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Cinemambiente ai tempi di Covid-19: dal grande schermo a quello di casa

aprile 20, 2020 Campioni d'Italia, Rubriche

Le prime due edizioni con il nome di “Cinema e nucleare“, nel decennale del disastro di Chernobyl, poi 22 edizioni di crescente successo, per raccontare, attraverso le immagini di film e documentari da tutto il mondo, i problemi (e le soluzioni) dell’ambiente. Cinemambiente è la creatura di Gaetano Capizzi, ideatore e direttore del Festival torinese, che in tempi di coronavirus, è costretto a rimandare a “data da definirsi” la manifestazione, ma non rinuncia ad arrivare sugli schermi domestici con l’iniziativa “Cinemambiente a casa tua“, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e il Museo Nazionale del Cinema di Torino: ogni tre giorni, fino al 18 maggio (e forse oltre) un titolo diverso, in streaming gratuito.

Ma torniamo agli albori, nel 1996. Erano i primi anni in cui si iniziava a parlare di educazione ambientale e comunicazione ambientale – racconta Capizzi – si iniziava ad organizzare convegni, venivano stampate le prime brochure per spiegare la raccolta differenziata (una città come Torino era intorno al 2% !). Con alcuni amici ecologisti iniziammo a domandarci se esistesse già qualcosa come un cinema ambientale e se potesse essere una forma efficace di comunicazione. Trovammo dei film incredibili e fu una rassegna molto bella! Con un catalogo che vide interventi di grandi intellettuali italiani, come Goffredo Fofi, Gianni Canova e altri. Ma fu anche molto dura perché 25 anni fa il cinema ambientale era tutta un’altra cosa, si trattava di cortometraggi, filmati di attivisti o delle organizzazioni ambientaliste, come Greenpeace. Facemmo anche una restrospettiva sul cinema industriale, ovvero le produzioni realizzate dalle aziende. Non si pensava certo all’ambiente visto al cinema, come lo intendiamo oggi… Quella è stata una delle nostre felici intuizioni. Forse siamo stati anche un po’fortunati, ci siamo trovati al centro del ciclone: da un lato, in quegli anni, è esploso il movimento ambientalista, coinvolgendo sempre più persone e, dall’altro, il cinema ha sempre più seguito questo stream, che oggi è vera e propria egemonia culturale: se non sei green non vendi più nulla…”.

La svolta e il salto di qualità (in termini numerici) del Festival – così come del cinema ambientalista in genere – avvengono una decina di anni dopo, ai tempi di Una scomoda verità“, il documentario di Davis Guggenheim con Al Gore, l’ex vicepresidente di Clinton, come protagonista. Premio Oscar nel 2007 come miglior documentario. “Fu un documentario di grande visibilità e successo internazionale – spiega il direttore di Cinemambiente – visto da milioni di persone nel mondo. Oltre all’indiscutibile impegno ambientalista di Al Gore anche questo film fu per lui determinante nell’assegnazione del Premio Nobel per la Pace. Questo film aprì gli occhi al mondo sul tema del cambiamento climatico e la gravità del surriscaldamento globale. E il suo successo commerciale (ebbe buoni incassi) contribuì ad aprire la strada a nuovi documentari sui temi ambientali per il grande pubblico. Cinemambiente ha vissuto in diretta l’evoluzione di questo tipo di cinema e ha visto anche la mutazione del pubblico in sala, che si è aperto a famiglie e ragazzi giovani… Sono nati, da quel momento, altri festival nel mondo che si sono ispirati al nostro, penso al Brasile, o al Messico che in qualche modo ho tenuto a battesimo”.

