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Cina: il gigante che ha dimenticato il Tao

settembre 2, 2011 Impressioni di viaggio, Rubriche

C’era una volta… così potrebbe iniziare la storia della Cina, dei cinesi e del loro rapporto con la natura. Era il VI secolo a.C quando Laotzu, pensatore contemporaneo al grande Confucio, scrisse il Tao Te Ching (letteralmente Libro della via e della virtù), un libro di 5.000 caratteri che raccoglie pensieri e massime all’origine del taoismo. Al centro del taoismo è il concetto di Tao, l’energia cosmica, il principio di movimento che muove l’universo e qualsiasi processo naturale: è il flusso continuo e vitale che forma il tessuto stesso della vita e della realtà. Tutte le miserie di questo mondo derivano da intralci, da intrusioni e deformazioni imposte dalla cultura alla natura, che indeboliscono e ostacolano il flusso del principio vitale. Per questo è necessario condurre una vita sobria, ritrovando la perfetta semplicità dell’essere primordiale, conforme e in armonia con la vita e il ritmo universale. Partendo dalla quiete della natura, i filosofi taoisti si dedicarono alla riflessione, adottando un comportamento inattivo, senza sforzo e senza scopo, centrato proprio sulla coltivazione dell’innata energia vitale.

Poi arrivò la grande Rivoluzione Culturale voluta da Mao, esplosa nel 1966, che attaccò tutte le religioni e filosofie in nome di una cultura laica e comunista: monasteri soppressi, templi distrutti, monaci e suore uccisi o inviati in campi di lavoro. Forse proprio in quella rivoluzione risiede il primo e lontano cambiamento di tendenza di un paese che smette di rispettare la natura, che vive ad una velocità tripla rispetto al resto dell’universo e che va avanti nelle attività produttive giorno e notte, con il solo obiettivo di guadagnare e crescere a dismisura.

Nella Cina di oggi la natura è dimenticata, mortificata; soffocata e schiacciata dai grandi mostri industriali che fanno di questo paese la seconda (in realtà, oggi, la prima) potenza economica al mondo, che ha in mano il debito di USA e Europa. Dimenticato il rapporto d’amore con la natura, oggi l’ambiente è solo una risorsa da sfruttare. Sfruttamento indispensabile per il salto economico e industriale di questi ultimi 30 anni, ma che, insieme all’incosapevolezza e all’ignoranza in materia ambientale della popolazione, è stato fatale.

Girando per le strade di qualsiasi città della Cina non c’è nulla che possa ricordare anche solo lontanamente quello stare fermi, in pace e in armonia con la “quiete madre” del Taoismo.

Viaggiando da Shanghai a Pechino ho potuto incontrare molte persone interessanti: europei, che qui rivivono l’entusiasmo che i loro nonni, nella metà del diciannovesimo secolo, provarono in cerca di fortuna e nuove opportunità; tanti cinesi in affari; viaggiatori per l’Asia sconcertati e spaventati dal Paese di mezzo. Tra tutti mi ha molto colpito un italiano, un signore di una sessantina d’anni che ho incontrato a Qingdao, mentre dal lungomare osservavo sconcertata quei chilometri interminabili di alghe verdi sulla spiaggia e nel mare. E guardavo altrettanto sconvolta la miriade di cinesi che, senza fare una piega, si preparava con cuffia e salvagente per fare il bagno, si fotografava e cercava di costruire improbabili castelli di sabbia con alghe, verdi, innaturali.

Seduto accanto a me, il signor Michele mi racconta che da sempre è appassionato di filosofie orientali e arti marziali e che ha aspettato la pensione per venire a trascorrere qualche anno nella culla dei suoi studi, proprio qui, in Cina. “Ho anticipato il mio biglietto di ritorno“, mi spiega disilluso, con grandi sospiri, come se ogni parola fosse un grande peso. “Non ho trovato nulla di quello che ho studiato in tutti questi anni. La Cina che vediamo oggi ha resettato completamente gli insegnamenti, le religioni e le tradizioni che ne facevano un paese ricco culturalmente, ed estremamente profondo. Non è stato trasmesso nulla ai ragazzi di oggi che navigano veloci, lontani”.

Che fine hanno fatto i paesaggi mozzafiato che per secoli hanno incantato e ispirato poeti e pittori? Le montagne sacre dove si
ritiravano monaci e fedeli per meditare e conseguire la longevità o addirittura l’immortalità? Come si è potuto dimenticare quel filo invisibile, quell’energia suprema che lega (o forse legava) uomini, donne e natura?

Oggi la Cina è il paese più inquinato del globo, venti delle trenta città più inquinate al mondo si trovano qui, il cielo non si vede neanche in estate, l’aria è soffocante, basta uscire in strada per avere una morsa alla gola e dover camminare in apnea. Lo sviluppo è incessante e la popolazione, tutta, sembra vivere per il solo guadagno, per diventare ricchi, a qualunque costo.

