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Cina: l’ambiente stuprato in nome dello sviluppo

febbraio 10, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Terre agricole destinate alla costruzione di immobili, palazzine che prendono il posto delle foreste. In questi anni la Cina è diventata un gigante economico e una superpotenza mondiale, ma la modernizzazione del Paese ha provocato profonde trasformazioni sociali e culturali, conflitti tra città, raccolti dalla giornalista Angela Pascucci nel libro “Potere e società in Cina“, recentemente pubblicato dalle Edizioni dell’Asino. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente, pubblichiamo oggi un estratto dell’episodio “I predatori del monte Heng“, in cui l’autrice racconta il processo di devastazione ambientale che sta subendo una delle aree più belle della Cina.

È un sabato d’autunno straordinario. Per una volta il sole ha sopraffatto le nebbie che avvolgono Chongqing e regala paesaggi di luminosa bellezza. Mattina, ventenne studentessa cinese che ha scelto di chiamarsi così in omaggio all’italiano che parla in modo fluente, ha accettato di farci da guida nella scoperta delle campagne e delle montagne che circondano il centro metropolitano della grande municipalità a statuto speciale del Sichuan. Un tentativo di indagine per capire se e come le grandi riforme decise dal controverso capo del Partito comunista locale, Bo Xilai, prima di cadere in disgrazia, abbiano cambiato il volto di questa enclave di 33 milioni di abitanti, 23 milioni dei quali sono registrati come contadini. La grande sperimentazione avviata nel 2008 prevedeva che entro il 2020 altri dieci milioni di loro diventassero residenti urbani, con tutte le prerogative e i diritti stabiliti dalla legge per i “cittadini”. Un cambiamento forte, in un paese che ancora tratta la maggior parte dei propri migranti come in occidente si trattano gli extracomunitari illegali. Tanto forte che, dopo la fine dell’ambizioso Bo, non è ancora chiaro se la “sperimentazione” continuerà.

La spedizione in campagna è diventata un “affare di famiglia”. Il padre di Mattina è un ricco imprenditore locale con forti agganci e ci tiene ad accompagnare gli ospiti stranieri nella singolare gita. Per l’occasione ha persino ingaggiato un autista con macchina. I genitori viaggiano al seguito, con il proprio autoveicolo. La meta è Qijiang, uno dei centri abitati satelliti di Chongqing. Si trova a 80 chilometri a sud del centro metropolitano e un tempo era famoso per l’arte contadina ban hua, che oggi le autorità cercano di riportare in auge.

Fino a pochi anni fa Qijiang era solo un villaggio contadino attraversato dal fiume Qi. Oggi è una piccola metropoli con tanto di grattacieli. Il primo tributo pagato dalla città allo “sviluppo” è stato il crollo del ponte che per la prima volta doveva unire le due rive del Qi. Il 4 gennaio del 1999, a tre anni dall’inaugurazione, venne giù come cartapesta, travolgendo le vite di quaranta persone. Materiale da costruzione di pessima qualità, errori di progettazione, negligenza nei controlli e corruzione, stabilì la successiva inchiesta. Lo shock inflitto alla cittadina si è materializzato sul lungofiume in un monumento di metallo che mostra una mano protesa a riunire un arco spezzato.

Nel tenue sole autunnale Qijiang si mostra in una luce di festa e di riposo che lo fa sembrare un altro pianeta rispetto alla congestionata metropoli poco distante: giovani coppie che portano a spasso l’unica minuscola prole, vecchi che giocano a mahjong sulle panchine del lungofiume, anziani indovini che predicono il futuro seduti su banchetti improvvisati ai lati del camminamento del ponte. Sotto la grande arcata, sulle rive del fiume le donne che lavano i panni chine sul greto del corso d’acqua sembrano essere precipitate da uno squarcio della dimensione spazio-temporale.

Siamo qui perché i genitori di Mattina hanno comprato una casa per le vacanze in un’area del monte Heng che sovrasta Qijiang. La giovane cinese ironizza sulla “febbre” immobiliare dei propri genitori che, assai benestanti, considerano l’investimento nel mattone l’unico sicuro in questo momento in Cina. È così che stanno arrivando a comprarsi la quarta casa, in un vortice di ansia e mutui che non si placa. Lo stesso che ha alimentato anche nella Repubblica Popolare una bolla immobiliare pericolosa quanto i subprime Usa per la stabilità economica del paese e gli equilibri finanziari dei governi locali, la cui principale fonte di finanziamento è la messa a frutto delle terre attraverso progetti di “sviluppo” con l’anima di cemento, in un ciclo infernale di rivalutazione che origina case alla portata solo dei ricconi. Anche in questo la Chongqing di Bo Xilai asseriva di voler fare le cose in modo diverso, con un massiccio piano di edilizia popolare e un meccanismo complesso di messa a frutto dei terreni controllato dal governo e non lasciato alla speculazione. Ma la pratica seguita alla teoria ha mostrato un volto assai più complesso. Almeno in quest’area.

