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Cosa c’entrano gli alberi con la pace? L’ecologia spiegata da un diplomatico

febbraio 4, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Il degrado dell’ambiente non si ferma alla minaccia a specie animali e vegetali, ma provoca malessere sociale, crisi economiche, carestie. Su questa base poggiano le riflessioni di Grammenos Mastrojeni, diplomatico di carriera che ne “L’arca di Noè“, da poco pubblicato da Chiarelettere, traccia lo scenario di un mondo governato dal principio di interdipendenza. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente, pubblichiamo oggi l’introduzione del libro, in cui l’autore ricorda come molto spesso le azioni per la difesa dell’ambiente abbiano avuto effetti non solo strettamente ambientali, ma anche politici e sociali.

Premi Nobel per la Pace

Il vecchio, caro Alfred Nobel – inventore della dinamite, guarda caso – aveva messo ben in chiaro le sue intenzioni. Istituendo il premio per la Pace, aveva scritto nel suo testamento che il riconoscimento doveva essere destinato «alla persona che più si sia prodigata o abbia realizzato il miglior lavoro ai fini della fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per la formazione e l’incremento di congressi per la pace».

Tutti hanno sentito parlare di Al Gore, della sua battaglia per far comprendere l’impatto dell’effetto serra sull’ambiente e quasi tutti si ricordano che, nel 2007, aveva spartito il suo premio Nobel per la Pace con gli esperti di clima nominati dai governi del mondo come membri dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), una commissione varata dalle Nazioni unite allo scopo di studiare le conseguenze del riscaldamento globale.

Il collegamento fra i risultati conseguiti da queste personalità e il testamento di Alfred Nobel sembrerebbe discutibile: in che modo c’entrano gli alberi e il clima con la pace?

Prima ancora, nel 2004, la giuria del Nobel aveva assegnato a Wangari Maathai lo stesso riconoscimento con la motivazione che il suo lavoro aveva contribuito «allo sviluppo sostenibile, la democrazia e la pace». Potrebbe sembrare strano, perché Wangari Maathai, dopo una brillante carriera accademica negli Stati Uniti, tornò in Kenya e non si occupò affatto di politica, democrazia o pace. Cercò invece di convincere le donne delle aree rurali più disagiate a piantare alberi. Grazie all’organizzazione che fondò nel 1977, il Green Belt Movement, Wangari Maathai ha persuaso numerose comunità rurali a perseguire il suo strano progetto con il risultato che sono stati piantati più di quaranta milioni di alberi in diversi paesi africani. Wangari Maathai è deceduta il 25 settembre 2011, ma – e proprio il caso di dirlo – rimane ciò che ha seminato.

D’istinto, concordiamo tutti nell’affermare che la sua è una buona causa. Ma, ancora, non e chiaro quale sia il legame fra la sensibilizzazione verso i problemi relativi al disboscamento e la pace.

Eppure, forse, un nesso fra le due cose esiste ed è anzi molto profondo. Un nesso che era già stato colto da alcuni attivisti. Un gruppetto di idealisti che, nel 1971, decise di affittare un battello da pesca e fare rotta verso la sperduta isola di Amchitka, nel Mare di Bering, dopo aver appreso che il governo americano intendeva usare l’isoletta per condurre un esperimento nucleare. Lo sparuto manipolo di visionari che s’imbarcarono in questa impresa – senza riuscire a impedire il test atomico – fondarono l’organizzazione Don’t Make a Wave Committee, un nome che rivelava il loro timore che un’esplosione nucleare potesse provocare un maremoto. Uno di quegli attivisti tuttavia, un certo Bill Darnell, ebbe l’idea di ribattezzare il battello da pesca affittato per la traversata Greenpeace. Quel nome sorprendente – che unisce la natura alla pace – finì per incollarsi come un’etichetta addosso al gruppetto che, col tempo, crebbe fino a riunire migliaia di membri sparsi in tutto il mondo. Nel 1976 nel manifesto intitolato Dichiarazione di interdipendenza di Greenpeace motivarono in modo chiaro la scelta di farlo diventare il loro nome ufficiale.

Già allora, quindi, il nesso era apparso evidente: la tutela dell’ecosistema e un corretto rapporto con il territorio c’entrano eccome con la pace! E non solo: il rispetto dell’equilibrio ecosistemico è da porre in relazione anche con la giustizia, con i diritti fondamentali dell’uomo, e pure – ma questo è più ovvio – con l’economia e lo sviluppo delle popolazioni, in un contesto ove tutto è interdipendente.

In un ecosistema, ossia un fragile equilibrio chiuso in cui ciascun fattore reagisce alle alterazioni subite dagli altri, tutto e collegato con tutto e pertanto non e poi cosi strano che la distruzione di una foresta abbia conseguenze sulla povertà, oppure sul rispetto dei diritti umani o persino sulla pace.

Alberi e guerre

Questo libro vuole spiegare che il principio d’interdipendenza globale si basa sull’equilibrio planetario e si prefigge lo scopo di dimostrare che il degrado ambientale, interagendo con molti altri fattori di instabilità, e un’enorme e inedita spada di Damocle che pende sopra le nostre ignare teste e getta un’inquietante ombra, di natura e di portata mai viste prima nella storia dell’uomo, sul futuro di tutti noi. Anzi, si profila un avvenire in cui su di noi incombe ben più di una spada, ma l’intero pianeta Terra e il suo fragile equilibrio, che potrebbe sgretolarsi e precipitare, travolgendoci.

Nuocere all’ambiente non fa male solo all’ambiente, concedetemi la banalità. Un ambiente degradato non delinea presagi di sventura solo per alcune specie di pinguini o di balene. Il collasso dell’ecosistema prelude con ogni probabilità a guerre e carestie, a un arresto nelle nostre ambizioni di giustizia, sviluppo e democrazia: senza tutelare l’ambiente sarà impossibile raggiungere la pace, la giustizia, la libertà e lo sviluppo e, viceversa, senza pace, senza uno sviluppo equo, senza far crescere la libertà e la dignità degli uomini, sarà impossibile proteggere l’equilibrio ambientale della nostra casa comune, la Terra.

Questo libro vuole esaminare gli insospettabili legami fra alberi e guerre, povertà e fiumi, democrazia e clima. E, guardando al nostro piccolo pianeta dal punto di vista dell’interdipendenza fra tutti gli esseri viventi, finisce per diventare un grido d’allarme, ma non una profezia di sventura, né tanto meno il presagio di un’apocalisse inevitabile. Al contrario, questo libro vuole essere un pressante invito ad aprire gli occhi e a rimboccarsi le maniche, proprio perché non tutto è ancora perduto e perché il futuro dipenderà da scelte che possiamo ancora compiere.

Grammenos Mastrojeni*

* Italiano, diplomatico di carriera, collabora con il Climate Reality Project fondato da Al Gore. Ha insegnato “Soluzione dei conflitti” in diverse università e “Ambiente, risorse e geostrategia” all’Università di Ottawa. È autore di saggi su ambiente ed equilibri geopolitici.

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