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“Conservare il valore”: come non disperdere la ricchezza dei rifiuti

settembre 23, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Negli oggetti che compriamo, usiamo e gettiamo, trasformandoli in rifiuti, è contenuta una grande ricchezza. Nel libro “Conservare il valore“, recentemente pubblicato da LUISS University PressSimonetta Tunesi, chimica ambientale, docente universitaria e consulente, esamina gli elementi sociali, istituzionali e tecnologici che ruotano attorno al dualismo consumo/risparmio delle risorse e al sistema industriale che rende possibile la gestione dei rifiuti. L’autrice riflette sulle alternative possibili e sulla necessità di distinguere tra ciò che può essere portato a termine da ogni cittadino, la modifica del proprio stile di vita, e ciò che invece la comunità richiede a politici e amministratori: le decisioni sull’architettura normativa e le soluzioni impiantistiche. Il libro descrive inoltre un metodo scientifico con cui valutare le strategie che le istituzioni possono adottare per risolvere la complessità dei problemi connessi alla generazione e gestione dei rifiuti, e raggiungere lo scopo di conservare il valore. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente“, pubblichiamo oggi un paragrafo del secondo capitolo, dal titolo “Il cerchio è ancora da chiudere: l’ecologia industriale”.

Viviamo nell’oggi ma i rifiuti ci spaventano più di quanto non accadesse ai nostri antenati. Ne produciamo di più, a partire da oggetti complicati e non biodegradabili, e siamo più consapevoli dei rischi che il loro abbandono, o una gestione inadeguata, provocano all’ambientee alla salute.

Al contrario dei problemi generati dal nostro accumulo, nel ciclo della natura i rifiuti sono essenziali: senza la degradazione degli scarti del metabolismo animale e vegetale le sostanze e le energie in essi contenute non tornerebbero nel ciclo della vita. Questo ciclo,di cui noi siamo parte, ha generato e mantiene la complessità e la diversità dell’ecosfera, è avviato dalla fotosintesi e si perpetua grazie alla degradazione dei materiali che, scomposti dagli organismi decompositori (batteri, funghi, vermi) sono riutilizzati da piante ed animali in un ciclo infinito.

Nel ciclo naturale i materiali e l’energia fluiscono dagli organismi “produttori” ai “consumatori”: dalle piante, che usano la luce del sole come unica fonte di energia per costruire con l’anidride carbonica dell’aria e i nutrienti del suolo molecole complesse ricche di energia, ai successivi livelli della catena alimentare. Il ciclo naturale è inesauribile grazie al fatto che tutti i rifiuti prodotti e i corpi di produttori e consumatori al termine della vita sono degradati;tutti i materiali e le energie sono rimessi a disposizione. Ogni livello dell’ecosistema usa energia per le funzioni vitali ed emette calore di scarto, il cui flusso totale si disperdenell’ambiente senza sconvolgere l’equilibrio dell’ecosfera.

L’ingegnosità umana ha introdotto attività e sostanze che hanno spezzato il ciclo naturale, fino al punto che l’atmosfera che circonda la terra è invasa dai rifiuti vaganti prodotti dai satelliti e nel mezzo degli oceani ci sono isole di rifiuti di plastica galleggianti.

Osservando il mondo attraverso i rifiuti, ci rendiamo conto che la ricerca scientifica e le applicazioni tecnologiche ci hanno permesso di produrre una massa crescente di prodotti che: è difficile smontare e manutenere; è spesso impossibile riciclare; si accumula senza possibilità di degradazione in quantità crescenti in discariche legali e illegali sparse per tutto il mondo.

L’invenzione delle plastiche, l’estrazione aggressiva di minerali e combustibili, la realizzazione di oggetti molto complessi in cui i diversi materiali sono miscelati, la mancanza nei progettisti di attenzione a come gli oggetti potranno essere smontati e riciclati a fine uso hanno spezzato il ciclo naturale del recupero di risorse ed energia.

Per introdurre la discussione sulle somiglianze e le differenze tra i sistemi naturali circolari e i sistemi antropizzati lineari cedo il passo ad uno dei padri dell’ecologia e dei movimenti ecologisti, uno dei rari scienziati in grado di dare un valore collettivo alla fusione di scienza, sapienza e azione, che ha aperto la mente a molti di noi oltre quarant’anni fa. Barry Commoner nel Cerchio da chiudere scriveva che «comprendere il ciclo naturale che mantiene l’ecosfera è difficile, perché per la mente moderna l’ecosfera è un luogo curiosamente straniero. Ci siamo abituati a pensare a eventi separati, singolari, ognuno dipendente da unacausa unica, singola. Ma nell’ecosfera ogni effetto è anche una causa: il rifiuto di un animalediventa cibo per i batteri del suolo; gli escreti del batterio nutrono le piante; gli animali mangiano le piante. Simili cicli ecologici sono difficili da trovare nell’esperienza umana nell’etàdella tecnologia, dove la macchina A produce sempre il prodotto B, e il prodotto B, una voltausato è buttato via, poiché non ha più significato per la macchina, per il prodotto o chi lo hausato. […] Qui è il primo grande fallimento dell’uomo nell’ecosfera. Abbiamo rotto il circolo della vita, convertendo il suo ciclo senza fine in eventi fatti dall’uomo, lineari: il petrolio è preso dal sottosuolo, distillato in combustibile, bruciato in un motore, dove è convertito infumi nocivi che sono emessi nell’aria. Alla fine della linea c’è lo smog».

