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Cercare il deserto nel chiasso della città. L’Eremo del Silenzio di Torino

febbraio 24, 2015 Racconti d'Ambiente, Rubriche

A che cosa pensiamo quando pensiamo al Silenzio? A un barattolo in cui chiudere il boato delle metropoli? Ai pochi o tanti attimi che ci portano dalla veglia al sonno? Ad un’apnea subacquea o a quella volta a teatro in cui assistemmo alle mezze frasi intorno ad un certo Godot? Comunque la si veda, il silenzio sta sempre in rapporto con il suo contrario, in natura, nelle società e nei linguaggi. Non a caso, è nato un Eremo del Silenzio nel cuore rumoroso della città di Torino.  Ci sono andato a piedi, naturalmente. E’ il modo migliore per lasciare a casa il rumore.

Ma l’Eremo del Silenzio se ne sta in mezzo al chiasso cittadino, proprio a due passi da quell’arteria trafficata che è la Spina Centrale (ambizioso progetto di riqualificazione infrastrutturale ed urbana che ha cambiato il volto della città da Sud a Nord), in via Paolo Borsellino, e oppone il suo silenzio ai contrafforti del Potere:  quello giudiziario del Palazzo di Giustizia (C.so Vittorio Emanuele II ang. via Giovanni Falcone), quello economico del grattacielo Intesa Sanpaolo, quello scientifico-tecnologico del Politecnico di Torino. E del resto, anche l’Eremo è nato sulle ceneri del potere detentivo dell’ex carcere giudiziario Le Nuove. Per accedervi bisogna “andare dentro”.

Cammino lungo la Spina 1, in direzione Nord. La direttrice inconfondibile, posta tra Corso Mediterraneo e il successivo Corso Castelfidardo, è stata ribattezzata Viale della Spina e sormonta il lungo passante ferroviario interrato. In superficie giace la grande arteria di scorrimento a tre corsie, coi suoi larghi spartitraffico verdi, i marciapiedi e la pista ciclabile sul lato Est. Il colpo d’occhio è quello di una moderna Avenue metropolitana che coniuga lo scorrimento con le strutture e i servizi.  Oltrepasso l’incrocio tra Corso Mediterraneo e Corso Lione e mi dò appuntamento per una prima sosta all’Igloo, la celebre fontana realizzata da Mario Merz. Il traffico la circonda incessantemente – da Nord a Sud, da Est a Ovest – come attorno ad una porta a bussola della città.

C’è un cono verde tra corso Mediterraneo e corso Ferrucci, una minuta area intitolata ai Caduti di Cefalonia e di Corfù. All’interno, un po’ nascosta, una piccola oasi di pace e bellezza. L’Albero-Giardino di Giuseppe Penone è opera da vivere, esperire, attraversare a piedi. Immaginate una galleria di arbusti che riproduce in scala colossale un tralcio d’albero disteso, con le sue diramazioni e nervature, e noi a camminarci dentro come parassiti. La gente e i passanti ignorano per lo più questo prodigio di semplicità. Tirano dritto, senza curarsene. Gli unici avveduti sono – ahimè – gli esperti “pisciatori di cani”. Entrano in galleria con gli amici a quattro zampe ed escono poco dopo i bisogni. Ma, a parte qualche odorino di Natura, dentro il Giardino-Albero si sta miracolosamente protetti e isolati dal trambusto dei motoridai gas di scarico e dai rumori. E per un attimo sembra regnare il silenzio.

Sul Corso Castelfidardo passo in rassegna le O.G.R. – Officine Grandi Riparazioni, pezzo imponente di Storia industriale di Torino. Qui invece si è sempre fatto un gran baccano: già polo di manutenzione delle vetture ferroviarie dalla seconda metà dell’Ottocento, le O.G.R. sono rimaste in attività fino agli anni Settanta del Novecento. Dismesse negli anni Novanta, sono diventate nel 2012 teatro di festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Oggi sono al centro d’un progetto di restauro e riqualificazione ad uso artistico e culturale come Cantieri O.G.R.

Il carcere giudiziario Le Nuove chiude il poligono della vecchia area dei Servizi di una Torino che non c’è più. Anche il carcere non c’è più. Ci sono le mura, i bracci e i cortili della casa circondariale. E dentro c’è il Museo delle Nuove. In una palazzina destinata nel recente passato alla reclusione delle terroriste si trova l’Eremo del Silenzio. Quattro celle riscaldate, scabre ma accoglientiper stare, meditare, incontrare, leggere o pregare. Un luogoaperto a tutti: credenti, non credenti, indecisi, laici. L’unico comunue denominatore richiesto è il rispetto del luogo e, ovviamente, del silenzio altrui.

Un giorno, un giovane educatore sensibile al tema carcerario (galeotta fu una partita di calcio coi detenuti) ebbe due geniali intuizioni, nel corso di una visita al Museo delle Nuove.  La prima fu quella di riconsiderare con sguardo libero ciò che una cella poteva essereda luogo imposto di detenzione e di dolore a luogo volontario di raccoglimento, di silenzio e di ascolto. La seconda fu quella di accorgersi della presenza di tutti gli elementi topografici necessari alla definizione di un eremo. La palazzina infatti era distaccata dai bracci del carcere, proprio perchè luogo di Massima Sicurezza. Intorno alla palazzina avvizziva una piccola zona di terra e rifiuti, adibita un tempo a giardino e zona giochi per i neonati e bambini delle detenute. E infine, oltre “zona d’aria” troneggiava una piccola cappella per le funzioni religiose.

«Quando ho proposto l’idea dell’Eremo del Silenzio, Felice Tagliente - Presidente del Museo delle Nuove – ha sùbito accolto l’iniziativa con un sì condiscendente, ma dentro di se’ deve aver pensato di trovarsi di fronte a un pazzo. Credo d’averlo convinto una volta per tutte con la sola ostinazione. E adesso l’Eremo esiste» racconta Juri Nervo – il giovane educatore di cui sopra. «Ho voluto fortemente questo luogo perchè in anni d’esperienze e letture ho capito che la città è il posto più bisognoso di silenzio, come il nostro corpo e la nostra mente hanno bisogno del silenzio per dormire».

Nel cortiletto che circonda la palazzina ci sono un piccolo orticello, un ulivo piantato agli albori dell’impresa come radice di buon augurio e un’altalena di legno e corda, risalente ancora ai giochi di quei bambini reclusi e innocenti.  Nonostante la vocazione  e la destinazione del luogo, ho parlato due ore filate con Juri che si è rivelato una persona deliziosa, curiosa e vitale.«Qualcuno mi ha rassicurato sul fatto di non mettere cartelli o indicazioni dentro il complesso per trovare l’Eremo facilmente. Questo posto va cercato. Come un deserto nella città».

Orlando Manfredi

 

 

 

 

 

 

 

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