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Come un’esile radice

maggio 17, 2011 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Non c’era al mondo qualcosa che mi facesse più piacere dell’intaglio. Scolpivo il legno, davo vita ad ogni singolo rametto, ai tronchi. Non esisteva creatura che sfuggisse alle mie rappresentazioni. Gufi, gatti, cani, galli, mucche, galline, ma anche figure umane, stilizzate. Sembravano ombre, le mie donne e i miei uomini, tutti allungati, protesi verso un chissà dove. Cercavano la luce, cercavano un contatto verso un aldilà.

Ero uno scultore, innanzitutto. E poi un idraulico, un elettricista, un arredatore, un manutentore di frigoriferi industriali. Ero tutti questi mestieri messi insieme, mi piaceva creare e riparare. Riparavo anche il legno, lo proteggevo dalla dimenticanza, dall’isolamento. Attraverso l’arte donavo a questa materia una nuova esistenza, più vicina all’estetica, più vicina all’uomo. Si facevano guardare, le mie opere, in alcune zone della città. Le lasciavo incustodite, non c’era il vetro delle vetrine che difendeva le mie esposizioni, ero contrario alla proprietà privata, credevo nella fiducia dell’uomo verso l’uomo, nel rispetto reciproco. Mi piaceva stare da solo. Sentivo che tanta gente aveva paura della solitudine, io l’avevo scelta e vivevo in simbiosi con lei. Quando non la trovavo in città, andavo a cercarla nel silenzio del bosco, ad ogni passo ascoltavo il mio respiro e guardavo per terra in cerca della materia prima: il legno che la natura non voleva più. Lo raccoglievo, lo mettevo nella gerla. Non costava nulla, odiavo il denaro e non ne possedevo. Poi tornavo nel mio laboratorio e iniziavo la magia. Una corteccia diventava la cresta di un gallo, parte di un tronco si trasformava in un gufo col becco giallo e gli occhi bianchissimi. Quando lavoravo mi sentivo forte, invincibile perché sapevo che dal nulla si poteva fare tutto e che la natura era lì, riunita nel mio laboratorio, tutto il mondo era lì. Mi sentivo bene. Sassi, cortecce, tronchi, pezzi di legno, foglie, pigne.

L’arte è soggettiva ed era divertimento, per me. O forse era solo tutto quello che mi rimaneva.

Un amico un giorno passava qui davanti mentre stavo creando una mucca, volevo regalarla ad un bambino, gliel’avevo promesso. Il mio amico, dopo avermi offerto una sigaretta, mi aveva trattenuto per chiacchierare. Parlavamo del passato, le serate in gruppo insieme, le feste tra amici, le grandi ideologie, il look (il mio è stato sempre piuttosto singolare). Lui mi aveva detto: – Paolo, certo che tu sei un artista trasandato nell’abbigliamento, ma signore nell’animo . –

Credo di essere arrossito, mi sono sentito un calore nel petto e in volto, non avevo bevuto vino rosso. Forse è quella l’emozione di cui parlano tutti. L’ho provata poche volte in vita mia. Preferivo sempre non disturbare. Anche con gli avventori della mia mostra facevo così. Li lasciavo guardare, li spiavo mentre immergevano gli occhi nelle mie opere e poi, se volevano, spiegavo. Ma come si fa a spiegare l’arte? Avevo scelto una vita estrema. La mia abitazione era un po’ dentro e un po’ fuori. Dentro c’era una casa, modesta e essenziale: un letto malmesso, dei fornelli, un tavolaccio dove eseguivo dei lavori. Fuori, la parte che preferivo, c’erano tavolini, sedie, sgabelli, piante, segatura per terra, quadri appesi, sculture, composizioni di fiori freschi, secchi o di legno. Tutto coperto da un ombrellone sgangherato per proteggere dalla pioggia e dal sole.

Un pomeriggio sono passate due donne al mio studio, una madre e una figlia. Erano curiose e affascinanti al punto giusto per permettermi di scambiare due parole. Ho raccontato loro storie di luce e ombre. Ho fatto notare alle due donne come la luce possa cambiare tutto, vita, morte e altri strati del nostro viaggio. Le mie statue, quelle che rappresentano figure umane prendono forma con lo spostarsi della luce solare, nelle varie fasi del giorno. Diventavano nani o giganti, tarchiati o sottili. Come noi ci modifichiamo inevitabilmente nel tempo, e poi, col buio, ci spegniamo e, a volte, veniamo dimenticati.

Stavo scolpendo, quella sera. Usavo lo scalpello, volevo realizzare due corpi umani che si sfioravano, toccavano con la mano destra dell’uno la testa dell’altro. La nuca per essere precisi. Uno studio plastico che durava da un mese. Avevo sbirciato le posture dell’amore, per rappresentarle in una serie di sculture. Stavo forgiando l’amore quando hanno sfondato la porta. Non c’era bisogno di tutto quel chiasso, era aperta. Come sempre. A tutti. Non li conoscevo e ciò non era per me un motivo di inquietudine. Ma il fatto che fossero armati di una lunga mazza e avessero la faccia devastata dall’espressione disgustosa di chi è ammalato d’odio, questo sì, mi faceva provare grande paura. Dopo qualche secondo erano già a pochi passi dal tavolaccio di fronte a cui ero seduto. Mi hanno fatto alzare. Non cercavano soldi, credo, non li avrebbero trovati comunque. Non volevano neanche le mie opere, a prima vista non sembrava gente che apprezzava l’arte. Non sapevo cosa potevano volere da me, non avevo niente. Forse la libertà. Forse la creatività. Erano le uniche cose che possedevo. Forse mancava loro il contatto con la natura e l’espressione, istintiva, spontanea della primordialità, che io trovavo intarsiando il legno ed erano venuti a cercarla qui da me, colpendomi ripetutamente con la mazza in ogni punto del mio corpo vecchio. Quando le costole si sono strette ad abbracciare i polmoni, trafiggendoli, ho capito che era la fine. Il mio corpo stava perdendo lo slancio dei muscoli secchi, la luce non entrava più dai miei occhi e la forza vitale mi stava abbandonando piano piano. Ho sentito umido addosso e caldo, sempre più caldo. Ho avvertito ancora un ultimo odore e poi più nulla: l’aroma di bruciato che ogni tanto incontravo vicino ai boschi, dove facevano i falò di foglie secche. Ero una foglia secca che faceva fumo, la mia casa-laboratorio ne era piena.

Ora guardo tutto. Posso andare nei boschi, ogni giorno. Cosa volevano da me con quella sete di violenza? Se cercavano la natura, spero l’abbiano trovata guardando nei miei occhi. Ora ne sono pervaso, per sempre. Di legno e natura e silenzio.

Stephania Giacobone

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