Mi piace ricordare che Commoner ci propose un punto di vista che non si fermava alla constatazione del disastro, riteneva infatti che «simili storie dell’orrore di distruzione ambientale sono ormai familiari, addirittura seccanti. Molto meno chiaro è cosa abbiamo da imparare da queste storie. Così io ho scelto di non versare lacrime sui nostri passati errori per cercare invecedi capirli, in uno sforzo di scoprire quali atti umani hanno rotto il ciclo della vita e perché». (…)

Il trasferimento di materia ed energia tra i livelli di un ciclo naturale è alla base della vitalità e della sopravvivenza di un ecosistema e lo studio di questi flussi costituisce la scienza“ecologia”. Ricordiamoci che nella rete dei rifiuti l’attore protagonista principale, il secondo principio della termodinamica, è sempre in agguato; questo ci porta ad osservare che anche in natura il trasferimento di energia nella catena è inefficiente: solo il 10% circa dell’energia si trasmette da un livello all’altro, la gran parte dell’energia viene dispersa come calore, speso per la sopravvivenza. (…)

Un sistema completamente circolare è in equilibrio con l’esterno ed è in grado di sostenersi per un lungo periodo. Questo avviene perché i materiali e le energie scartati da un processosono utilizzati nei processi del livello successivo, l’esterno fornisce solo energia rinnovabile etutti i sottoprodotti sono riusati o riciclati all’interno del sistema. Nessun sistema realizzato dagli umani potrà mai raggiungere questa efficienza ma può aspirarvi adottando una logica circolare, che sostenga il ri-ciclo di materia ed energia.

La negazione di tutto ciò è realizzata da un sistema completamente lineare, attraversato da materiali ed energia non ri-utilizzati, che crea emissioni inquinanti e scarti non recuperati che si accumulano; un sistema che diventa velocemente insostenibile, come dimostrano le origini e la storia dell’industrializzazione occidentale. Un modello semplificato e violento, purtroppo adottato tal quale per la crescita dei paesi a recente industrializzazione, sintetizzato dalla stima che l’inquinamento atmosferico abbia contribuito in Cina nel 2010 a 1,2milioni di morti premature, la quarta causa di morte con circa il 40% del totale; su scala globale le morti premature stimate sono state 3,2 milioni.

L’instabilità di un sistema lineare è data da due vincoli insormontabili: le risorse globali – i materiali e i combustibili – non sono illimitate ma destinate a finire; l’ambiente può tollerare solo un livello limitato di contaminazione e di rifiuti prima che si spezzino gli equilibri naturali, causando danni alla salute degli ecosistemi e degli umani.

Nella gestione dei sistemi industriali da decenni si cercano e adottano soluzioni intermedie tra il sistema circolare e il sistema lineare. Dagli anni ’70 si è sviluppata una disciplina denominata ecologia industriale, resa popolare alla fine degli anni ’80 sulla rivista “Scientific American”; gli autori, dirigenti alla General Motors, chiedevano di«riconoscere che i modelli tradizionali di attività industriale, nei quali singoli processi di produzione introducono materiali grezzi e generano prodotti da vendere e rifiuti da smaltire, dovrebbero essere trasformati in un modello maggiormente integrato: un ecosistema industriale».

La parola “industriale” non si riferisce unicamente ai poli industriali ma più in generale a come sono usate le risorse naturali nella produzione di beni e servizi. Il termine “ecologia”esplicita il concetto che i sistemi industriali possono essere rappresentati come ecosistemi: costituiti da capitale infrastrutturale e sociale oltre che da capitale naturale.

Solo un sistema produttivo completamente ciclico, in grado di riusare tutti i propri rifiuti e sostenuto unicamente da risorse rinnovabili, raggiungerebbe uno stato sostenibile illimitatamente nel tempo: nella realtà delle attività umane questo scenario non esiste e può essere posto unicamente come un obiettivo ideale. Sistemi di questo tipo non sono raggiungibili nella pratica industriale a causa dei limiti imposti dalle leggi della termodinamica, dall’uso di materiali non biodegradabili e dall’uso di risorse non rinnovabili.

La chiusura del cerchio deve però rimanere il principio guida con cui organizzare i sistemi produttivi e sociali. I principali elementi di un sistema industriale ciclico, da assumere come principi guida di una gestione rifiuti ambientalmente efficace, sono: 1) il realizzare processi di produzione e di gestione che recuperano a cascata gli scarti di ogni processo, rendendo ciclico l’uso dei materiali; 2) l’uso a cascata dell’energia tra i diversi settori industriali organizzati in rete; 3) il mettere in opera un sistema di gestione il più flessibile possibile rispetto alla configurazione impiantistica e organizzativa.

Simonetta Tunesi*

* Chimico ambientale, membro del Comitato Scientifico di Legambientee Honorary Research Associate presso lo University College of London.Ha contribuitoa redigere la prima normativa nazionale sulla bonifica dei siti inquinati e ad avviare gli uffici pubblici nazionali rilevanti per i controlli di settore. Si occupa di analisi ambientale e organizzativa della gestione dei rifiuti, per contribuire a far sì che il settore superi un approccio pragmatista e fondi la sua evoluzione su conoscenza scientifica e innovazione. È autrice di numerosi libri scientifici e saggi, nonché di articoli divulgativi.

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