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“Dove comincia l’Abruzzo”: viaggio senz’auto nella terra del silenzio

maggio 13, 2014 Racconti d'Ambiente, Rubriche

Per un’intera settimana hanno viaggiato con i mezzi pubblici sulle strade d’Abruzzo, ospiti di pastai, ristoratori dannunziofili, vignaioli e pastori ultraottuagenari. Si sono lasciati inebriare da sapori antichi e profumati vini autoctoni, mentre a tener loro compagnia c’erano le canzoni di ieri e di oggi, i versi di Omero e i grandi della letteratura: Mario Soldati e Agostino De Laurentiis in fuga da Roma dopo l’armistizio, Carlo Emilio Gadda giovane reporter a Campo Imperatore, John Fante a Torricella Peligna, e tanti altri ancora. Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, dopo aver viaggiato on the road per le Marche e aver scritto il fortunato “Un altro viaggio nelle Marche”, hanno rifatto i bagagli e sono partiti alla volta dell’Abruzzo. Dal loro vagabondare lungo percorsi poco battuti, su strade provinciali e secondarie, ferrovie e stazioni abbandonate, per grandi e piccoli centri, è natoDove comincia l’Abruzzo”, secondo volume della collana “I viaggi senz’auto” ideata dalla casa editrice Exòrma. Per la rubrica “Racconti d’Ambiente” pubblichiamo oggi il prologo del libro.

Il silenzio tellurico del ventre di L’Aquila, la luce rosa del Gran Sasso, l’energia contagiosa di Pescara, la bellezza intimissima di Ortona, la fanteria elettrica di Torricella Peligna, la magica luce del cimitero di Colledimacine, la magnificenza terribile della Maiella, la solitudine travolgente della ferrovia di Palena, l’anima austera e altezzosa di Scanno, il fascino oscuro di Pacentro, la città invisibile di Tagliacozzo, la semplicità cristallina di Antrodoco. Tutti luoghi, tranne Pescara, che hanno in comune una merce preziosa, assai rara oggi: il silenzio, di cui l’Abruzzo, come da splendida intuizione di Giorgio Manganelli, è un grande produttore.

Pur rimanendo escluso dai principali itinerari dei grandi viaggiatori dell’età romantica, l’Abruzzo ha affascinato una lunga schiera di viaggiatori, pellegrini e artisti soggiogati dal fascino esotico di quella terra selvaggia e solitaria. Questa zona della penisola era fuori dai circuiti battuti dal Grand Tour ma aveva il vantaggio di trovarsi molto vicina a Roma, imprescindibile tappa di ogni viaggio in Italia. A portata di mano ma lontanissimo, “più lontano dell’Abruzzo”, dice un personaggio del Decamerone per indicare una distanza favolosa. Furono i soliti intraprendenti viaggiatori inglesi i primi ad arrivare a meta del Settecento, attirati dalle rovine archeologiche di Alba Fucens e Amiternum, e a pubblicare i primi reportage che narravano dell’Abruzzo, “questa parte dell’Italia così romantica e solitaria”, come scrisse Lear, suscitando la curiosità di molti suoi connazionali. Nonostante le due autostrade abbiano forzato le barriere orografiche e determinato la fine di un secolare isolamento, l’Abruzzo conserva inalterato il suo genius loci, la sua anima rocciosa è stata appena scalfita. Rimane un luogo di montagne impervie, dalla natura primordiale, travolgente, di una bellezza imprevedibile, oppressiva e liberatoria al tempo stesso, fisica, prorompente, viscerale. Non esiste viaggio senza che si attraversi una frontiera. L’Abruzzo sembra avere una certa insofferenza verso i confini sentenziosi e rassicuranti segnati dalle carte geografiche. Come uno zodiaco, ha riferimenti indiscutibili come le montagne sacre del Gran Sasso e la Maiella, e delimitazioni ineffabili e misteriose. Non comincia sulla sponda del Trigno, che lo divide dal Molise; al di là di questo fiume la cultura e le caratteristiche antropologiche sono identiche. Non comincia sul prisma perfetto della Macera della Morte, che segna il confine interno con Lazio e Marche; qui la contaminazione culturale è totale, si può attraversare decine di volte questa frontiera senza accorgersi di un reale cambiamento. L’Abruzzo, pare incredibile, non comincia nemmeno sulle sponde dell’Adriatico, basta guardare le montagne e i tratti somatici delle genti balcaniche. Lo sostiene anche Piovene nel suo Viaggio in Italia, che l’Abruzzo ha una qualche somiglianza “anche con la Dalmazia e l’Albania”.

