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Agricoltura e cambiamenti climatici: la storia di Celeste, alla ricerca della resilienza

dicembre 4, 2019 Campioni d'Italia, Rubriche

Meno di 25 anni ma già giramondo per una causa ambientale: studiare gli effetti del clima su agricoltura ed ambiente. Celeste Righi Ricco, biologa, si è costruita un curriculum che, a novembre, l’ha fatta volare in rappresentanza dell’Italia alla quarta edizione dello Youth AgVocate (”agricultural” & “advocate”) Summit di Brasilia, insieme ad altri 100 giovani di vari paesi del mondo, per confrontarsi sulle strategie necessarie a ridurre la fame nel mondo con “strumenti sostenibili”.

Celeste, di famiglia toscana ma cresciuta a Busto Arsizio, dopo la triennale a Milano e l’Erasmus  a Salamanca si è laureata in Plant Science all’Università di Wageningen in Olanda. Ha poi avuto esperienze “sul campo” in Sud Africa e sull’Isola di Reunion e come attivista climatica ha partecipato a conferenze della FAO a Tokio e in Islanda, dove ha approfondito la sua formazione sulla sostenibilità in agricoltura e negli oceani. Ora è attiva anche nel Climate Reality Project, fondato dal premio Nobel americano Al Gore, ex vice presidente degli Stati Uniti che dedica, da tempo, gran parte del proprio impegno politico e sociale alla causa ambientale.

Nel summit in Brasile, ci racconta, si è parlato del di uno dei grandi problemi planetari: la fame nel mondo, che non è tuttavia legata ad una scarsa produzione di cibo, come si potrebbe pensare. Anzi, non c’è mai stata tanta abbondanza di nutrimento per l’umanità come oggi, nonostante il boom demografico degli ultimi decenni.  “Di cibo ce n’è a sufficienza – spiega Celeste – l’elemento chiave è la quantità esagerata di spreco, mai così elevata! Non serve più produzione, ma bisogna diminuire gli  sprechi”. Messaggio forte e chiaro, tanto più in un Summit organizzato dalla Bayer - in collaborazione con Nuffield International Farming Network e IICA Inter-American Institute for Cooperation on Agriculture.

Quando Celeste parla di spreco non ha però in mente solo l’immagine dello yogurt lasciato ammuffire nel frigorifero.“Lo spreco di risorse, oltre che dal cibo buttato, viene dalle emissioni prodotte per questa produzione eccessiva. Pensiamo anche a quanto incide il trasporto!”. In sintesi: più offerta devi immettere sul mercato, più energia impieghi per produrre, trasportare, vendere, sprecare, riciclare. La tendenza allo spreco insito in questo modello di produzione porta al consumo e al progressivo deterioramento delle risorse naturali.

Un’esperienza di vita, che Celeste rievoca, è diventata per lei un interessante caso studio e una lezione per il futuro: “Quando ero in Sud Africa il sindaco della città dove abitavo annunciò il giorno zero per l’acqua, ovvero che a breve – dopo 10 anni di scarse precipitazioni – non ci sarebbe stata più acqua disponibile per i cittadini. In pratica significò potersi permettere una doccia di un minuto e mezzo ogni tot giorni, raccogliere l’acqua in un catino, fare la lavatrice una volta al mese e raccogliere e riutilizzare l’acqua usata. Per l’acqua potabile andavamo a rifornirci alle sorgenti. Mi sono ritrovata in una situazione  difficile: il clima era teso anche perché gli agricoltori erano disperati per la perdita di grandi raccolti. Ma il giorno della mancanza totale di acqua non è mai arrivato…”. E non per merito di inaspettate piogge salvifiche. Semplicemente “grazie alla riduzione  dei consumi dei cittadini”. Ecco, forse, una ricetta per tutti noi, a costo zero, per mitigare ed allentare l’enorme e distruttiva pressione antropica esercitata sul Pianeta.

Con Celeste continuiamo a parlare di impatti del clima sull’agricoltura e la giovane ricercatrice ci ricorda come molti problemi derivino dai metodi stessi di conduzione agricola: “A iniziare dalla monocoltura e da tutto ciò che è agricoltura intensiva. Questo è il problema maggiore. Dobbiamo preoccuparci di una transizione agricola verso la sostenibilità”. Lei mantiene l’ottimismo e la fiducia nella capacità di adattamento della natura, non crede ad “una estinzione della specie”: “ci sono modelli che prevedono come le varie colture risponderanno ai diversi cambiamenti climatici, che non sono uguali per l’Africa o l’Europa. C’è la resilienza delle varie colture”.  Ma, secondo lei, anche la “governance umana”, deve fare la sua parte con “la scelta delle varietà più adeguate” e, aggiunge (senza timori di esporsi a critiche), “con modifiche genetiche” se necessarie. Oppure con le coltivazioni nei container o in altri siti in cui utilizzare la tecnica idroponica: “ho studiato questo fenomeno in Olanda, dove sono nate ed operano diverse start-up. Io lo definisco ancora un bene di lusso, perché ha un costo non indifferente. In una greenhouse alla pianta devi dare luce artificiale, che ha un costo, così come  tutte le altre tecnologie necessarie. E’ una possibile soluzione, ma non la soluzione”…

Chiudiamo la nostra intervista parlando di consumi. Frutta e verdura non sono certo prodotti da “Black Friday” ma, ci conferma Celeste, si registrano, negli ultimi anni, aumenti a doppia cifra nell’offerta di frutta esotica italiana, dovuta proprio ai cambiamenti climatici: “In alcune zone d’Italia ora si coltiva il mango”. E con risultati, a quanto pare, che non hanno niente da invidiare ai paesi tropicali. “Bisogna però dire basta ad un approccio basato unicamente sull’aumento dei consumi - chiarisce Celeste – mettiamo al primo posto la questione ecologica”.

Gian Basilio Nieddu

 

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