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Ancora storie di piedi e di passi: la terza settimana di Orlando

Tra passi, chilometri, canzoni, giubili e dolori, non è sempre facile tenere il vento in poppa. S’intende dolori “fisici”, claro. Ma sul Cammino di Santiago vige la legge dei vasi comunicanti: ogni banale inconveniente fisico incide sullo spirito. In fondo, qui non si è molto altro che un corpo e una mente  che lavorano insieme per percorrere un lungo cammino, bellissimo e impegnativo. In più,  fare il pellegrinaggio con gli strumenti del cantautore richiede una perizia da equilibrista consumato.  Occorre abbandonarsi alla strada, farsi tirare per la manica, assorbire tutto come una spugna e poi essere in grado di “tirarsi fuori”, prendersi i tempi per rielaborare l’esperienza e tradurla per tutti, sia quest’opera canzone, evocazione o racconto. E’ una centrifuga potente, e capita di rimanere dentro al cestello, fradici o prosciugati. Quando tutto diventa “troppo”, allora può aiutare aggrapparsi a dei “compiti”, come questi diari di viaggio.

Qualcuno ha detto che non si può pensare di aver terminato un viaggio finchè non si è tornati indietro. Ce lo dice, senza dirlo, anche Omero. Un diario di viaggio è un modo per rifare il viaggio a ritroso. Questa volta il diario di “fromOrlandotoSantiago” è dedicato non solo al paesaggio, ma anche a questi argomenti sottili, che ci soffiano sui capelli e ci scappano tra le dita: sono i ritorni, i re-incontri, i messaggi segreti. Bisogna acciuffarli come farfalle – tutti – per non perderli, per sempre.

Entro nella regione di Castilla y Leon, dopo aver attraversato più di 300 km di Navarra e Rioja. Arrivo con i sensi aguzzati del segugio. L’amico Josè Manuel, che mi aveva salutato un’alba ormai lontana, costretto a partire per la puzza di piedi di un pellegrino definito “marrano” (tradotto: zozzone), mi ha fatto sapere, con una telefonata, che al cartello d’ingresso della Regione di Castilla y Leon c’è un messaggio per me lasciato da qualcuno.

Una bacchetta magica lavora ostinata sul Cammino, e rende abbastanza frequenti cose come messaggi nella bottiglia, canti nella conchiglia, disegni nella grotta, dettagli per essere insieme ancora, nella distanza. Guardo alla sinistra del cartello, come da istruzioni, ma il biglietto o la scritta non si vedono. Avrò sbagliato cartello? Cerco negli angoli, nelle rientranze, nei coni d’ombra di tutti i cartelli della Castilla y Leon, ma nulla. Forse i messaggi sono a scadenza? Dopo un po’ scompaiono? O forse il mio messaggio è stato spostato più avanti, chilometri e chilometri, dove i giorni distilleranno i significati? Dai, è bello anche così:  sapere che qualcuno ha lasciato da qualche parte qualcosa per te, che rimane sconfinatamente chiuso nello spazio dell’immaginazione.

La Castilla offre circa 400 km al Cammino di Santiago, divisa tra Burgos, dove ti senti Escher arrampicato tra guglie, pinnacoli e strade scalene, Leon, forse la più bella grande città di tutta la “via frances“, le distese desertiche e sconfinate delle mesetas e la Maragaterìa montuosa e con qualche indizio di Galizia.

Sotto il torchio del sole, a volte assassino dalle prime ore del giorno, si aprono distese inarrestabili di campi di grano e girasoli. Ma non solo: vie di lavanda, larghi di timo, rotonde di ginestre. Sopra, i campi del cielo, spruzzati di nuvole polimorfe, che cambiano le carte sulla tua testa e qualche volta ti rovesciano addosso brevi docce fresche (molto rare, però).

In questi  luoghi potenti di desolazione, amo cercare il mio letto negli albergues religiosi, spogli, fatti di pietre e ombre, ricavati nelle sagrestie o in ex conventi o monasteri. Tutto molto scabro, eppure sorprendentemente confortevole, “familiare”, con il minimo di burocrazia possibile, con modi schietti e amichevoli e, soprattutto, senza il clima da colonia estiva che si respira, talvolta, negli albergues municipali, dove pure sono stato spesso.

A Najera, ultima cittadina della Rioja, il municipale tocca le sponde del rio Najerilla, circondato da un parco, ideale per riposare i piedi e le membra, mangiare e, se capita, suonare qualcosa. Alla sera gli ultimi pellegrini dividono la cena e nascono gruppetti spontanei, cantate, scambi di esperienze. Rimango nel parco fino alla chiusura.

Con me una ragazza olandese. Ci rivolgiamo parola, vinti dalla solitudine e dalla cortesia. Ma tutto si aggrappa all’equivoco. Io sono lì per fare il punto su alcune idee alla chitarra, lei è lì per girarsi una canna. A ognuno la sua finestra privata, anche se le canne si fanno girare e le canzoni si fanno ascoltare. Stavolta no. Tiriamo un sospiro di sollievo e andiamo a dormire.

Reincontro Lisa qualche giorno dopo, all’uscita da Santo Domingo della Calzada. Mi sto filmando con l’ì-phone: parlo da solo come un cretino. Sto raccontando la leggenda dei “polli della Calzada”, che resuscitano nel piatto di un giudice corrotto, per manifestare il miracolo della vita, resa ad un giovane impiccato ingiustamente. In quei quattro minuti si di storytelling incede da lontano la ragazza olandese. Io valuto se far finta di parlare con gli uccelli, come San Francesco, ma poi ci ripenso: finirei nella “mimesis” facendo il verso dell’upupa e cose del genere. Dunque le dico semplicemente che sto raccontando la leggenda dei polli della Calzada. Non fa una piega.

