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Belloni: la gioielleria che punta su diamanti etici e oro sostenibile

aprile 22, 2015 Campioni d'Italia, Rubriche

“Se nonostante la crisi il negozio ce la fa discretamente, è perché abbiamo puntato sui gioielli etici e sostenibili”. Francesco Belloni, che oggi gestisce insieme alla sorella Luisa la gioielleria di famiglia, non ha dubbi: a salvare il loro negozio di via Lamarmora a Milano, aperto dal padre nel 1955, è stata quella svolta impressa dal 2005, quando nella cassaforte dell’oreficeria sono arrivati i primi diamanti con filiera garantita provenienti dal Canada. Poi è stata la volta dell’oro Fairmined, estratto in miniere del Sud America gestite secondo criteri di sostenibilità sociali e ambientali e della linea di gioielli con pietre semipreziose tagliate da aziende che rispettano i diritti dei lavoratori. E Francesco e Luisa per il futuro puntano ad ampliare la gamma di prodotti, visto anche il crescente interesse dei clienti verso un tipo di gioielleria che non nasconda dietro di sé violazioni di di diritti umani, inquinamento dell’ambiente, guerre civili.

Ma torniamo a dieci anni fa, quando l’oreficeria milanese inizia a differenziarsi: “All’inizio ci hanno spinto i nostri principi personali. Con la guerra in Sierra Leone, negli anni Novanta, è esploso il problema dei diamanti, la cui estrazione e lavorazione era ed è legata in diversi casi a conflitti e violazioni dei diritti umani. Ho iniziato a informarmi e mi sono molto sensibilizzato sull’argomento”, racconta Francesco. La consapevolezza, però, da sola non sarebbe bastata se dall’altro lato non ci fosse stata anche un’offerta di prodotti diversi: “In quegli anni in Canada erano stati scoperti dei giacimenti di diamanti. Così, nel 2004 ho iniziato a fare ricerche su come acquistarli e il 15 luglio 2005, giorno del mio compleanno, la prima pietra è arrivata in gioielleria”. I Maple Leaf Diamonds, chiamati così perché a distinguerli è la serigrafia laterale di una foglia d’acero e un numero di tracciabilità, sono estratti nelle miniere di Ekati e Diavik, nel Nordovest del Paese. “Il fatto che vengano dal Canada garantisce che il processo di estrazione rispetti elevati standard di sostenibilità ambientale e sociale. Aspetti che invece non vengono garantiti dal diffuso Kimberly Process, basato sull’autocertificazione”.

All’inizio, certo, non è stato semplice: “Per una piccola oreficeria come la nostra, è stato impegnativo, era necessario crederci molto per andare avanti. Però è andata bene: abbiamo iniziato con dieci gioielli, oggi ne abbiamo cento”. E il secondo passo, nel 2009, è stato proprio l’oro: “È di circa 175 tonnellate la quantità di oro che l’Europa importa ogni anno dai bacini auriferi di tutto il mondo. 175 tonnellate del prezioso metallo senza nessun vincolo di tracciabilità, ossia senza che per l’esportazione venga richiesta alcuna informazione riguardo la loro provenienza. Domande non da poco rimangono senza alcuna risposta: sono stati utilizzati agenti chimici come mercurio e cianuro? Dove è collocata la miniera dove è stato estratto l’oro? Sono stati rispettati vincoli di sfruttamento dell’ambiente? Quali sono le condizioni dei lavoratori?”, racconta Francesco.

Partendo da queste domande, Francesco e Luisa sono arrivate all’oro Fairmined: “Arriva miniere del Sud America certificate, di proprietà di cooperative di minatori”. Il marchio garantisce il rispetto dei diritti dei lavoratori, l’eguaglianza di genere, l’assenza di lavoro minorile. Sul fronte ambientale, le miniere Fairmined sono impegnate per un ridotto uso di sostanze chimiche e per la salvaguardia delle risorse idriche e dell’ambiente. Si tratta di solito di piccoli siti estrattivi, con un’impronta ambientale più leggera rispetto a quella delle grandi miniere. “Acquistiamo l’oro puro e lo facciamo lavorare in Italia, da un laboratorio nostro partner da anni. Le nostre fedi non sono solo in oro etico, ma anche artigianali. Siamo l’unico esercizio italiano autorizzato da Fairmined a commercializzare il loro oro”.

Nel tempo, Luisa e Francesco hanno dato vita anche alla linea di gioielli di argento riciclato e a una di oreficeria con le pietre semipreziose Stonethic che l’azienda italiana Sanda lavora in una taglieria aperta in Vietnam secondo gli standard lavorativi europei.

Oggi le fedi in oro etico rappresentano il prodotto più venduto della gioielleria Belloni, che fa anche parte di Nozzetiche, la prima rete di imprese per il matrimonio sostenibile. “Alcune settimane è arrivata da noi una coppia di Pescara, mentre riceviamo ordini anche da Francia e Germania. Chi arriva da noi è già sensibile ai temi della sostenibilità sociale e della salvaguardia dell’ambiente. Nel tempo è invece cambiato il dialogo con i clienti che venivano da noi anche prima del 2005: notiamo un’attenzione sempre maggiore verso i nostri prodotti etici”.

L’obiettivo per il futuro è aumentare la gamma di gioielli realizzati in oro certificato: “Le catenine, per esempio, non possono essere realizzate artigianalmente, c’è bisogno di macchinari particolari. Vogliamo contattare delle fabbriche orafe per dar vita a una produzione in oro Fairmined”.

Veronica Ulivieri

 

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