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Calipso in bicicletta. Viaggiare leggeri a Lipsì, isola ammaliatrice del Dodecanneso

settembre 16, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Quando, sulla spiaggia scabra di Platys Gialos,  mi capita d’udire lo sfogo telefonico della sciura milanese a qualche metro di distanza da me  su “quest’isola orrenda con un menga da fare e con la puzza di pipì dei gatti”,  capisco definitivamente che Lipsì è il posto giusto per me.

Una piccola isola, dal trasandato equilibrio tra vivacità e pace può essere un paradiso per alcuni e un inferno di noia o scomodità per altri. Dipende sempre da quello che si sta cercando. Unica pecca: qualche italiano di troppo. Tanto per non uscire dalla smorfia dell’italiano all’estero che si lamenta dei troppi italiani!

Una tradizione locale vede in Lipsì la leggendaria Ogigia, l’isola incantata di Calypso, la ninfa che riuscì a trattenere per sette anni Ulisse dal suo definitivo ritorno ad Itaca (ci vollero le intercessioni di Atena, Zeus e del messaggero Ermes per convincerla a lasciare imbarcare l’amato Odìsseo, sull’onda della nostalgia di casa). E quale isola non vorrebbe arrogarsi una tale progenitura?

A documentarsi un po’, ci si accorge che, quanto ad attribuzioni, Ogigia ha fatto praticamente il giro del mondo, dalle isole sullo stretto di Gibilterra a Pantelleria! Tutte vogliono essere Ogigia. Ma Lipsì esercita davvero una malìa: un incantamento selettivo che la rende amata o odiata, senza molte sfumature. Inutile dire che mi ha conquistato (al punto di trasformarsi da luogo di vacanza in luogo d’esperienza), per il suo essere a perfetta misura d’uomo, anzi a misura di passo d’uomo.

Come Ulisse, non ci dovevo neanche venire. Mi trovavo a Kos, l’isolone di scalo del Dodecanneso, l’arcipelago più esteso tra Egeo e Mediterraneo, delimitato a sud da Creta, a Nord dall’isola di Samo, ad Ovest dalle Cicladi, ad Est dalla Turchia. Dopo aver cercato un fantomatico camping (inesistente), avevo fatto spallucce a Bobe, un albergatore indigeno che mi offriva una stanza nei pressi del porto a un prezzo – a suo dire – insuperabile (quarantacinque euro). “Ho bisogno di trovare un posto dove campeggiare, meglio ancora se gratis.” E Bobe non domo: “Una volta si poteva ma adesso è proibito. Qui a Kos scordatelo. Io l’ho fatto vent’anni fa a Creta, con la fidanzata. Era tutto diverso”. “Quella ragazza è tua moglie adesso?”. “No, mia moglie è venuta dopo. E con lei le figlie. Dunque è andata bene così.  Solo a
vent’anni puoi fare qualsiasi cosa ti passi per la testa. Ma è giusto. E lo sai perché?” “Perché?” “Perché ogni giorno puoi morire non in un minuto ma in un secondo. E ora sai che ti dico?” “Cosa?”. “Guarda la mia pelle: la vedi? Ho la pelle d’oca e questo lo devo alla nostra conversazione. Mi piacciono gli italiani: una fazza, una razza! Posso darti un letto per questa notte a venti euro. E’ il prezzo migliore che posso farti. E domani ti prendi un catamarano per Lipsì o per Nìsiros: sono le isole giuste per te.”

L’isola di Lipsì, a 12 km a est di Patmos e a 10 km a nord di Leros, si estende su una superficie di diciassette chilometri quadrati. La sua pianta sembra l’osso spolpato da un cane. Le sue coste volubili si frastagliano, si distendono e altre volte formano dei piccoli golfi che mitigano le correnti dell’Egeo. Il porto si specchia nel paese vivace (600 abitanti in bassa stagione, 1400 in alta), tra una banchina punteggiata di ouzerie e il classico borgo vecchio arroccato nella parte alta del paese: una tavola da backgammon colorata del bianco, celeste e lillà delle case, e raccolta intorno alla chiesetta greco-ortodossa. Fino a qui un paese di mare da cartolina.

