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Ancora alla Sacra di San Michele. Camminata d’autore con Luigi Nacci

ottobre 14, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

 

Qualcuno diceva che quando tutto si rabbuia e il cuore diventa pesante è il momento di aprire la porta e di mettersi in cammino (possibilmente senza orologio), per ritrovare, una volta a casa, i pensieri in ordine e il cuore in pace. Ma non funziona come un oppiaceo che ci isola passivamente dalla malattia. Il cammino è quell’atto di discontinuità e di ecologia dell’anima che porta frutto solo se coltivato, e la cui radice più evidente affonda nell’antico “alzati e cammina!”.

Oltre ad essere l’ingiunzione più celebre dell’Occidente,  Alzati e Cammina è da qualche mese anche il titolo di un libro di Luigi Nacci (poeta, insegnante, giornalista e svariate altre cose): un piccolo caso editoriale ma soprattutto un libro essenziale sull’abito umano della viandanza e i suoi significati. E’ lo stesso Nacci che me ne ha parlato in occasione di una camminata spirituale alla Sacra di San Michele (To), organizzata da Torino Spiritualità in collaborazione con Al.ma Turismo Ambiente.

“Solleva la gamba. La destra o la sinistra, quella che istintivamente senti di muovere. […] Premi la punta del piede a terra, per mantenere l’equilibrio. Sull’altra gamba avverti concentrarsi tutto il tuo peso. Non è solo carne, muscoli, ossa, sangue, acqua. Ci sono anche parole, frasi, discorsi […] che ti riguardano […]. Sei traballante, oscilli, stai per cadere. […] Il tremolio aumenta, e solo una cosa ti potrà salvare: l’altra gamba. Prima una gamba, dopo l’altra, un passo dopo l’altro, ed eviterai il baratro. Pensa al camminare come a ciò che ti salverà da una caduta senza fine.” Non è una lezione di psicomotricità ma un piccolo saggio dalla voce letteraria di Nacci, sempre rivolta a un Tu, in pericolosa prossimità con il lettore, esattamente al modo in cui la strada interpella da vicino e pericolosamente il viandante.

Poco fuori l’abitato di Sant’Ambrogio (TO), all’imbocco della Val di Susa, il nostro “drappello viandante” è pronto a mettersi (per un giorno almeno) sulla strada della viandanza, forte della compagnia di un libro e della voce del suo autore. Ogni parola sarà più densa e urgente dopo, se durante l’ascensione saremo capaci di osservare il silenzio risparmiando energie e rimanendo aperti all’ascolto di ciò che porta il cammino.

Il drappello imbocca in silenzio l’antica mulattiera che da San Ambrogio conduce nel bosco di querce e castagni abbarbicato sul Monte Pirchiriano (962 m), anticamente detto Monte dei Porci. Il monticciolo è oggi gradito ai cinghiali – ça va sans dire - come ai camosci, che a quanto pare qui si sentono a casa, nonostante la bassa altitudine. Camminiamo tra ghiande e muschi sulle pietre lisce dove un tempo scivolavano le lese: le slitte che portavano approvvigionamenti o villeggianti al borgo di San Pietro, ultimo insediamento abitato prima della cima.

Tutta la mulattiera fino al paese di San Pietro è scandito dalle stazioni di una scabra via crucis, che scoperchia sotto i nostri passi le impronte infinite della devozione popolare. Milioni e milioni di passi e milioni di pellegrini e viandanti sono passati qui dove cade potentissimo l’incrocio devozionale tra la rotta micaelica – congiunzione di mille in mille chilometri tra Mont-Saint-Michel in Normandia, Sacra di San Michele, Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo sul Gargano – e la Via Francigena, che nelle sue due principali varianti alpine (Moncenisio e Monginevro) avvicinava a Santiago de Compostela.

“Ti è capitato di fare delle escursioni organizzate. Erano in giornata, avevano un baldo capogruppo […]. Veniva illustrato ciò che vi apprestavate a fare: ora e minuto di partenza, durata delle pause e del pasto principale, particolarità naturalistiche […], ora-minuto-secondo dell’arrivo, distanze, dislivelli, calorie bruciate, quota dell’assicurazione. Il ritmo veniva impartito dal primo, la trasfigurazione di uno stambecco, l’uomo in fuga.” Qui invece si sale con il passo dell’ultimo. Chi guida non sta davanti ma chiude il gruppo in coda. La strada può ancora dar corso a un tipo di comunità che va con il passo dell’ultimo, anziché con quello del primo. Tutto il contrario di come si regola la Società, a quanto pare.

Arrivati in cima al Pirchiriano, oltre la tomba dei monaci ormai ridotta a rudere, svetta l’Abbazia benedettina di San Michele, stratificata nel tempo, nella storia e nello spazio verso il cielo. Il primo vagito architettonico risale alla fine del X Secolo con la costruzione di un eremo ad opera di San Giovanni Vincenzo eremita. Sul finire dell’anno Mille, in seguito ad ottenimento d’Indulgenza, il conte Ugo di Montboissier esaudisce la preghiera di Papa Eugenio II di costruire un’abbazia. Da monastero benedettino il complesso si dota di una grande Foresteria per i pellegrini, sempre rimodellando struttura e spazi verso il culmine sacro, e vivendo fino al 1300 un’espansione territoriale e di prestigio internazionale senza precedenti. Oggi è il simbolo della Regione Piemonte.

La giornata è festiva, il clima mite e la Sacra è nel pieno delle visite turistiche. Un signore – molto simile al personaggio di San Pietro di una famosa reclame del caffè – avvicina Luigi Nacci con fare malizioso, domandando se ritenga di averci condotto alla Sacra in ascesa o in ascesi. Non oso immaginare cosa gli abbia risposto.

Orlando Manfredi


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