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Capo Verde, terra di relax e saudade

maggio 14, 2015 Impressioni di viaggio, Rubriche

L’arcipelago di Capo Verde, lontano 500 km dalle coste senegalesi, al largo dell’Africa occidentale, è formato da dieci isole, ognuna con la sua particolarità e la sua storia. Fogo per esempio, è caratterizzata da terra fertile e clima favorevole a varie altitudini, la vita ruota intorno al suo vulcano, che ha eruttato l’autunno scorso non causando vittime ma ingenti danni al territorio. Da secoli, nella caldera del vulcano, si coltiva la vite con metodi tradizionali. La “resa” è piuttosto contenuta e la qualità della produzione non regolare, ma è un motivo di giusto orgoglio.

Sao Vicente invece è un’isola aridissima, sempre sconvolta dal vento, famosa soprattutto per aver dato i natali a Cesaria Evora che ha portato in giro per il mondo, attraverso la sua voce incantevole, quell’idea soltanto portoghese di nostalgia conosciuta come “saudade”.

Impressionante è la quiete che avvolge questo arcipelago, considerato un “ponte” tra l’Africa, l’Europa e l’America latina che non si è dimenticato della lotta per l’indipendenza (1975) né della sofferenza per la povertà. Il governo del paese si basa sui principi democratici di una repubblica parlamentare ed è stato escluso dal 207 dalla lista stilata dall’ONU dei Paesi Meno Sviluppati (LDC) . Nonostante le difficoltà economiche e la gravosa disoccupazione, il paese non ha mai conosciuto tensioni sociali o politiche e trasmette alcuni insegnamenti importanti come la volontà di relativizzare i problemi e la scelta di un saper vivere in una forma più pura.

Il primo progetto su cui è caduto il nostro occhio è la rete di rifornimento locale alle mense scolastiche, ideato dalla ONG spagnola CERAI (Centro de Estudos Rurais e Agricultura Internacional) specializzata in sviluppo rurale sostenibile, in partnership con la Fondazione capoverdiana di Azione sociale e scolastica (FICASE) all’interno del programma (2011-2015) per il “Sostegno alla sicurezza alimentare e Nutrizione Scolastica” promosso dalla FAO. Il costo mensile che le famiglie pagano alla scuola è di 6 escudos (l’equivalente di circa 0,50€) in cambio di un pasto giornaliero costituito da legumi, riso e altri cereali, pesce in abbondanza e verdure, soprattutto radici e tuberi (patate, carote, rape) che non hanno bisogno di molta acqua per crescere. Questo progetto contribuisce a diversificare la dieta degli alunni, generando nuove opportunità di commercio per i piccoli produttori locali e rafforzando un modello sostenibile di struttura associativa e produzione agricola.

Oltre al lavoro di educazione nutrizionale nelle scuole, il gruppo di lavoro del CERAI si occupa anche di organizzare corsi per la popolazione (agricoltori, disoccupati, neo-imprenditori) che promuovono i diritti al cibo, all’educazione e alla salute. Recentemente uno di questi corsi ha dato vita alla cooperativa UTAGA (Unidade de Transformaçao Agro Alimentar) che ha come obiettivo quello di ridurre lo spreco di prodotti freschi, disponibili in abbondanza durante la stagione di raccolta, e vede all’attivo un gruppo di nove donne che ogni pomeriggio si incontra in laboratorio per dedicarsi alle diverse fasi del processo di produzione: dalla trasformazione alla conservazione fino alla messa in commercio, di prodotti come verdure disidratate, frutta candita (papaya e altri frutti tropicali), sottaceti, confetture, salse, sughi e caramelle.

Spostandoci all’estrema punta nord-ovest incontriamo l’isola di Santo Antão, la più verde dell’arcipelago, dove oltre alla pesca e al turismo (soprattutto trekking organizzati da comitive francesi) le principali fonti economiche derivano dalla produzione di canna da zucchero, yam, manioca, banane, mango e cereali. Qui scopriamo Babilònia, un centro sperimentale ed educativo nel settore del turismo integrato che riunisce i produttori biologici di Santo Antão. Il progetto promuove  la coltivazione di ortaggi e frutti locali come esperienza pedagogica ed è un esempio concreto di infrastruttura di accoglienza per visitatori con un ristorante e due abitazioni, inserite in un’iniziativa di  turismo comunitario. Attraverso Slow Food, alcuni dei rappresentanti di questa associazione sono stati ospiti a Terra Madre, la sezione del Salone del Gusto di Torino dedicata alle comunità del cibo, dove hanno avuto la possibilità di far conoscere i loro prodotti e la loro esperienza oltre oceano.

Il motto di Capo Verde è “no stress”, coniato dai senegalesi che vengono qui a cercare fortuna. Una meta ideale per il relax vacanziero anche per il clima secco tropicale, con una temperatura che si aggira sempre intorno ai 25°, dove la stagione delle piogge va da agosto a ottobre, ma piove raramente, ed è di fatto estate tutto l’anno. Le strutture ricettive sono numerose e adatte a vari gusti; per vivere la realtà delle isole è consigliabile muoversi attraverso i canali di ospitalità locali, gestiti soprattutto da europei che scelgono di trasferirsi qui senza snaturare il territorio, anzi conservando e valorizzandone lo stile di vita.

E’ un luogo che fa bene all’anima perché non ti lascia mai solo, il vento costante depura i pensieri e sembra non ci sia mai tempo per affannarsi o brontolare. Una parola che si sente spesso ripetere è morabeza che in lingua locale (il criolo) rappresenta la capacità dei capoverdiani di accogliere le persone nelle loro case, nelle loro isole. Significa poter andare e tornare, arrivare, salutare e di nuovo partire, con la possibilità di farlo forse perchè questo è un popolo abituato alle partenze, agli arrivederci e all’incertezza. Certo non è soltanto una meraviglia la vita isolana, mancano molte cose qui ma alla fine la sensazione è che si possa vivere bene, se non meglio, anche senza alcuni agi che la società occidentale ha reso indispensabili.

Miriam Bertuzzi

 

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