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Balkan Circus: reportage narrativo dall’Europa dell’Est

ottobre 22, 2013 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Un itinerario dell’anima che si snoda attraverso i Balcani, intesi come epicentro quasi mitico di un’Europa ancora tutta da esplorare che parte dalla Slovenia e arriva fino al Caucaso e alla Siberia, passando per i monti Tatra. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi un estratto del libro “Balkan Circus” di Angelo Floramo, da poco pubblicato da Ediciclo. L’autore, direttore della prestigiosa Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli, esperto di slavistica e storico riconosciuto, tesse un reportage narrativo toccando otto stati (Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Bulgaria, Boemia,Slovacchia, Polonia) e innumerevoli città, tra cui Tolmin, Ljubljana, Sarajevo, Zagabria, Praga, Cracovia,Varsavia, Nish e molte altre più piccole. Il capitolo che pubblichiamo si intitola “Inferno dantesco” e racconta, con note comiche e finale a sorpresa, di un’escursione nel nordovest della Slovenia.

Carte geografiche ingiallite da un tempo immemorabile, sbrecciate e stanche, a pencolare dai muri in cartongesso. Scoloriti anche loro, tanto da sembrare altrettante mappe attraversate da geoipse di muffa e di crepature. Fogli di appunti ovunque, note veloci, corsive, nervose, tavolette topografiche con alcune località cerchiate in rosso, a indicare una fittissima rete di percorsi fra le colline. Sentieri. Libri, guide, grandi manuali di geologia rilegati in pelle, troppo grandi per gli scaffali, usati come altrettanti scrittoi capaci di raccogliere una foresta di rotoli, cartigli, quaderni in ordine sparso. Una specie di riproduzione, in piccolo, dello studiolo di Tolomeo, nella grande biblioteca di Alessandria d’Egitto, penso.

Il gabinetto di Geografia e Geologia di Radovan è un miracolo di statica, progettato come la proiezione ideale della mente che lo ha concepito. Per terra strumenti di arrampicata, corde, rampini, scarponi con suole dal carrarmato variabile. Una piccozza, uno zaino afflosciato, memore di altre glorie che ha vomitato sul pavimento, calzini assortiti, una borraccia, una bussola che ha perso l’orientamento. Credo almeno dal 1991. Nel corridoio voci confuse di studenti in transito, una transumanza colorata da un’aula all’altra. Una professoressa giovanissima, dall’alto di gambe infinite e tacchi da equilibrista passa e mi sorride. Dietro una montagna pericolante di libri in pila precaria Radovan mi guarda, lisciandosi i grandi baffi grigi da ghiro. È questo il giorno, dunque.

Scenderemo lungo le costole scabrose della Tolminka, paradiso di escursionisti e laboratorio all’aria aperta per le esplorazioni naturalistiche didattiche di uno dei migliori professori di scienze geografiche che abbia mai conosciuto. Il maggio sa essere davvero radioso a Tolmin. L’aria è ancora frizzante, tutto sembra brillante e suggerisce all’anima la via della fuga. Col pensiero sono uno studente che sta per marinare la scuola. Ho chiesto un giorno di permesso per imbastire uno scambio culturale con una scuola superiore slovena. Il titolo del progetto è davvero di quelli che nessuno potrebbe permettersi di contestare, nemmeno il più arcigno funzionario dell’Ufficio Scolastico Regionale si azzarderebbe a farlo, ammesso che sia davvero capace di valutare un progetto: “Percorsi danteschi tra Friuli e Slovenia”.

Ho mentito. Sto solamente cercando di rompere con la monotonia e vado inseguendo il sogno di un’avventura. È fatta. Ho il permesso in tasca. I colleghi mi sostituiranno, per oggi. Niente storia in terza, niente grammatica in seconda. E chissenefrega dell’epica in prima. Una giornata all’insegna della Narava: se lo dici in sloveno il nome della natura ti ispira subito pace. Narava. Lo pronunci e ti si distendono davanti agli occhi le acque verdazzurre della Soc. a, i prati ben sfalciati di fresco, i covoni di fieno giganti, col palo nel mezzo, l’odore del miele. Ma qualcosa mi dice che dovrei essere più prudente. E cominciare a capire che tutto può essere molto più difficile di quanto non si possa immaginare. Perché si sa, gli dei sanno essere dispettosi. Radovan ha il passo lungo, temprato sulle asperità della val Trenta. Uno che si è macinato le pareti del Triglav parecchie volte, dormendo in sacco a pelo negli anfratti di roccia. Forse ha combattuto con gli orsi per il diritto alla tana, sorrido, mentre lo guardo giganteggiare in perfetta tenuta alla Julius Kugy: uno zuavo con calzettoni di lana caldissimi su comodissime scarpe da escursionista. Stratificato come una cipolla in pellicole sovrapposte di pile, leggero e supertattico. Mi guarda ghignando, forse perché intuisce che i miei tristissimi jeans con piega da stiro mediana, le vergognose pedule dalla pelle disidratata e la giacchetta di tessuto plastico sfoderato non sono proprio il massimo per un’escursione. «Furlanije, oggi ti farò vedere l’Inferno, stari moj» gongola mentre riempie la borraccia di uno sciroppo pecioso che non riconosco nemmeno dal forte odore che emana, un misto di melassa e di menta balsamica. «Che hai capito! Nel senso che il tuo Dante è qui che si è ispirato per la Commedia, no!».