Capizzi, del resto, è abituato a guardare fuori dalla porta dell’Italia e già pochi anni dopo la nascita di Cinemambiente ha un’altra intuizione. ”Giravo il mondo a vedere gli altri festival – ci racconta – e con alcuni abbiamo deciso di creare un’associazione, il Green Film Network. Fu uno stimolo anche per i festival nascenti: l’esistenza di un network a cui appoggiarsi dava ai promotori maggiore coraggio per iniziare l’avventura… La struttura attuale del network e il suo Statuto hanno 8 anni, ma l’idea nasce circa 18 anni fa, tra quattro festival europei: il nostro e quelli allora esistenti in Spagna, Portogallo, Grecia. Poi è entrato il festival di Parigi e avanti così, USA ecc…. E’diventata una cosa complessa, perché adesso  siamo presenti in tutti i continenti e già solo fare le riunioni del board è difficile! Io sono stato presidente per 10 anni ma ora non sono più operativo”.

Il successo, però, può nascondersi anche sotto casa ed ecco che l’ultima creatura, “Cinemambiente a casa tua”, parte alla grande, con 12.000 spettatori solo perOceani, il mistero della plastica scomparsa“. “E’ un numero enorme se raffrontato a quelli che riusciamo a fare durante le proiezioni del Festival. Una sala cinematografica può avere 500 posti a sedere, quindi possiamo raggiungere al massimo un migliaio di spettatori con due giornate di programmazione di un film. La strada dello streaming ci vede dunque interessati anche per il futuro… Certo è altra cosa rispetto ad un Festival, dove ci si incontra di persona, spesso anche con gli autori, ma questo periodo di lockdown potrebbe lasciare qualche insegnamento utile su come gestire le manifestazioni”…

Le potenzialità (anche formative) sono notevoli: portare sulla comodità del divano di casa, all’ora preferita dallo spettatore, film e documentari ambientali “di nicchia”, che finora – tranne rari casi – hanno sempre avuto una circolazione limitata e fugace, legata ai tempi di un festival o alla programmazione di qualche cinema d’essai. “Oggi questo è stato possibile grazie alla disponibilità di registi e distributori. Per il futuro – ammette Capizzi – il problema sarà far quadrare i conti, trovare un modello che consenta di tenere in piedi l’iniziativa. Già oggi qualche festival ha optato per un’edizione totalmente online. La scelta però non è accettata da tutti i registi, perché mettere un film nuovo in streaming gratuito su una piattaforma online significa bruciarlo dal punto di vista commerciale, renderne difficile l’acquisto da parte di un canale televisivo o la proiezione nei cinema”.

La risposta per il futuro è dunque nascosta nell’innovazione dei modelli di business più che delle tecnologie, che già esistono. “La forma cinema non è per niente in crisi - precisa Capizzi – anzi c’è un fiorire, in questo momento, del linguaggio cinematografico, delle produzioni, del numero di film che vengono realizzati anno dopo anno. La crisi è delle sale cinematografiche ed è iniziata ben prima del coronavirus. Non si sa quante riapriranno dopo il lockdown. Stanno cambiando i luoghi dove si può usufruire dei film… Basti pensare a piattaforme come NetflixAmazon. C’è molta richiesta di film, ma non nei posti tradizionali a cui eravamo abituati… Personalmente ritengo insostituibile l’esperienza al cinema, ma bisogna fare i conti con queste realtà e stare al passo con i tempi”.

Capire oggi quale potrà essere l’evoluzione domani è molto difficile: saranno le grandi piattaforme esistenti ad allargare l’offerta sui temi ambientali o potrebbe nascere un “green player” indipendente e specializzato, sogno di ogni ambientalista? “Quando si va sul mercato ci si deve necessariamente confrontare con i numeri: l’audience e i soldi innanzitutto, quindi vedo difficile la realizzazione di un progetto green privato senza l’intervento di fondi pubblici. Stiamo parlando di investimenti dell’ordine di grandezza di milioni di euro, se non miliardi”.

Eppure il Green Film Network, sommando i rispettivi pubblici, i numeri per un progetto ambizioso forse li avrebbe… Mancano gli investitori. “Mai parlato con Di Caprio?“, chiediamo a Gaetano. Lui ride: “Purtroppo non ho ancora avuto il piacere di conoscerlo!”. Mai dire mai…

Andrea Gandiglio

 

 

 

 

 

 

 

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