Finiremo a parlare per ore di un’infinità di cose, come gettarsi senza rete in un rischio senza fondo – se si ritiene giusto farlo, del Tempo secondo i Maya (mi chiarisce subito che quella della “fine del mondo” è una libera interpretazione idiota di un pensiero più raffinato), del Tempo secondo Bergson,  di “Into the Wild“,  di voragini affettive che concediamo agli animali (molto più di quanto non si faccia con gli uomini). Quando le chiedo quanti anni abbia, mi risponde serena “diciannove”. Non posso crederci. “E sei qui da sola?”. “Ora sì. Ho iniziato il cammino coi miei e con mio fratello. Poi i miei se ne sono andati e sono rimasta con mio fratello. Ma ora lui è più indietro.” ”E’ più grande di te?” “No, diciassette.” “E perchè vi siete separati? Avete litigato?” “No, il fatto è che è troppo legato a me e odia tutti quanti, perchè crede di non essere amato dal mondo. Deve solo imparare a non buttare adosso al prossimo la sua paura. Dunque, abbiamo pensato che sia meglio così: separati. Ognuno per la sua strada. Ma insieme. A lui piace un sacco fermarsi a guardare tutte le fontane, cercare i muschi, mettere i piedi a mollo. Qualche giorno fa ho visto una fontana bellissima e gli ho lasciato un messaggio. Una cosa per lui. Sono sicura che si fermerà.”

Alle ore 15.00 di un martedì dimenticato nella rada della meseta, aspetto una telefonata da una radio italiana. Abbiamo già spostato una volta questo appuntamento telefonico. Ci sono problemi per la radio a chiamare numeri stranieri. Devo trovare un posto tranquillo, soprattutto all’ombra, dove possa cambiare la scheda telefonica, da quella spagnola a quella italiana. Trovo un paese fantasma, dove tutto è chiuso, compreso l’albergue locale. Mi metto sotto il gazebo e inizio a trafficare con il cellulare ma non ho nulla sottomano per aprire lo sportellino della SIM. Cerco nello zaino qualsiasi cosa mi possa aiutare nell’operazione. Ho i minuti contati e, prima di parlare alla radio, vorrei attaccare le mie scarse provviste, perchè lo stomaco manda segnali e il cervello è in pappa. Dunque, passo subito allo stomaco. Divoro velocemente un bocadillo deperito e ritorno a cercare una minuteria qualsiasi per aprire sto maledetto sportellino. Ci provo con aghi, spille da balia, forbicine, ogni più piccola propaggine del coltellino svizzero ma niente.

Intanto, il tavolo sotto il gazebo e lo spazio circostante sono diventati una cosa a metà strada tra uno spogliatoio e una discarica. Mancano pochissimi minuti. Mi getto sullo zaino, in un corpo a corpo disperato, assesto qualche colpo ben dato e volano male parole. Lo zaino inerme, poveretto. Per terra, una graffetta che non sapevo di avere. Piombo come un falco sul cellulare, che scivola come una saponetta tra le mani e cade e torna ad essere vetro, in mille frantumi. Voglio morire. Il vetro del display a pezzi. Prima di morire, però, voglio cambiare sta scheda, per principio. Il portellino scatta leggero. Cambio la scheda. Driiinnn.

Una mezz’ora e arriva un ragazzo, paonazzo per il caldo. E’ tedesco. Si rifugia  sotto il gazebo, anche lui. Visibilmente contrariato dal fatto di trovare l’albergue chiuso e ridotto a una discarica, mi dice che quello è l’albergue del leggendario (e milionario) Paulo Coehlo. Incredibile. Dev’essersi trattato certamente di una nemesi. Io che non sopporto Coehlo mi trovo, senza saperlo, nel suo albergue, con l’i-phone sfasciato!

Finiamo inevitabilmente a parlare di acciacchi, dolori, gambe, piedi. Poi mi rivela il sistema di un vecchio saggio plurititolato, per evitare totalmente le vesciche: non cambiarsi mai le calze. Gli chiedo da quanto tempo non se le sia cambiate. “Don’t ask me.” Ok. “It smells a bit, but it works“. Ho capito. E’ lui il “marrano” dai piedi fetidi (smells like a teen spirit). Beh, per me c’è un legame inscindibile tra Paulo Coehlo, il vecchio saggio  e il giovane marrano, non troppo attento alla collettività. Ecco perchè non sopporto Coehlo.

A Belorado trovo rifugio in un albergue parrocchiale, dall’atmosfera unica, nei locali della canonica della iglesia di Santa Maria. Tutto è semplice e spontaneo. Come la cena che mi viene letteralmente offerta da una coppia di signori inglesi, che stanno tornando indietro da Santiago. Anche loro a piedi. Lo stanno facendo perchè sul Cammino, non c’è differenza tra la strada e la vita. Se vuoi ritrovare il significato dei tuoi passi, devi rifarli al contrario.

Orlando Manfredi

- From Navarrete to Najera: km 10; steps: 23872; playwish: “Sketches of Spain” played all by Miles Davis

- From Najera to Santo Domingo de la Calzada: km 20,1; steps: 49118; “Deadman” Original motion picture soundrack by Neil Young

- From Santo Domingo de la Calzada to Belorado: km 24,6 ; steps: 58790; playwish: “Gallo del cielo” by Joe Ely

- From Belorado to Sant Juan de Ortega: 27,7; steps: 58794; playwish: “Preludes” by Debussy

- From Burgos to Hrnillos del Camino: 21,1; steps: 50613; playwish: “Blue Horizon” by Emitt Rohdes

- From Hornillos del Camino to San Anton: km 9,7; steps: 23307; playwish: “Cheek to Cheek” by Lowell George

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