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Brasile, un’ossessione chiamata “progresso”

gennaio 31, 2013 Impressioni di viaggio, Rubriche

Pubblichiamo l’ultima delle Impressioni di Viaggio scritte da Carlo Taglia durante il suo giro del mondo a “impatto e costo zero”. Carlo si trova attualmente in Brasile, da dove partirà l’8 febbraio con un mercantile diretto in Spagna. Poi attraverserà l’Europa fino alla Russia e raggiungerà la Cina, per completare la circonferenza terrestre.

Non tutto ciò che luccica è oro, i brasiliani ormai ne sono coscienti. Il loro Paese è in continua e rapida crescita economica, a parte qualche periodo di pausa tra una ripresa e l’altra. D’altronde qui si trova il polmone del mondo, l’Amazzonia. Le materie prime sono infinite e purtroppo chiunque si sia trovato al governo ha cercato di sfruttarle al massimo – e a tutti i costi. Dopo una sfrenata devastazione forestale, in cui l’Amazzonia è stata ridotta di una porzione delle dimensioni dell’Inghilterra solo negli ultimi dieci anni, la presidente Dilma Rousseff sembra proseguire con la stessa spietata politica dei suoi predecessori.

Sulla bandiera brasiliana si può leggere la parola che è diventata un’ossessione per il Paese:  “progresso”. L’industrializzazione e la costruzione di grandi opere hanno portato allo sviluppo economico che rende il Brasile un esempio, molto più degli stagnanti paesi europei. Dietro a tutto ciò si celano però contraddizioni, corruzione e gravi violazioni ambientali e dei diritti umani, soprattutto verso gli indigeni che popolano, l’Amazzonia.

Il caso più eclatante della resistenza indigena contro la sete di progresso governativa  è rappresentato dalla costruzione della terza diga più vasta nel mondo, a Belo Monte e nello stato settentrionale del Parà. Gli studi progettuali nacquero addirittura nel 1975, durante i duri anni del regime militare. Nel 1989, quando stava prendendo corpo l’idea di costruire una diga a Belo Monte e altre nelle vicinanze, ci fu un primo colloquio con le popolazioni indigene, con un (ovvio) esito negativo, che rimandò solo di qualche anno la minaccia al fiume Xingu e alle loro terre. Fu paradossalmente l’avvento del presidente Lula - il presidente del Popolo, “l’amico degli oppressi” – a far ripartire definitivamente il progetto più volte bocciato. Lula presentò un modello economico che pretendeva di finanziare la costruzione della diga e, con il suo secondo mandato, fu introdotto un nuovo programma di investimento nazionale che prevedeva la diga come progetto principale. Da quel momento ha preso avvio un lungo contenzioso nelle aule di giustizia brasiliane, tra il governo brasiliano e le popolazioni indigene, appoggiate dalla comunità internazionale. Nel 2010 un giudice ha sospeso il progetto per via della sua incostituzionalità, dovuta al fatto che, nei casi di estrazioni di minerali o opere idroelettriche in territori popolati dagli indigeni, prevale la legge federale. Dopo la firma del contratto con Norte Energia, a marzo 2011 sono comunque iniziati i lavori preliminari, seguiti da due ulteriori stop. L’ultimo, a fine agosto dello scorso anno, ordinato da un giudice che sosteneva che gli indigeni non erano stati consultati. Ma sono bastate poche settimane di forti pressioni del governo per fare ripartire i lavori.

Con la diga, verrà modificato circa l’80% del corso del fiume Xingu, danneggiando gli abitanti dell’area, che si troveranno senza acqua. Per costruire l’opera si dovranno scavare due enormi canali larghi 500 metri e lunghi 75 chilometri, rimuovendo una fetta di terra più grande di quella scavata per la realizzazione del canale di Panama. I due canali inonderanno almeno 400 chilometri quadrati di foresta e le case di almeno ventimila abitanti nei comuni di Altamira e Vitoria. Secondo studi dell’ INPA (Istituto amazzonico nazionale di ricerca) l’inondazione della foresta causerà inoltre la dispersione in atmosfera di enormi quantità di metano, un gas serra che è venticinque volte più dannoso dell’anidride carbonica.

Infine, si prevede che l’impianto da 11.200 Megawatt, circa l’11% della potenza totale installata nel Paese, sarà uno dei meno efficienti della storia brasiliana. Nei mesi di stagione secca dovrebbe raggiungere solo il 10% della sua potenza nominale producendo probabilmente il 40% come media annuale rispetto a quello previsto. Si teme, di conseguenza, che verranno costruite altre dighe, già progettate negli anni passati, per aumentare la portata d’acqua sul fiume Xingu. Il WWF brasiliano ha pubblicato un rapporto, già nel 2007, affermando che il Paese potrebbe – più intelligentemente – ridurre la sua domanda prevista di energia elettrica del 40% entro il 2020, investendo in efficienza energetica. L’energia risparmiata sarebbe equivalente a 14 impianti come quello di Belo Monte e si tradurrebbe in un risparmio di energia elettrica nazionale fino a 14 miliardi di euro. Ma il governo non sembra deciso a mollare, soprattutto visti gli ingenti finanziamenti economici derivanti dall’organizzazione dei futuri mondiali di calcio e olimpiadi. Non rimane che la tenacia delle popolazioni indigene, che aspirano allo stesso successo dei loro vicini ecuadoriani, i quali, nel 2011, vinsero una causa contro il colosso petrolifero Chevron per aver causato gravi danni alla salute delle popolazioni e distrutto una gran parte di foresta amazzonica. Ora Chevron dovrà pagare una multa di 8 miliardi e mezzo di euro. Sempre più, dunque (e per fortuna), inquinare costa.

Carlo Taglia

 

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