La principale fonte di inquinamento è il carbone, di cui si bruciano circa 900 milioni di tonnellate l’anno e che soddisfa circa il 70% del fabbisogno energetico  del paese. Si dice che ogni cinque giorni in Cina si apra una nuova centrale elettrica alimentata a carbone, con conseguenti danni incalcolabili sulla qualità dell’aria e dell’acqua, dell’agricoltura e della salute dell’uomo (la principale causa di morte dei cinesi è il cancro). Ma la crisi ecologica derivata dal grande sviluppo industriale di questo colosso asiatico provoca ripercussioni anche al di fuori dei confini nazionali: Corea, Giappone e anche gli Stati Uniti denunciano un aumento, negli ultimi anni, di piogge acide, tempeste di sabbia, inquinamento delle foreste e dei fiumi, a cui, presumibilmente, contribuisce anche l’inquinamento cinese.

I governi sollecitano, i protocolli e le carte parlano chiaro: la Cina è firmataria del Protocollo di Kyoto – che prevede, entro il 2012, una riduzione delle emissioni inquinanti del 5% rispetto al 1990 – ma, in quanto “nazione in via di sviluppo”, non è tenuta a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, secondo questi vincoli!

Il sistema politico cinese è autoritario, quindi in grado di promuovere azioni forti e rapide, ma per ora le leggi e gli accorgimenti per frenare l’industrializzazione selvaggia sono deboli e insufficienti e raramente applicati. La responsabilità, si annusa, sembra essere della corruzione, ma gli stessi governi sono poco propensi a mettere in pratica qualsiasi politica che di fatto possa frenare lo sviluppo e il guadagno.

Ho comprato casa in centro – mi dice Mei Li, una ragazza cinese che ho incontrato a Shanghai – la mia sarà una delle prime case con il filtro per l’acqua. In quella dove vivo adesso non è potabile e devo comprare quella in bottiglia anche per cuocere i ravioli a colazione”. Se si calcola una media prudenziale di 200 bottiglie d’acqua in plastica all’anno a persona, per una popolazione di 1,5 miliardi di abitanti fa 300 miliardi di bottiglie di plastica che ogni anno si consumano nel regno della seta e del riso. “Qualche nuovo provvedimento, continua Mei Li, e nuovi impegni da parte delle amministrazioni ci sono; a Shanghai per esempio avere la macchina costa tantissimo e in pochissimi se la possono permettere”. Non è tanto la macchina in se che costa, ma la targa che permette di circolare in città. “Ogni mese il comune mette all’asta meno di 2.000 targhe. Di solito gli iscritti all’asta sono 3 o 4 volte il numero delle targhe a disposizione (quando il numero degli iscritti rimane basso è la stessa municipalità che iscrive degli utenti fittizi, ndr) quindi il prezzo si alza fino all’ultimo secondo. Sia a luglio che ad agosto il prezzo di chiusura era intorno ai 50.000 RMB (6.000 euro circa, ndr), un prezzo altissimo e che pochi si possono permettere”.

Il risultato, in effetti, è che a Shanghai circolano molte meno macchine di Pechino o di Shijiazhuang. E il biglietto della metro è una tesserina in plastica che viene ritirata in uscita e ricaricata nelle macchinette per un nuovo utilizzo, non male per i milioni di pendolari che tutti i giorni utilizzano la metropolitana. Anche sulle due ruote qualcosa forse è migliore che da noi e, oltre alle tantissime biciclette stracariche e piene di ogni bene incastrato con abilità, le strade e i marciapiedi sono invasi da silenziosissimi motorini elettrici, che costano molto meno di quelli a benzina; motorini che non si sentono e diventano pericolosi la sera dopo le 22, quando si spengono tutte le luci (anche quelle del Bund) per il fatidico risparmio energetico, e tutto intorno diventa buio.

Qualche timido provvedimento, allora, le amministrazioni e i governi li stanno prendendo.. e i cinesi? I cinesi non sono consapevoli, mi racconta Daniele, un ragazzo romano che lavora in Cina da qualche anno. Comprano il motorino elettrico perché costa di meno  rispetto agli altri, però poi non si preoccupano minimamente di buttare la spazzatura nel bidone e non per strada, senza parlare della raccolta differenziata! La gente di strada e quella più povera cerca vetro e plastica nei bidoni, la raccoglie e la va a rivendere a peso. Anche questo, ovviamente, per guadagno”. Non esiste coscienza critica, è tutto un fare senza pensare, sembrerebbe.

E quando chiediamo della costruzione di Dongtan, a lungo annunciata come la prima città completamente ecologica che dovrebbe nascere poco fuori da Shanghai, Daniele mi spiega: “qui se n’è parlato sempre molto poco, penso fosse più una notizia per l’estero, un progetto di cui vantarsi con i governi esteri senza curare molto la comunicazione ai cittadini e residenti. Comunque, la città doveva aprire prima dell’Expo di Shanghai; ci sono stati alcuni problemi e il cantiere è stato sospeso. Ora che la Expo è finita non c’è alcun interesse, economico s’intende, a riprendere i lavori e la città ecologica rimane, per il momento, un progetto su carta”.

Peccato, la Cina con i suoi numeri potrebbe davvero invertire la rotta e allargare la strada della green economy: magari vedendolo come, ahimé, puro investimento economico, su cui fare altri soldi a palate – ma questa volta, almeno, puliti.

Alfonsa Sabatino

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