Già. Ospite di Pagano della Torre, nel 1308. Ma non ci faccio caso. Ci saranno migliaia di borghi che si vantano di essere stati motivo di suggestione al sommo poeta. Fuori dalla scuola dirige il suo passo verso un suv ultraccessoriato, cromato e rossissimo, nuovo di stecca, col copertone nerissimo, traslucido e aggressivo. E penso con tristezza che la Slovenia si è davvero omologata al resto dell’Europa in quanto a parco macchine. Con un po’ di delusione però. Globalizacija. Mi aspettavo qualcosa di diverso, tipo una vecchia… e poi il catartico coup de théâtre. Radovan schiva elegantemente l’orripilante fuoristrada a quadruplice trazione (noto che ha targa tedesca con un sottile e malcelato piacere) e si infila in una Zastava violacea, versione sbilenca e monca della vecchia 128 Fiat degli anni Settanta, rimasta nascosta dietro l’enorme cofano della bestia teutonica. Dentro ritrovo, più in piccolo, lo stesso identico gabinetto di geografia che ho appena lasciato dietro la porta della scuola: un disordinato affanno di cartine, libri e strumentazione da montagna.

«Sposta le carte, butta tutto per terra e tira forte la portiera, altrimenti non si chiude bene» mi urla, perché appena acceso il motore parte anche la radio, che sta dando un misto di musica alpina della serie organetto, contrabbasso e voci tenorili gorgheggianti. «Scusa, ma non si può spegnere» continua sempre ad alta voce. E così attraversiamo Tolmin con quella che potrebbe essere la colonna sonora di Heidi in sloveno, lasciandoci dietro il bel municipio rosa in stile teresiano, le vie pulitissime, i porfidi del centro storico, gruppi di ragazze e ragazzi che a frotte scendono dalla corriera per dirigersi a lezione. Vengono da Bovec, Kobarid, Most na Soc. i. Hanno zainetti e facce sorridenti. Fa quasi caldo e in pochi minuti l’automobile imbocca una via secondaria, sempre più accidentata. Due tornanti e siamo fuori dall’abitato. La Zastava beccheggia un po’ prima di approdare sotto un gruppo di pini. Profumo intenso di sottobosco, una straordinaria pace quando la radio ammutolisce di colpo assieme al motore. La prima impressione è il silenzio, assieme alla tonalità del verde, che assorbe ogni pensiero. Attutisce il mondo. La seconda è la presenza del fiume. C’è ma non lo vedi. Ne senti la voce però, da qualche parte, fragorosa, arrabbiata. Minaccia di inghiottirti se sei proprio così stupido da volerlo stanare. «Laggiù» e mentre indica un punto imprecisato nel vuoto concavo di una roccia che si inabissa tra radici, cespugli, tronchi contorti e foglie, Radovan ha già preso il sentiero. Cerco di aggrapparmi a lui. Ho come punto di avvistamento lo spolverino di penne di gallo cedrone che infiora il suo cappello di feltro grigio. Ma ci si può vestire così? Guai a perderlo di vista, però. Si dice che ci siano ancora anime di sprovveduti viandanti che si aggirino da secoli negli anfratti della Tolminka, disperando la via del ritorno. La loro voce lamentosa ormai è quella del fiume, e nessuno ci fa più caso. Nessuno tranne me. Forse è in questa macchia profonda, primordiale, che i congiurati del Tolminski punt, la ribellione del 1713 contro i signori, si davano appuntamento per organizzare, senza essere visti, la più grande rivolta contadina dell’età moderna. Quella che dal Tolminotto infiammò anche il Collio e l’Istria settentrionale. Una storia di fierezza slava contro i soprusi di Vienna, superba e lontana. Una piccola rivoluzione iniziata qui, tra queste forre, per amore della terra, delle donne, dei figli ancora piccoli e destinati a morire di fame; e finita sul patibolo, eretto sulla pubblica piazza. C’è un documento, a Vienna, che a leggerlo vengono ancora i brividi: «I così denominati Ivan Gradnik, Gregor Kobal, Lovre Kragulj e Martin Munih, poi [...] Tone Pavèler, Mihael Baloh, Jakob Velikonja e Jakob Gruden e infine [...] Matej Podgornik, Valentin Lapajna e Andrej Laharnar sono stati uccisi con la spada secondo la legge imperiale sui crimini. Al primo, Ivan Gradnik, come anche a Valentin Lapajna è stata tagliata la mano destra, il suo (di Gradnik) corpo insieme alla testa sono stati messi sulla ruota. Lovro Kragulj è stato torturato una volta con la tenaglia rovente; il suo corpo, come anche i corpi dei sopra menzionati Martin Munih, Jakob Velikonja, Jakob Gruden, Matej Podgornik e Valentin Lapajna, sono stati squartati e parti dei corpi sono state appese su delle forche approntate appositamente ai confini della città; le teste sono state infilzate fuori e intorno alla città. Tutti i loro possedimenti sono stati confiscati».