Tuttavia un limite inderogabile segna dove finisce l’Abruzzo: le sponde del Tronto. Al di là di questo fiume le cose non sono più le stesse, la lingua e i dialetti subiscono una sterzata decisa virando verso il ceppo etrusco-sabino, il carattere delle genti è radicalmente diverso nonostante l’osmosi continua degli ultimi cento anni che ha alimentato la contiguità culturale del Piceno con la zona teramana. Anche la cultura gastronomica, la barriera più accessibile di ogni frontiera, e fondamentalmente diversa.

L’Abruzzo è na terra di microcosmi abitati da gente dall’anima migrante,con caratteri cosi diversi che non sembrano appartenere allo stesso luogo bensì a terre lontanissime tra loro. Tuttavia ogni abruzzese serba nel cassetto di famiglia una storia epica e appassionante da raccontare: le vicissitudini dell’emigrazione, le vite transumanti, le drammatiche vicende dell’ultima guerra mondiale, che hanno profondamente coinvolto buona parte della regione, costituiscono un inesauribile serbatoio di avventure ed emozioni. Questo libro racconta le storie di queste persone e del tempo che abbiamo passato con loro. Anche se ha una diffidenza innata nei confronti del forestiero – che deve studiare prima di accogliere nella sfera più intima e affidargli i propri sentimenti – l’abruzzese si racconta con una certa fierezza, addirittura con entusiasmo, a volte con una vena di poetica malinconia.

E dunque noi due siamo partiti con la curiosità di scoprire l’Abruzzo e gli abruzzesi. Per una settimana abbiamo viaggiato con i mezzi pubblici nella vera terra promessa di tutti i vagabondi del Dharma e ci siamo resi conto che questa regione è l’esotico più vicino a casa nostra. Ospiti di pastai, ristoratori dannunziofili, vignaioli e pastori ultraottuagenari, tra cibi gustosi e profumati vini autoctoni, abbiamo calcatole orme dei tanti viaggiatori che prima di noi hanno battuto le stesse piste: siamo stati rapiti dai racconti di Anne Macdonell e Edward Lear, affascinati dalle fotografie di Thomas Ashby, sorpresi dagli itinerari improbabili di Maurits Cornelis Escher…Sono stati nostri compagni di viaggio Mario Soldati e Agostino DeLaurentiis in fuga da Roma dopo l’armistizio, Carlo Emilo Gadda giovane reporter a Campo Imperatore, Guido Piovene, Guido Ceronetti, Aldo Cazzullo, Paolo Rumiz, Ovidio e Silio Italico. Abbiamo evocato Ulisse e David Bowie. Ci siamo imbattuti nei miti e incontrato il pelide Achille a Chieti e John Fante a Torricella Peligna. E poi, trasformati in due hobos, siamo stati rapiti dalle poesie di Lawrence Ferlinghetti e dalle canzoni di Woody Guthrie. Siamo tornati nella città violata, L’Aquila, dove abbiamo catturato le parole di Raffaele Colapietra “il professore”, e “ju boss” ci ha regalato le sue storie. L’Abruzzo è la regione dei mille viaggi possibili!

Paolo Merlini* e Maurizio Silvestri**

* Esperto di vie traverse, è uno specialista di trasporto pubblico riconosciuto a livello nazionale. Di slow travel scrive e parla alla radio. È stato coautore dell’ultima Guida Verde Marche del Touring Club Italiano e collabora all’inserto “Marche Cult” de “Il Messaggero”.

* Si occupa di viaggi e cultura enogastronomica. Dal 2008 partecipa al progetto editoriale “Porthos”; scrive anche su “Pietre Colorate” e collabora ad alcune guide di Slow Food. Ha un piccolo talento per la fotografia. Dirige, insieme a Giuseppe Gennari, il Festival Ferré di San Benedetto del Tronto, città dove risiede. Vive altrove.

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