Oltre l’abitato, due strade principali conducono alla scoperta dell’isola. Le motorette in affitto sciamano veloci e la loro densità scompare. Le strade tornano a valere indistintamente per le ruote, gli zoccoli dell’asino, le piante dei piedi. E’ un lento passaggio tra rocche, poderi di ulivi, campi, terrazzamenti, vigne. Per ogni spiaggia c’è almeno una chiesa come un palpito, divisa al suo interno dall’Iconostàsi e dalle Tre Porte del rito bizantino. Lungo il ciglio delle strade le capre – vere abitanti onorarie dell’isola – guardano con indolenza i visitatori e dicono la loro omelìa.

E poi ci sono le strade dove osano solo i piedi o gli zoccoli dei capri, come quella che conduce sul Monte Skafi (277 metri), al santuario di Chimissi, vero e proprio santuario diffuso o villaggio sacro, tra le rocche più alte dell’isola. Qui convivono senza speculazioni lo zoccolo pagano di Dioniso e il crocefisso.

Al calare del sole mi trovo davanti alla più distante spiaggia di Platys Gialos, accoccolata in un piccolo golfo della parte nord orientale dell’isola. In fondo alla spiaggia solo una taverna aggrappata a un cucuzzolo di rocche e ciuffi di macchia. Praticamente una stalla o un ovile a cielo aperto per le capre, le anatre, i leprotti e gli asini della proprietà. La taverna, antico gomitolo d’incontri, simposi o risse, gelosie, canzoni, dichiarazioni d’amore, poesia e rebètes – i suonatori del rebetiko. Ora nelle taverne si ascolta più spesso il laikò, una sorta di pop melodico di retaggio ellenico.

Al mio arrivo la spiaggia è deserta. C’è solo un’auto e sta lasciando lo spiazzo per mettersi in strada. Devono essere i gestori. “Abbiamo chiuso. A Settembre facciamo solo la giornata e il sabato sera. Se vuoi ti diamo uno strappo in paese.” “Io veramente volevo sapere se da queste parti c’è un posto dove campeggiare” “Da queste parti è tutto nostro ma per noi non è un problema se metti la tenda. Se vuoi un consiglio, mettiti dietro quella chiesa – anche quella è nostra. E’ l’unico posto dove non arriva il sole alle sei del mattino.”

E quando il vento è agitato, la tua tenda trema come una foglia. E quando è buio, è buio e non basta una lucetta a cambiare le cose (e poi non è poi così male il buio).  E quando le fasi della luna avanzano, la notte dorme sotto una luce soffusa. E puoi camminare senza paura al profumo della salvia e delle tamerici. E, in ogni caso, l’alba non importuna mai come un’estranea, perché le giornate cominciano e finiscono prima. I ritmi iniziano a coincidere conquelli del sorgere e del calare del sole: viene da sé. Dunque in breve tempo, ti capita di aprire gli occhi e tibuttarti su una spiaggia appena trafitta da un occhiello di luce, la sabbia umida e un angolo di Mare Egeo da dedicare a te stesso.

Durante il mio ultimo giorno da isolano ho incontrato anche una Calipso in bicicletta.  Oramai Calipso parla benissimo l’inglese, naturalmente. Si chiama “aggiornamento”. Ma non è riuscita a trattenermi oltre. Torno a casa con la sensazione che Lipsì sarà la mia Itaca per un po’.

Orlando Manfredi

Playlist:
Vinicio Capossela, Calipso, da Marinai, profeti e balene, 2011.
Vinicio Capossela,  Teftèri. Il libro dei conti in sospeso. 2013, Il Saggiatore.
Le Orme, Calipso, da Florian, 1979.
Yorgòs Chronàs, da Poeti Greci Contemporanei, A.A.V.V., www.poieìn.gr
Michel Tournier , Venerdì o il limbo del Pacifico, 2006, Einaudi.

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