Ci dirigiamo verso la casa delle vacanze attraverso una strada a tornanti che si inerpica sul monte. Per fare fronte alle esigenze di nuovi insediamenti per i ricchi cittadini in fuga dall’inquinamento e dal caos urbano, la strada è in via di ampliamento e per percorrerla bisogna affrontare un percorso accidentato interrotto da caterpillar e sbancamenti che racconta meglio di ogni parola la transizione devastante di un luogo ancora oggi incantevole. Uno dei tè più pregiati dell’imperatore di Pechino veniva coltivato e raccolto qui sin dai tempi più remoti e l’orografia del monte offre scorci agresti senza tempo. Le case coloniche conficcate nelle fenditure della montagna, dalle quali emergono solo i tetti obliqui d’ardesia; gli appezzamenti minuscoli incastrati l’uno nell’altro, come un patchwork steso sui terrazzamenti strappati a forza dai pendii; i contadini, chini sotto i cappelli di paglia a larghe tese, intenti in un intenso corpo a corpo con la terra che sa di fatica bestiale e legame inscindibile. Nessuno di loro sembra avere meno di cinquant’anni. Quel serpente polveroso che con crescente invadenza squarcia il fianco del loro monte non sembra riguardarli, finora, ma la sua presenza sempre più ingombrante è destinata a far aumentare il valore della terra e, se ulteriori progetti di “sviluppo” avanzeranno, a cacciarli. Moderne infrastrutture, le chiamano. La stessa modernità che ha ridotto a pochi esemplari le vecchie case, rimpiazzate da nuovi edifici simil-urbani rivestiti di mattonelle bianche, sgraziati e incongrui. Quella “modernità” che spezzerà l’abbraccio con la terra solida e consegnerà i contadini ai flussi migratori verso le città, gli stessi che si sono già portati via figli e nipoti. (…)

Il padre di Mattina è dirigente in una delle più grandi società immobiliari della zona, in realtà un conglomerato che accorpa anche attività commerciali, ristoranti e alberghi. Alla domanda su come si ottengano i terreni su cui costruire, la risposta è scarna: il governo decide quali terre requisire per poi assegnarle all’impresa immobiliare. Il processo in realtà è ben più complesso, oberato com’è di passaggi sotto banco e guadagni incontrollati, come dicono le decine di migliaia di rivolte contadine in corso in Cina. Ma la sostanza brutale è questa, e in ogni caso è inutile chiedere altro.

Qualche spiegazione aggiuntiva la fornisce invece il signor Wang, ex capo villaggio, che incontriamo nell’ufficio vendite del centro residenziale costruito sulla cima del monte Heng, dove la famiglia di Mattina ha acquistato un appartamento di sessanta metri quadri in cui passa i fine settimana. Per fare largo all’insediamento, costituito da una cinquantina di anonime palazzine di cinque piani divise in zone, è stato spianato un bosco di querce e conifere, e gli alberi superstiti sono stati imprigionati in un reticolato di cemento, asfalto e aiuole addomesticate.

Il signor Wang è un veterano della politica. Ha fatto il capo villaggio e il segretario del Partito ininterrottamente dal 1983 al 2010, quando è andato in pensione. E per elezione, perché nei villaggi si vota (anche se poi il numero dei candidati tra cui scegliere è ristretto e selezionato).

Dice di non avere mai sentito parlare delle riforme avviate dalla municipalità, che stabiliscono complessi meccanismi di compensazione fra le terre “liberate” nelle campagne e i terreni assegnati allo sviluppo immobiliare nelle aree urbane, e neppure sa delle nuove regole per ottenere la residenza cittadina. Alla domanda se ci siano problemi nel meccanismo di passaggio delle terre dalla coltivazione alla costruzione, dapprima risponde di no. Peraltro molti contadini emigrati in città non coltivavano più la terra e sono stati contenti di cederne il diritto di uso in cambio di compensi e di un hukou urbano. Nella sua area quaranta famiglie hanno dato in affitto le proprie terre a una grande impresa che ha messo in piedi un allevamento intensivo di anatre e polli.

Oggi però, spiega, non è più così facile per i contadini della zona vendere autonomamente il proprio diritto d’uso. Bisogna chiedere permessi che sempre più spesso vengono negati. Il governo non vuole ostacoli o interferenze ai propri piani di “sviluppo”. Per il progetto realizzato in questa zona, il cui stereotipato squallore di non-luogo emerge in tutta la sua estensione dal grande plastico esposto nell’ufficio vendite, sono stati ceduti i terreni di quarantaquattro famiglie, ma il villaggio non ha alcuna voce in capitolo nella destinazione delle terre. Chi decide e tratta con il costruttore è lo xian, distretto amministrativo a metà tra villaggio e municipalità centrale, e opporsi alle decisioni che vengono dall’alto è impossibile. Finora però è andata bene, dice. Ma nel parlare affiorano i problemi. Il suo villaggio, dove vivono settecento famiglie, circa tremila persone, è stato contento dell’insediamento in cui ci troviamo, ma ora sulla montagna incombono altri venticinque piani per la costruzione di seconde case di villeggiatura, e ben sedici riguardano la loro area di soli nove chilometri quadrati, una delle più belle, posta com’è sulla sommità. C’è poco da stare allegri, se i piani prevedono altri ammassi di palazzine come quello che ci circonda.

Angela Pascucci*

*Giornalista, esperta di Cina. Per il “Manifesto” è stata caporedattore esteri, inviata e responsabile dell’edizione italiana di “Le Monde diplomatique”. Tra i suoi libri segnaliamo Talkin’ China (Manifestolibri 2008).

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