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Andreco, l’ingegnere che fa arte con l’ambiente

gennaio 20, 2017 Rubriche, Very Important Planet

Ingegnere ed artista. Razionalità ed emozioni convivono in Andreco , nome d’arte di questo trentottenne romano con residenza alternata tra Bologna e New York dove lavora tra Alma Mater e Columbia University e fa ricerca sui benefici ambientali delle tecnologie verdi urbane. Dal 2000 inizia la sperimentazione artistica che lega al suo lavoro scientifico sul rapporto tra spazio urbano e paesaggio naturale, tra l’uomo e l’ambiente in tutte le sue declinazioni. A Bologna si mette in evidenza per aver interpretato uno dei simboli della città: “Il Vecchione“, una scultura di dodici metri che brucia in piazza Maggiore per inaugurare l’anno nuovo. Poi “La Pecora” l’immagine simbolo di BolognaEstate 2015,  il programma culturale estivo del comune e “Landmark” una scultura di sette metri in ferro per le Serre dei Giardini Margherita di Bologna. Sabato 21 gennaio sarà tra i protagonisti, a Verona, della conferenza “L’arte nel tempo dei cambiamenti climatici”, un incontro con il critico d’arte Andrea Lerda organizzato da Platformgreen e dall’associazione  ASLC – Progetti per l’Arte.

D) Andreco, sei dottore di ricerca in Ingegneria Ambientale e ti occupi di gestione sostenibile delle risorse idriche e di risparmio energetico in ambito urbano e rurale. Piuttosto insolito per un artista! Ci puoi raccontare meglio il tuo lavoro sul fronte scientifico?

R) Ho fatto parte di un gruppo di ricerca che aveva come obiettivo quello di quantificare i benefici ambientali dei tetti verdi in ambito urbano a New York. Partendo da monitoraggi specifici fatti su diversi tetti giardino presenti in città, cercavamo di capirne i benefici ambientali per la gestione sostenibile delle risorse idriche ed il risparmio energetico. Alcuni anni dopo sono tornato in Italia e ho contribuito ad avviare un progetto simile presso l’Università di Bologna. In contemporanea ho esteso le ricerche anche ad altre infrastrutture verdi, come il verde verticale o le aree umide, valutandone i benefici anche in altre condizioni climatiche e in contesti urbani o rurali. In generale le infrastrutture verdi sono anche opere per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici…

D) Scienziato ed artista, dunque. Come riesci a far convivere queste due personalità così diverse?

R) Da sempre sono stato appassionato di scienza, di fisica in particolare, e parallelamente anche di arte. Un terzo interesse ha fatto incontrare questi due ambiti: quello per l’ambiente. Mi interessa il rapporto tra uomo e natura in tutte le sue forme e tra spazio costruito e paesaggio naturale. Molte delle mie opere recenti traggono ispirazione da articoli scientifici in ambito ambientale e soprattutto sui cambiamenti climatici.

D) Lo fai unicamente per passione personale o sei fiducioso sul fatto che le tue opere possano contribuire a diffondere sensibilità ai temi ambientali?

R) E’ rischioso dare un ruolo all’arte. In molti difendono l’arte fine a se stessa, che in quanto tale deve essere inutile. In parte sono d’accordo se si parla di utilitarismo: sicuramente i contributi pratici per la sostenibilità ambientale spettano ad altri settori. D’altro canto penso anche che le opere d’arte spesso riescano a toccare corde del sensibile diverse rispetto al linguaggio scientifico o al dibattito politico. Le opere infatti dovrebbero operare sulla percezione per far sorgere in chi le osserva delle domande diverse. Tra queste magari anche domande sulla sostenibilità della nostra esistenza. Per me sarebbe già un grande risultato…

D) Tra i tuoi lavori ci sono i murali integrati  con pareti verdi. La definiresti “arte ecologica”?

R) Quando la mia ricerca scientifica si è incontrata con quella artistica sono nati progetti multidisciplinari come quello del murale integrato con una parete verde. Mi piace il carattere effimero dell’intervento ed il fatto che l’opera cambia continuamente con il crescere delle piante rampicanti. Nella mia ricerca artistica le opere sono spesso un omaggio ai processi biologici, chimici e fisici presenti in natura, soprattutto a quelle trasformazioni capaci di neutralizzare gli inquinanti. Le performance e le opere di arte pubblica sono spesso un omaggio al territorio e al paesaggio che le ospita. Ad un certo punto l’estremizzazione di questo concetto mi ha portato ad operare una sottrazione e a proporre la natura stessa come opera. Questa parte della ricerca l’ho chiamata “Nature as Art”. Credo sia importante mettere da parte l’ego e la concezione antropocentrica dell’esistente per mostrare in varie forme, anche quelle meno esplorate, la bellezza sorprendente dell’ambiente che ci circonda e di cui facciamo parte.

D) Quali pensi siano le emergenze ambientali più importanti e pericolose per il pianeta?

R) Il problema principale è legato allo sbagliato utilizzo delle risorse naturali da parte degli esseri umani e agli impatti che le nostre attività generano sull’ecosistema. I cambiamenti climatici causati dall’attività antropica sono una dura realtà che non si ripercuoterà solo sulle generazioni future ma di cui si sentono gli effetti anche nel presente. L’urgenza climatica mi ha spinto a sviluppare “Climate” un progetto d’arte pubblica itinerante sulle conseguenze dei cambiamenti climatici. Climate ha avuto inizio a Parigi a novembre 2015 in concomitanza con la conferenza sul clima delle Nazioni Unite COP21.

D) Nella tua vita quotidiana cosa fai concretamente per l’ambiente. Quali sono i tuoi comportamenti “ecosostenibili”?

D) Cerco di essere il più possibile coerente con le mie idee di sostenibilità ambientale, è possibile vivere una vita felice e confortevole anche tenendo a mente la riduzione degli impatti. Nonostante questo non ho la coscienza a posto dato che, viaggiando tanto per lavoro, la mia impronta ecologica non è quella che vorrei. Mi rendo conto che ci vuole uno sforzo collettivo per ultimare una transizione in atto da una società a forte impatto ambientale che utilizza combustibili fossili all’utilizzo esclusivo di fonti idriche ed energetiche rinnovabili. Credo sia evidente ormai che si tratta di una strada obbligata, spero che in futuro si decida di investire di più nella ricerca e nei progetti che vanno in questa direzione…

Gian Basilio Nieddu

 

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