Murisengo al re della tavola viene dedicata ogni anno la grandiosa Fiera “Trifola d’or”, istituita ufficialmente nel 1967 ma che trova origine nella tradizione agricola e commerciale della cinquecentesca fiera di San Martino. Ancor oggi, Murisengo è un centro vivace, con negozi ed un frequentato mercato che cade ogni sabato mattina. Il paese, dominato da un castello del 1300 di cui si conserva la torre originaria, possiede anche diversi edifici di culto di notevole pregio, esempi di rococò e tardo barocco piemontese.

Una strada che si perde in mezzo ai campi ed ai prati, sinuosa quanto basta per regalare, ad ogni curva, visioni poetiche e fuggevoli, conduce a Villadeati, delizioso paese immerso tra i boschi della Valcerrina. Il capoluogo ha vie strette e tortuose che ascendono alla sommità del colle dove un tempo sorgeva un’antica fortificazione e dove oggi si trova il Castello di Belvedere, grandiosa villa di ispirazione juvarriana costruita tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.

A Villadeati si trova anche il palazzo-atélier seicentesco (un tempo albergo) di proprietà dell’artista Labar, pittore, scultore, incisore e collezionista di macchine da stampa a braccia del ’700- ’800.

Da Villadeati, ridiscesi in Valcerrina con direzione Casale, si raggiunge in pochi chilometri il bivio per Serralunga di Crea, nel cui territorio si trova il famoso santuario mariano, patrimonio dell’Unesco, luogo di culto e devozione al quale approdano ogni anno migliaia di fedeli da tutta Italia. La chiesa-basilica di Santa Maria, dalla sobria facciata, conserva al suo interno pregevoli opere, a cominciare dagli affreschi della Cappella di Santa Margherita, con scene del martirio della Santa attribuite ad un ignoto autore quattrocentesco ribattezzato il Maestro di Crea. Tra le altre opere custodite va ricordata una bella tavola di Macrino d’Alba ed una tela di Guglielmo Caccia detto il Moncalvo.

La galleria degli ex voto testimonia il saldo legame di questa terra con la Madonna di Crea: su tavole dai disegni spesso fanciulleschi vengono infatti riportati i ringraziamenti per i miracoli compiuti dalla Vergine a favore del suo popolo. Una piacevole passeggiata tra querce e frassini – che richiama neanche troppo metaforicamente l’ascesa in cielo – conduce al “Paradiso”, cappella principale della Via Sacra, percorso di 23 cappelle. I lavori di edificazione del Sacro Monte iniziarono nel 1589 su iniziativa del priore di Crea Costantino Massino, che progettò l’ampliamento del preesistente santuario mariano disponendo la costruzione di una serie di cappelle dedicate ai misteri della vita e al trionfo della Madonna.

Da Serralunga, scendendo verso valle, si ritorna ad Ozzano prima di raggiungere San Giorgio Monferrato, famoso per il suo castello che gli storici ritengono essere il più antico fra i castelli del territorio. Simbolo dei Signori di San Giorgio, assurti al potere nel corso delle guerre fra i comuni di Alessandria, Asti e Vercelli da una parte e Bonifacio I dall’altra, il maniero domina l’abitato.

In pianura, lungo la Casale-Asti, opera la Cantina Sociale di San Giorgio, che con le vicine cantine sociali dei Colli di Crea, a Serralunga, e del Monferrato, a Rosignano, testimonia la profonda vocazione vinicola di queste colline.

Da San Giorgio si ritorna a Casale Monferrato, attraverso una piacevole strada panoramica che collega il centro del paese a Salita Sant’Anna. Lungo il percorso, ecco comparire all’improvviso lo skyline inconfondibile della città, caratterizzato dalla antica Torre di Santo Stefano. Qui la chiamano la Torre dell’Orologio, perché è ad essa che tutti guardano per veder scorrere il tempo sul quadrante donato dal marchese Gozani dell’Olmo. Poco distante, il salotto cittadino, piazza Mazzini, per i Casalesi “Piazza del Cavallo” per la statua equestre che fa bella mostra di sé al centro del perimetro. La piazza è il punto ideale dove sostare, per rilassarsi ad uno dei numerosi caffè, per farsi tentare dal profumo invitante dei famosi krumiri Rossi, i biscotti simbolo della città preparati artigianalmente nella vicina Via Lanza, per ammirare le ragazze che si recano in Via Roma “a fare le vasche”.

A malapena nascosta dai palazzi barocchi, occhieggia la facciata a capanna in arenaria e mattoni del Duomo di Sant’Evasio, consacrato il 7 gennaio dell’anno 1107 da Papa Pasquale II sul luogo ove esisteva nel I secolo d.C. un tempio dedicato a Giove e, successivamente, una chiesa di epoca liutprandea in onore del martire Lorenzo. Tra le più belle cattedrali in stile romanico lombardo di tutto il Piemonte è solo uno dei tanti gioielli architettonici che adornano la capitale del Monferrato.

A poche decine di metri, il museo civico con l’imperdibile Gipsoteca Leonardo Bistolfi, che documenta il lungo percorso artistico dello scultore casalese, dal primo gusto verista fino alla sua personalissima adesione a Simbolismo e Liberty. Casale, la cui posizione strategica ne motiva i trascorsi storici avvincenti, ha oggi il suo simbolo ritrovato nel Castello dei Paleologi, possente fortificazione militare quattrocentesca, oggetto di restauro in questi ultimi anni.

Marina Maffei


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