Penso all’ultimo urlo terribile di Ivan Gradnik, di rabbia più che di dolore, quando mi sorprendo a urlare anche io. Sto scivolando verso il basso, inesorabilmente, trascinando con me nella caduta aghi di pino, fogliame di sottobosco, ciuffi d’erba che non mi hanno assicurato la presa desiderata. Cado «come corpo morto cade», in omaggio al Poeta che forse fece altrettanto imprecando contro tutti i diavoli dell’Inferno, fino a incontrare la mano salda e rassicurante di Radovan, che da tutto mi salva fuori che dalla vergogna: «Klinc! Guarda dove stavi per cadere». Intuisco che nelle sue parole, piuttosto dirette, non c’è tanto la preoccupazione per me, quanto per il rischio di rovinare un contesto così perfetto. E in basso, come una smorfia azzurra che si apre tra le rocce, la Tolminka mi fa le boccacce. È bellissima. Resto seduto per un istante, senza respirare. Ma non è tanto per riprendermi, quanto per assaporare fino in fondo tutta quella bellezza. È davvero la Narava, intatta, prepotente, scorbutica, una femmina che sa di essere irresistibile e per questo è seducente da morire.

Peggiore della discesa fu la salita. Perché Radovan, valutando la mia imperizia, decide che l’arrampicata non fa per me e, deluso, prende una ripidissima scalinata di legno che si attorciglia ai bordi della forra. Riemergo con notevole ritardo sul ciglio della strada, grondante di umidità e di sudore, in debito di ossigeno, abbruttito dalla fanghiglia e dalla fatica. «Dajmo, che la gostilna è vicina!». Proprio dall’altra parte della carreggiata. E come al solito il geografo è già diretto all’esplorazione del luogo. C’è una legge antica codificata nella carne e nel sangue di ogni popolo slavo: chi ha tanto sofferto troverà conforto. Se il Cielo può attendere, l’oste di certo no. Le gostilne slovene sono una promessa mantenuta, che in altra occasione saprò debitamente cantare. Non ora però, dal momento che il rapido epilogo della vicenda vira al tragicomico. Alla cronaca basti il resoconto di un uomo disidratato e vinto dall’acido lattico, quello che paralizza i muscoli delle cosce. A lui, non ai brindisi con la žganje, imputo la mia rovinosa caduta sugli scalini all’uscita. Radovan, interprete del più antico spirito sloveno, decide che l’unico modo per alleviare il morso che mi sono dato alla lingua, nel cadere, sia proprio quello di praticare molti sciacqui sulla parte lesa utilizzando appunto la stessa žganje dei brindisi, credo in funzione apotropaica, con grande soddisfazione dell’oste e divertimento degli avventori. A conclusione del rituale avanzo dunque a fatica, strascicando i piedi per colpa dell’acido lattico. Pronuncio male le parole, perché mi sono morsicato la lingua. Puzzo terribilmente di grappa per i gargarismi etilici.

Arrivato finalmente a casa, a tarda sera, scopro che mia figlia Alice, bimba vivacissima di quattro anni, è appena caduta giocando, procurandosi un bel taglio sul mento. Da punti al pronto soccorso. E quando arrivo in quelle condizioni, facendo fatica a reggermi in piedi, sono solo capace di indirizzare al medico di guardia uno stranito e alcolico assemblaggio di sillabe gutturali senza senso. Con uno sguardo di rimprovero, un’infermiera mi chiede di accomodarmi nella sala d’aspetto, sorride rassicurante alla bimba e, mentre la accompagna oltre la linea rossa di cortesia, sento chiaramente che le dice: «Alice, non devi aver paura. Qui il papà non può più farti alcun male. Dimmi, piccolina, come ti ha procurato quel terribile taglio sul mento? Succede spesso quando beve, vero, piccola mia?». Mi sbaglio o avevo detto qualcosa circa il fatto che alle volte gli dei sono dispettosi?

Angelo Floramo*

*Nato a Udine nel 1966. Friulano di sangue misto, balkanico da parte di padre. Medievista per formazione, ha pubblicato diversi saggi critici,monografie e articoli scientifici in riviste specializzate nazionali e internazionali. Svolge un’intensa attività di convegnista in Italia e all’estero. Ha collaborato con PaginaZero, letterature di confine, e con eSamizdat, rivista online di slavistica creativa. Insegna materie letterarie al Liceo Marchetti di Gemona. Da qualche mese ha assunto la direzione scientifica della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli (Ud).

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